SALLY MORGAN.
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LA MIA AUSTRALIA.
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Parte 1.
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Titolo originale: MY PLACE. 1987.
Traduzione di: Maurizio Bartocci.
1999. Rizzoli RCS Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Sally Morgan racconta la propria vicenda autobiografica. E con ingenua e salutare autenticit, senz'ombra di vanit, rivendica alle proprie esemplari vicissitudini il patrimonio della memoria obliata di un popolo. Narra ci che le  successo, proprio a lei, alla madre, alla nonna, in Australia in questo secolo. E l'effetto  sconvolgente.
NADIA FUSINI.
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Ed  molto quello che i bianchi non capiscono. Vogliono che ci assimiliamo ai bianchi, ma noi non lo vogliamo. Quegli aborigeni nel deserto non vogliono mica vivere come i bianchi, e possedere questo e quello. Vogliono semplicemente vivere la loro vita in libert, non hanno bisogno della legge dell'uomo bianco.
Hanno la loro. Se hanno bisogno d'acqua nel Gibson Desert, intonano un canto della pioggia, e di pioggia ci riempiono quanti posti vogliono. Se fa freddo, possono far venire il caldo come il vento. Non devono darsi troppo da fare per cacciare, gli spiriti possono portargli gli uccelli. E anche i canguri. Loro non uccidono se non per fame,  l'uomo bianco che uccide per divertimento. Ah, quante cose i bianchi non capiscono!
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L'Autrice.
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Sally Morgan  nata a Perth (Australia occidentale) nel 1951;  laureata in psicologia, pittrice e scrittrice. La mia Australia  stato tradotto in undici paesi e ha vinto il prestigioso Weickhardt Award.
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Indice di questa parte.
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Prefazione di Nadia Fusini.
1. L'Ospedale.
2: La fabbrica.
3: Nell'esercito sar.
4: quelli che bevono.
5: fare finta.
6: soltanto un sogno.
7: un cambiamento.
8: amici e parenti.
9: vita selvaggia.
10: il toccasana.
11: fare progressi.
12: trionfi e fallimenti.
13: diventar grande.
14: animali piuttosto particolari.
15: una nonna nera.
16: che gente siamo?
17: diventa qualcosa.
18: il mondo del lavoro.
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FINE Indice.
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PREFAZIONE. di Nadia Fusini.
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Si pu leggere un romanzo, una poesia, per molti motivi, per egoistico piacere, innanzi tutto. Cio, per diletto. Io faccio cos, coi libri per lo pi mi diletto; sono una dilettante, quando leggo. Ricavo dalla lettura un piacere sensuale, propriamente estetico: un piacere, cio, della forma. Indugio nelle immagini, mi perdo nei suoni: le parole, in altri termini, acquistano sonorit inaudite, stuzzicano il gusto, eccitano l'olfatto... L'apparato tutto dell'immaginazione si eccita per via di associazioni, di cortocircuiti di cui sarebbe difficile per me dare ragione: logon dounai - dicevano i Greci.
Perch dell'esperienza estetica  difficile "dar ragione", discorrerne.  tutta qui la difficolt del critico. Il gusto appare fin dall'inizio come un sapere che non sa, ma gode".
Va meglio, potrebbe andare meglio, quando di ci che ci piace possiamo dare giustificazione. Dire, ad esempio, questo libro mi piace perch  retto, perch  giusto; perch nel suo contenuto di idee io lo approvo. Addirittura, ho rispetto e ammirazione per questo libro che dilettandomi mi istruisce. Per secoli gli scrittori di romanzi - a cominciare da chi il romanzo moderno realista l'ha inventato e cio dagli inglesi Defoe, Fielding, Richardson - si sono presentati cos ai loro lettori: scriviamo, dicevano, storie anche brutte, e cio a dire dolorose, sgradevoli, a volte scabrose, ma non perch voi lettori sadicamente proviate un piacere perverso, o per insegnarvi a godere di ci di cui dovreste piuttosto darvi pena... No, il piacere che vi offriamo  per istruirvi. In modo fittizio, vicario vi offriamo nell'universo del libro la possibilit di accedere a una conoscenza speciale delle cose del mondo.
Ed  vero: ci sono libri cos, libri che fanno esistere, in quel modo speciale che nessun reportage potr mai eguagliare, mondi, realt che non conosciamo, su cui ci istruiscono.
Questo di Sally Morgan  un libro del genere - un libro in un certo senso antico: senza particolari trucchi, n artifici, con l'ingenua baldanza di chi ha una storia da raccontare e punta tutto sull'eccezionaiit della medesima, Sally Morgan racconta la propria vicenda autobiografica. E con altrettanto ingenua e salutare autenticit, senz'ombra di vanit, rivendica alle proprie esemplari vicissitudini il patrimonio della memoria obliata di un popolo. Narra ci che le  successo, proprio a lei, alla madre, alla nonna, in Australia in questo secolo. E non secoli fa. E l'effetto  sconvolgente. Perch nel suo racconto, ripeto, semplice, elementare, senza particolari torsioni artistiche, emerge la nuda rozza verit di un fatto realmente accaduto - che  questo: in un passato niente affatto remoto, ma prossimo, in Australia circa 100.000 bambini aborigeni sono stati strappati alle loro madri.
Negli anni '30 di questo secolo, ripeto; non secoli fa. In Australia, in un paese civile, democratico. S, sulla riva fatale del continente fatale che cosa fa il civilissimo uomo bianco? Oltre che sfruttare le donne nere aborigene come serve per i bisogni della sua famiglia, ne approfitta sessualmente per i suoi segreti, notturni piaceri, ne gode, le ingravida; quelle generano dei figli e quei figli meticci, mano a mano sempre pi chiari di pelle, li strappa alle madri. Dice: per istruirli. Ma intanto li strappa da quell'insostituibile corpo che  il primo mondo per tutti; gli uomini, le donne, se hanno una patria  perch hanno avuto una madre.
E poi,  proprio vero che l'uomo bianco segreghi i proprii figli a met bianchi, a met aborigeni per istruirli? Nella maggior parte dei casi li sradica e basta. In quei collegi dove li rinchiude non c' cura, n protezione per quei bambini rubati alle madri. Piangono, ma nessuno li sente. Piangono le madri. Urlano. Protestano. Benedette ancora una volta le donne che sempre rivogliono i desaparecidos, che sempre scavano come i cani in cerca del cadavere... Ma non ottengono niente. Non hanno potere su chi hanno generato. L'uomo bianco ha inventato figure astratte di autorit, leggi e diritti che smentiscono la naturale autorit del genitore indigeno sul proprio nato.
Ammesso anche che li si istruisca, in quei collegi quei figli rubati che cosa imparano? una cosa soltanto: che sono inferiori. O accettano il ruolo loro imposto di servi figli di servi, o non c' posto per loro. L'imperativo  l'assimilazione: e cio, diventare pi bianchi che possono. Dimenticare il loro passato aborigeno. Oltre le porte di quegli edifici a met caserme a met prigioni, chi entra lascia il proprio passato.
Sar stato per il loro bene, ma una cosa  certa: l'assimilazione  un processo crudele. Saranno pur buone le intenzioni del bianco, ma l'assimilazione resta una offerta ambigua. Come dire: una forma di bonario razzismo? Lo si vedr anni dopo. Quei bambini strappati alle madri, portati nelle scuole dei bianchi, non avranno una vita felice. Adulti dimostreranno (dov' la sorpresa?) un senso assai confuso della loro identit, una bassissima stima di s; avranno invece in abbondanza il senso della disperazione.
Tra i deportati bambini, quando siano diventati adulti, trionfer la disperazione, vinceranno la miseria, l'ignoranza, la morte precoce. Individui n bianchi n neri, sopravvissuti all'oblio di s, del proprio passato, della propria gente, si trasformeranno in morti viventi di un popolo estinto. Mentre nei bianchi crescer (come dire? a ragion veduta) il razzismo. Se avendo dato loro la possibilit di educarsi, di vivere come vivono i bianchi, quelli non ce la fanno, di chi  la colpa, se non loro? Non  la prova lampante che sono non diversi, ma diciamocelo, inferiori? Cos ragiona il bianco razzista.
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Altri bianchi per riconosceranno la colpa. In Australia, negli anni '90 di questo secolo, vi sar addirittura chi parler di genocidio.  una parola forte, in generale, nel mondo - e dopotutto, quei bambini non furono uccisi, non li ficcarono nelle camere a gas.  una parola tab, in particolare, in Australia - una parola che appartiene al Vecchio Mondo, non certo al Nuovo Mondo australiano, a una nazione nata in tempi cos recenti...
Eppure, eppure... potremmo senza ombra di eccesso definire genocidio la separazione forzata di un solo bambino dal seno materno della comunit in cui gli  dato di nascere, perch con quel bambino la comunit perde la sua chance di perpetuarsi. E questo fu fatto sistematicamente in Australia negli anni trenta di questo secolo; tanto, appunto, che non sarebbe poi cos estroso immaginare dietro quell'atto un progetto, magari non del tutto cosciente, di sterminare una razza e grazie a una astuta operazione di ingegneria sociale arrivare a ci a cui pressappoco si arriv, a una societ, cio, a un moderno stato dove l'aborigeno in quanto tale non avrebbe trovato posto.
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Nel 1995 il governo australiano ordin un'inchiesta sul risultato di quella politica - come chiamarla? - di segregazione in vista dell'assimilazione dei figli misti, bianchi di pelle. I risultati furono devastanti, per la coscienza democratica dell'Australia Felix. Gi il paese doveva convivere con sulle spalle la tabe criminale del forzato, con un passato cio di bianchi delinquenti traslocati dall'Inghilterra, che in tal modo sgorgava le sue fogne stracolme di una massa escrementizia nelle vergini (ancora) cloache australiane.
Un po' grazie all'amnesia, un po' grazie a episodi di alto valore patriottico (Gallipoli docet!), in parte grazie alla effettiva dopotutto capacit (s, i delinquenti, i criminali si dettero da fare!) di costruire una nuova societ disciplinata, un nuovo paese ricco e industrioso, sulla riva
fatale cominci a diffondersi il senso della dignit nazionale; quand'ecco insorgere la questione degli aborigeni e del loro futuro e del futuro dei figli mescolati. Bastarono poche avventurose ricerche e il mito di un insediamento pacifico, con gli indigeni scarsamente visibili, o che via via morivano tranquilli, senza dar nessun fastidio, in pace, per via di malattie portate dai bianchi inconsapevoli, vacill. No, non era, non era mai stato cos: sebbene in oblio, sebbene coperti da un'amnesia comoda, ma non catafratta, nel passato remoto giacevano storie di massacri di aborigeni, d'accordo, ormai morti e sepolti a cui si era strappato non la casa (perch in quanto nomadi non l'avevano) ma il loro luogo, che era pi di una casa, perch era il loro mondo; e in quello prossimo storie atroci di vivi traslocati dal loro posto e trasferiti nelle case-collegi-orfanatrofi - prigioni dei bianchi.
Lo shock fu tremendo, la nazione ne fu sconvolta. Bisognava chiedere scusa, riparare; ma come farlo? Si scelsero misure pratiche: la colpa e la vergogna non sarebbero servite a risarcire chi aveva tanto sofferto e ancora viveva. Si potevano risarcire i viventi, che quando si tratta di riparare sono senz'altro meglio dei fantasmi... E per risarcire i viventi si sarebbero fatte case migliori, ospedali pi efficienti, sarebbe dato loro un lavoro ...La solita panacea, niente di nuovo. Niente di meglio.
Chi aveva ascoltato nelle migliaia di interviste i sopravvissuti parlare seppe da subito che non bastava. Quegli uomini e quelle donne non volevano soltanto un obolo che servisse loro a vivere d'ora in avanti in condizioni materiali migliori; volevano rispetto del loro passato, volevano non vergognarsene. Loro meglio di chiunque altro sapevano che non si pu vivere nella paura e nella vergogna. Volevano narrare le loro storie e nel narrarle sentire coi loro stessi orecchi e vedere coi loro occhi l'effetto che facevano su chi ascoltava; e chiss, in quel comune sentire, ristabilire una comunanza di affetti. Se il loro dolore si fosse comunicato all'altro, al bianco, cio; se il bianco avesse sofferto con loro, allora si sarebbero resi conto di essere fratelli. La riconciliazione non passer sempre dalla possibilit di condividere
ci che ci ha diviso? Se prima eravamo vittima e aguzzino, nella compassione non si cancelleranno finalmente quei ruoli?
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Di tutto questo, al modo in cui ne parlano i romanzi, parla La mia Australia di Sally Morgan, il cui titolo originale  My place. Lo ricordo non perch non condivida la scelta del titolo italiano, ma perch in quel termine, place , si svela da subito l'arco di volta su cui il romanzo poggia. In questione  il luogo, inteso non tanto come un 'entit geografica e politica, quanto pi semplicemente come l'identificazione nell'aperto dello spazio di un posto che  mio perch ci sto, ci sono nata, ci vivo e ci sono vissuta e mi ci trovo bene. E perci e proprio il mioposto; il che significa - riconosco un'appartenenza. Delle radici mi radicano qui, proprio qui. E mi confermano che la vita 
un'arte di innesti, e la mia esistenza individuale un frutto con radici e fronde, tanto pi folte e forti per l'humus in cui s' coltivata.
Sally Morgan  nata in Australia, a Perth. Dunque, il suo posto  l'Australia. E perci la sua identit  australiana? Cos, pi o meno, lei pensa, quando ci pensa. Poi qualcuno ne dubita. Lei chiede; la madre le dice che  indiana d'india d'origine, e australiana per nascita e crescita. Finch un giorno, ancora adolescente, scopre che non  affatto vero: lei  aborigena. Lo shock  inevitabile. Inquietante, perturbante  l'esperienza di straniamento indotta da un'informazione che rompe l'atmosfera di omert e mistero della famiglia, composta fondamentalmente di presenze femminili: una madre moderna, attiva, e una nonna alquanto arcaica.
Sally  una ragazzina intelligente e idiosincratica, fatta assolutamente a modo suo, coraggiosa e intraprendente. Non certo una vittima. Si mette subito a pensare: se non sono indiana, se sono aborigena e non me l'hanno detto, sar perch non  una cosa di cui vantarsi. Forse non va bene,  una vergogna. Se me l'hanno nascosto,
sar per paura. Paura magari che ci mandino via di qui, perch non  qui il nostro posto... Ma se non  di chi  indigeno, un posto di chi dovrebbe essere? Se sono per discendenza aborigena, perch proprio io non dovrei essere qui? perch questo non dovrebbe essere my place? Non siamo noi aborigeni qui da pi tempo?
Cos si chiede Sally. E si risponde: s, questa  la mia terra, questo il mio posto.
Il buco nero che le si  aperto alle spalle nella figura della nonna, che finalmente nello straniamento della sorpresa impara a guardare e vede (vede che s,  proprio nera la nonna,  un'altra razza, non  bianca), la spencola per un attimo nel baratro di una incertezza, addirittura di una vergogna della propria identit, che,  questione di un istante, subito si trasforma in orgoglio.
 uno dei primi insegnamenti che ci d il libro: ecco com' cambiata l'Australia negli ultimi anni.  cos cambiata che per la nipote non ha pi senso la paura della nonna. Oggi la nipote non ha vergogna, ma orgoglio della propria origine.
 da questo orgoglio che nasce il libro stesso. Perch Sally ora ha una sola passione, la passione della propria origine. Vuole sapere chi  la nonna (la quale non parla, continua a non parlare per quasi tutto il libro) e chi la madre della nonna, e chi il fratello e di dove vengono tutti, e chi sono, come hanno vissuto i suoi antenati...
Appassionatamente, chiede e chiede ancora, finch qualche silenzio cede, qualche mistero sfoga.
Ecco allora che il libro prende il volo, si solleva. Le parti pi belle del libro sono appunto gli inserti; potremmo chiamarli monologhi, quando, cio, i personaggi della famiglia segreta di Sally si fanno avanti, salgono sulla pedana, avanzano al centro del palcoscenico - e parlano.  splendido: in un tu-per-tu col lettore, preoccupati di una cosa soltanto, di essere sinceri (perch per loro per lo pi analfabeti, per lo pi estranei al mondo della parola scritta, ma legati piuttosto all'oralit di una tradizione della parola, la reverenza verso il libro  totale) raccontano cose che vengono i brividi a sentirle; ma senza recriminazione, senza odio, senza patetismi facili, senza n lacrime, n urla. Raccontano ci che  loro accaduto, ci che gli  stato fatto dall'uomo bianco che ha invaso la loro terra e li ha scacciati from their own place. S, dal loro proprio luogo.
Pensate a un'opera informa di oratorio. O a una serie di assolo in un concerto jazz? O a una serie di recitativi staccati che compongono comunque una storia. In questo caso una storia tanto pi tremenda, in quanto noi sappiamo che  vera.
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My place di Sally Morgan parla di questo. L'ho detto:  un libro commovente. Perch non accusa, ma racconta. Cerca un cuore aperto e una mente sgombra e soprattutto orecchi che sappiano ascoltare le parole di chi ha patito ed  sopravvissuto all'orrore.
Io s che ce l'ho una storia dice uno dei personaggi che narra la sua vita. Ha ragione. Ha una storia, e la vuole raccontare, e raccontandola, in certo modo, guarisce. Se ci sono delle storie che curano, sono queste: curano chi le racconta, perch finalmente vi ritrova il senso di una ingiustizia s, ma anche di una lotta. Curano chi le ascolta, perch appunto aprono il cuore. Anche il pi indurito. Sono emozioni nude e crude, tanto pi cocenti per questo, che tutte vertono sul fatto traumatico della separazione da casa'; per "casa" intendendo la madre, la terra, la lingua materna. Ma soprattutto la terra. Il movimento  il grande mito della modernit. Ma per chi non l'abbia scelto e non lo scelga  la pi grande sventura. Chi  a forza spostato, traslocato, sradicato soffre. E un 'esperienza che pu capitare a ogni indigeno, a ogni nativo di un luogo che venga per avventura requisito per un 'autostrada, una diga, o distrutto da un alluvione; bene, in ognuno di questi casi, si assister a un disorientamento vitale impressionante.  un paesaggio psichico, un panorama interiore che questi eventi distruggono.
Che in ogni autobiografia si nasconda una vocazione mitopoietica, questo libro lo dimostra. Ho il diritto di conoscere la mia storia, afferma la bambina Sally; pi tardi l'adulta Sally, fattasi scrittrice, nel mettere in pratica tale programma, scoprir che una storia non esiste isolata da altre, e i fili della sua trama si intrigheranno con mille altri, fino a comporre quest'affresco istruttivo e dolente.
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NADIA FUSINI
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Che perdita avremmo subito se avessimo lasciato le cose come stavano. Saremmo sopravvissuti ma non come un unico popolo. Non avremmo mai conosciuto la nostra Australia.
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Capitolo 1.
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L'OSPEDALE.
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Di nuovo L'Ospedale, e l'eco dei miei piedi che attraversavano svogliati i corridoi lunghi e vuoti. Odiavo gli ospedali e gli odori degli ospedali. Odiavo le assi nude che brillavano di cera appena passata, i davanzali senza polvere e lo scintillio del cromo lucente che carpiva la mia sagoma distorta mentre passavamo di corsa. Ero una ragazzina impiastricciata di cinque anni in un ambiente alieno.
A volte odiavo Pap perch stava male e odiavo Mamma perch mi costringeva ad andarlo a trovare. Solo di rado Mamma ci portava Jill e Bill, mia sorella e mio fratello minori. Mi trovavo sempre nella posizione pi scomoda. La mia presenza assicurava l'assenza di discussioni. Mamma non ne poteva pi di discussioni, ne aveva abbastanza.
Sospirai nell'attesa di giungere in fondo all'ultimo dei corridoi. C'erano ancora Le Porte che mi aspettavano. Enormi porte massicce sormontate da spessi riquadri di vetro. Oscillavano su pesanti cardini d'ottone, e quando le spingevo verso l'interno, immaginavo che invece loro spingessero me verso l'esterno. Se non fosse stato per il peso in pi di Mamma, che era notevole, mi sarei ritrovata gambe all'aria ogni volta.
Le Porte erano rivestite di linoleum verde. Il linoleum aveva un ricciolo di bianco e dei motivi che mi ricordavano una di quelle speciali torte arcobaleno di Mamma. Lei le faceva di un color crema con un ricciolo di rosa e cioccolato. Credevo che fossero magiche. Le Porte non contenevano alcuna magia; sapevo cosa c'era dietro.
Ogni tanto con un saltello goffo cercavo di sbirciare
la corsia attraverso il vetro. Nonostante fossi alta per la mia et, non ci riuscivo mai. Ne ricavavo soltanto dei lividi sulle ginocchia nodose e ditate sporche alla base del vetro.
A volte facevo finta che Pap non stesse veramente male. M'immaginavo che avrei varcato Le Porte e che lui sarebbe stato l a sorridermi. - Certo che non sto male - avrebbe detto. - Vieni a sederti sulle mie ginocchia e raccontami qualcosa -. E ci sarebbe stata Mamma, e avrebbe riso, e tutti noi saremmo stati felici. Per questo tentavo quei saltelli per poter guardare al di l del vetro. Avevo sempre la speranza che, come per magia, la vista sarebbe cambiata.
Il nostro ingresso nella corsia si rivelava sempre un grande evento. Gli uomini che si trovavano l ricevevano poche visite. Noi eravamo importanti quanto la signora della Croce Rossa che passava a vendere caramelle e riviste.
- Ma bene, guarda un po' chi c' - dicevano.
- Mi pare proprio che si sia fatta pi alta, tu che pensi, Tom?
- Che sorpresa rivederti, ragazzina -. Sapevo che non erano veramente sorpresi di vedermi, era solo un gioco.
Dopo questo benvenuto carico di entusiasmo, Mamma cercava di farmi parlare. Saluta, cara, mi diceva incitandomi con un colpetto dietro la schiena. Per Mamma i miei silenzi erano imbarazzanti. Di solito mi giustificava raccontando a tutti che ero timida. In realt, pi che timida, ero spaventata. Avevo la sensazione che se avessi detto qualcosa, sarei andata in frantumi. Ci sarei finita io in pezzi, l sul pavimento. Ero piena di segreti timori.
Gli uomini della corsia non si arrendevano facilmente. Continuavano a punzecchiarmi con la speranza di averla vinta.
Coraggio, tesoro, vieni qui e raccontami qualcosa, disse un vecchietto mentre cercava di convincermi tirando fuori una caramella Fantail(1). I miei piedi erano incollati al pavimento. Anche se avessi voluto muovermi, non ci sarei riuscita. Quest'uomo mi faceva venire in mente un fantasma. Aveva i capelli a spazzola dritti come le setole sintetiche, corte e bianche, di uno spazzolino da denti. Gli mancava la gamba destra al di sotto del ginocchio, e la pelle floscia mi ricordava un pollo spennato. Cerc di invogliarmi ad andare pi vicino sporgendosi in avanti e tendendomi due Fantail. Mi aspettavo che cadesse dal letto, se si fosse sporto un po' di pi ero certa che gli sarebbe successo.
Continuavo a dire a me stessa che non era veramente un fantasma, ma un vecchio soldato. Mamma mi aveva detto che tutti quegli uomini erano Vecchi Soldati. Nonostante fosse un fatto importante, nel dirmelo aveva abbassato la voce. Per loro nutriva un affetto che non comprendevo. Spesso mi domandavo cosa avessero di cos speciale i Vecchi Soldati. A tutti questi uomini mancavano le braccia o le gambe. Pap era l'unico l a essere tutto intero.
Mi sforzavo di non guardare nessuno di loro in modo diretto. Sapevo che era maleducazione fissare la gente. Una volta ero rimasta seduta a lungo ad arrovellarmi su un paio di grucce di legno e Mamma si era davvero arrabbiata. Volevo provare a immaginare come fosse stare su una gamba sola. Ce l'avrei fatta io a sopravvivere con una sola delle mie gambe o delle mie braccia da scimmia? Era cos che le chiamavo. Non erano pelose, ma erano lunghe e magre e non mi piacevano affatto.
Mi risultava difficile comprendere come fosse possibile avere tutte quelle parti del corpo mancanti e continuare a vivere.
Il vecchio soldato vacill all'indietro sul cuscino, mentre
io lanciavo furtivamente un'occhiata a Pap. Era in piedi al solito posto, accanto al suo letto. Non ci veniva mai incontro per salutarci e non ci chiamava come facevano gli altri uomini, eppure gli appartenevamo. La vestaglia gli cadeva ampia sul corpo allampanato che mi faceva venire in mente le stampelle di filo metallico che Mamma teneva appese nell'armadio dell'ingresso. Soltanto ossatura, ecco cos'era Pap. Il cuore se n'era andato anni prima.
Una volta che Mamma aveva finito di scambiare due chiacchiere e qualche battuta con gli uomini, ci dirigevamo verso il letto
di Pap e poi nella veranda dell'Ospedale.
Le verande erano il posto migliore dove andarsi a sedere; c'erano dei tavolini con le sedie e si poteva guardare il giardino. Purtroppo bastavano solo pochi minuti perch le sedie diventassero scomode. Avevano la struttura di ferro e, attaccate sul sedile e di traverso sullo schienale, c'erano delle stecche di legno di jarrah(2) dipinte con tutti i colori dell'arcobaleno. Quando mi ero annoiata del tutto, mi divertivo risistemando mentalmente i colori affinch non fossero ordinati in modo armonico.
Mentre Mamma e Pap parlavano, io annusavo l'aria. Era un giorno di primavera pulito e azzurro. Sentivo il profumo dell'erba bagnata e la freschezza della brezza. Era davvero un bel giorno carico di ottimismo e mi veniva quasi da piangere. La primavera per me rappresentava sempre un'esperienza emotiva. E anche per Nan. Giusto ieri mi aveva svegliata per farmi vedere la sua ultima scoperta. Stavo dormendo di un sonno profondo, ma la sua voce era in qualche modo penetrata nei miei sogni.
Sally... svegliati.... E persino nel sogno mi domandavo da dove arrivasse quella voce. Era fioca, ma persistente, come il bagliore di una torcia in una notte di nebbia. Non avevo voglia di svegliarmi. Mi infilai sempre di pi sotto la montagnola di coperte e giacche accatastate sopra di me. Nel mio sogno erano pesanti e senza calore. Misi le mani attorno ai piedi tentando di riscaldarli. A volte mi sembrava che il
freddo e la magrezza andassero di pari passo, dato che avevo a che fare con entrambi.
Ogni notte gridavo: - Mamma... ho freddo! -. E poi, per metterle fretta: - Mamma... Sto congelando!!
- Sally, non  possibile -. A volte si trattava del terzo viaggio che faceva al mio letto. Sollevava la giacca che mi ero tirata fin sopra la testa e diceva: - Se ti metto addosso qualcos'altro, soffocherai. Gli altri mica le vogliono tutte queste giacche addosso -. Dividevo il letto con mio fratello Billy e mia sorella Jill. Loro non sentivano mai freddo.
Allora allungavo il collo sopra uno dei colli di pelo di volpe cangiante che adornava una delle giacche e ribattevo: - Meglio soffocare che morire di freddo!
Bastava che Nan aggiungesse: -  una brutta cosa avere freddo, Glad - perch Mamma acconsentisse e tirasse fuori dall'armadio dell'ingresso i cappotti pi vecchi e pesanti.
Ora, seduta nella veranda dell'Ospedale, sorridevo al ricordo di come Nan aveva scosso avanti e indietro il mio corpo addormentato per farmi svegliare. Mi ci vollero alcuni minuti, ma alla fine riemersi per prendere aria e borbottai intontita: - Che succede? E prestissimo, Nan, devi proprio svegliarmi cos presto?
- Shhh, sta' zitta, senn svegli gli altri. Non ricordi che avevo detto che ti avrei svegliata presto per farti sentire ancora la rana toro e l'uccello?
Gi, la rana toro e l'uccello: come potevo essermene dimenticata? Per tutta la settimana in cui Pap era rimasto in Ospedale, lei non aveva parlato d'altro.
Nan mi stimol a uscire smantellando gli strati che avevo sopra. Per un attimo rimasi sdraiata e aggomitolata. Il mio disotto era caldo, ma il disopra, con tutte le coperte e le giacche che erano state rimosse, stava lentamente raffreddandosi. Con una decisione rapida, saltai gi dal letto e il mio corpo rabbrivid in un vecchio maglione rosso. Quindi, scalza, seguii Nan fuori nella veranda sul retro.
- Siediti buona sugli scalini - mi disse -. E non fare rumore Ero abituata a questo tipo di ammonimenti. Sapevo che non avremmo sentito nulla a meno che non fossimo rimaste in assoluto silenzio. Strofinai i piedi uno contro l'altro per un po' di calore e cercai di raccogliere il resto di me stessa nel maglione rosso senza pi forma. Tirai le mani dentro le maniche, misi le braccia attorno alle gambe e aspettai.
La mattina presto era il momento della giornata che Nan preferiva; il momento in cui faceva sempre qualche nuova scoperta in giardino. Un'iguana a coda mozza, le tracce di un serpente, grilli dalle antenne insolite, miriadi di creature che avevano scelto, per particolari ragioni loro, di venire a stabilirsi proprio nel nostro cortile.
Volevo che la primavera durasse per sempre, ma questo non succedeva mai. Presto arrivava l'estate e l'erba diventava gialla e dura, neanche l'erba ben curata dell'Ospedale sembrava pi tanto verde. E sparivano anche le gigantesche piante di crescione che si ammassavano lungo il lato del nostro recinto e sotto il limone. Io non andavo pi a caccia di fate, e Nan non mi svegliava pi cos presto o cos spesso.
Avevo sentito la rana toro ieri; era una delle creature preferite di Nan. Aveva dissotterrato anche una rana marrone screziata pi piccola e, dopo che l'ebbi ispezionata per bene, la rimise al sicuro sotto terra. Rabbrividii quando un soffio di brezza mattutina mi soffi su per le gambe nude. Mi aspettavo che la rana toro uscisse anche questa mattina. Fissavo il pezzo di terra scura dove l'avevo vista l'ultima volta. Verr fuori da un momento all'altro, pensai.
Ero eccitata, ma non era il pensiero della rana toro che mi eccitava. Stamattina, aspettavo il canto dell'uccello. Nan lo chiamava il suo uccello speciale e nessuno, tranne lei, l'aveva mai sentito. Stamattina l'avrei sentito anch'io.
- Crac, crac! Il rumore mi fece sussultare. Sorrisi. Era la vecchia rana toro che ci diceva ancora del suo crac finanziario. Alzai gli occhi al cielo, era di un azzurro freddo e caliginoso che prometteva un caldo imminente.
Ancora nessun uccello. Mi agitavo impaziente. Nan ficc il suo bastone nella terra e disse: - Sar qui presto - Parlava con molta sicurezza.
Improvvisamente il cortile si riemp di un acuto suono trillante. I miei occhi ispezionarono gli alberi. Non riuscivo a vederlo, ma il suo canto era l. La musica, di colpo, cos come era cominciata, s'interruppe.
Nan mi sorrise e disse: - L'hai sentito? Hai sentito il canto dell'uccello?
- L'ho sentito, Nan - sussurrai intimorita.
Era stato un momento veramente magico. Tirai un sospiro. Adesso ero con Pap, e gli ospedali non lasciavano posto alla magia. Serrai i denti, appoggiai il mento sul petto e di sottecchi guardai di nuovo Mamma e Pap. Sembravano entrambi nervosi. Mi chiesi per quanto tempo fossi rimasta a sognare a occhi aperti. Mamma si allung e accarezz il braccio di Pap.
- Come ti senti, caro? Voleva sempre sapere come stava.
- Come accidenti credi che stia? -. Era una domanda stupida, lui non migliorava mai.
Sono spalle da pellicano, pensai, mentre lo guardavo inarcarsi in avanti sulla sua sedia. Le sommit delle sue spalle sporgevano come quelle dei pellicani. Mi chiesi se pure le mie fossero cos. Allungai la testa per vedere. Si. Erano abbastanza simili, anche i miei gomiti erano appuntiti. Io e Pap avevamo molte cose in comune.
Le dita di Pap presero a stringere e ad allentare i braccioli della sedia. Per essere un uomo aveva le mani magre. Mi ricordai che qualcuno una volta aveva detto:
- Tuo padre  un giovanotto abile -. Avevo preso da lui la mia capacit di disegnare? Non avevo mai visto Pap disegnare o dipingere, ma avevo visto una lettera che aveva scritto una volta ed era bellissima. Adesso sapevo che avrebbe avuto problemi a scrivere qualsiasi cosa; le mani non gli smettevano mai di tremare. A volte mi toccava persino accendergli le sigarette.
Spostai lo sguardo, dalle sue mani su per tutta la lunghezza delle braccia, fino al viso. Capii che aveva perso
altro peso e mentre me ne rendevo conto mi aumentarono i battiti del cuore. Pap not il mio sguardo: lui era sempre pi pallido e le fosse sotto gli zigomi sempre pi marcate. Solo quegli occhi nocciola, a me familiari, erano rimasti gli stessi, confusi, umidi, che mi guardavano.
- Ti sto facendo una cosa - disse nervosamente. - Vado a prendertela -. Scomparve nella corsia e ritorn qualche minuto dopo con una piccola borsa a tracolla blu di pelle. C'era una striscia marrone tutt'intorno tranne che nell'ultima parte della cinghia che non era ancora del tutto finita. Non appena me l'ebbe poggiata delicatamente sulle ginocchia, Mamma disse allegra: - Non  stato bravo Pap a farti questa cosa? Fissai la borsa. Mamma interruppe i miei pensieri dicendo: - Non ti piace?
Ero intrappolata. Biascicai un si tentennante, e feci scivolare lo sguardo dalla borsa all'ampia distesa di erba verde l vicino. Volevo nascondere la faccia di modo che Pap non la vedesse. Avevo voglia di strillare: - No! No, non credo che Pap sia tanto abile. Chiunque avrebbe potuto fare questa borsa. E neanche lui pensa che sia questa gran cosa!
Quando mi rigirai, sia Mamma che Pap stavano fissando il vuoto.
- Possiamo andare adesso, Mamma? -. Dissi con un tono di colpa nella voce. L'avevo veramente detto? Mentre aspettavo la loro reazione, gli occhi mi si spalancarono. Poi mi accorsi che neanche mi guardavano; fissavano entrambi l'erba. Tirai un lento e indistinto respiro di sollievo. L'ultima volta che avevo posto quella domanda a voce alta, Mamma si era sentita in imbarazzo e si era arrabbiata, mentre Pap, invece, era rimasto in silenzio. Adesso stava in silenzio. Che occhi tristi, davvero tristi.
La campanella dei visitatori suon all'improvviso. Volevo saltar su, per mi costrinsi a rimanere seduta e ferma. Sapevo che a Mamma non sarebbe piaciuto se fossi sembrata troppo ansiosa di andare via. Infine
Mamma si alz, e mentre salutava allegra Pap, saltai su dalla sedia. Il dietro delle mie gambe doveva assomigliare a un passaggio pedonale; sentivo i segni che le stecche dure della sedia mi avevano lasciato sulla pelle.
Mentre attraversavamo la corsia, gli uomini dissero a gran voce:
- Come? Ve ne andate di gi?
- Mica sei rimasta tanto, ragazzina.
Il vecchio soldato con la Fantail sorrise. Teneva ancora le caramelle in mano. Si esibirono tutti in un grande arrivederci fatto di braccia che salutavano, e una volta fuori nel corridoio vuoto, proprio dopo aver attraversato Le Porte, una voce disse: - Ti aspettiamo la prossima volta, ragazzina.
Un'aria fresca e forte soffi dal finestrino dell'autobus per tutta la strada del ritorno. Continuavo a pensare: pu una persona avere le rughe dentro? Non avevo mai sentito gli adulti parlare di una cosa simile, ma era cos che mi sentivo. Come se le parti dentro di me avessero bisogno di una stirata. Spinsi il viso nel vento e lo sentii rombare su per le narici e gi per la gola. Con fredda risolutezza cerc e cattur le mie riluttanti rughe interiori, e le gett sulla strada che scorreva. Chiusi gli occhi, mi rilassai e respirai a fondo. Poi, come in un flash, vidi il volto di Pap. Quegli occhi tristi e silenziosi. Non l'avevo ingannato. Lui sapeva che cosa stavo pensando.
Pap torn a casa per poco tempo qualche settimana pi tardi, e poi, nel gennaio seguente, nel 1957, Mamma apparve sulle scale di casa con un altro beb. Il quarto. Ero davvero arrabbiata con lei. Mi mostr quel fagotto bianco e disse:
- Non  un meraviglioso regalo di compleanno, Sally, che il tuo fratellino sia nato nel tuo stesso giorno? Ero disgustata. Bella roba ricevere quello per il compleanno. E poi l'atteggiamento di Pap proprio non lo capivo. Sembrava veramente contento che David fosse arrivato!

Note.
1. Marca di caramelle sul cui involucro erano sintetizzate le storie dei divi del cinema.
2. (Eucayptus Marginata). Albero di legno duro nativo dell'Australia occidentale.


Capitolo II.
LA FABBRICA.

Mamma chiacchierava allegramente mentre mi accompagnava lungo il sentiero asfaltato, e poi attraverso l'ingresso principale che dava sui grigi edifici di legno e amianto. Bast uno sguardo per convincermi che, come L'Ospedale, questo era un luogo pensato a tirar fuori lo spirito dalla vita.
Dopo aver fatto il giro dei gabinetti, ci sedemmo sul gradino in basso della veranda. Ero certa che Mamma non mi avrebbe lasciata in un posto orrendo come questo, cos mi sedetti paziente, in attesa che mi riportasse a casa.
- Hai preso il panino? -. Chiese nervosamente quando si accorse che la stavo fissando.
- Si.
-  un fazzoletto pulito?
Feci di s con la testa.
- E il tuo astuccio con le cose per il bagno?
- Ce l'ho.
- Ah! - Mamma si ferm. Poi, fissando il vuoto, disse vivace: - Sono certa che qui ti piacer.
Campanello d'allarme. Conoscevo quel tono di voce, sapevo che era lo stesso di quando diceva che Pap migliorava. Mi resi conto che non c'era speranza.
- Mi lasci qui, vero?
Mamma sorrise colpevole. - Ti piacer qui. Guarda quanti ragazzini della tua stessa et. Ti farai un sacco di amichetti. Tutti i bambini un giorno devono andare a scuola. Stai diventando grande.
- E allora?
- Allora, quando compi sei anni, devi andare a scuola:  la legge. Anche se lo volessi, non potrei tenerti a casa. Adesso non fare la stupida, Sally, io resto con te finch non suona la campanella.
- Che campanella?
- Ah... suonano una campanella quando  ora di mettersi in fila per entrare in classe. E pi tardi, suonano una campanella quando  ora di andare via.
- Quindi passer tutto il giorno ad aspettare che suoni la campanella?
- Sally - Mamma era sull'orlo dell'esasperazione - non fare cos. Qui imparerai delle cose e ti insegneranno a fare le addizioni. E poi ti piacciono le storie, no? Qui ti racconteranno delle storie.
Proprio in quel momento, una signora alta e di mezza et, con i capelli della forma e del colore dei maccheroni, emerse dalla prima aula dell'edificio.
- Posso avere la vostra attenzione, prego? - disse a voce alta. Immediatamente tutti smisero di parlare. - Io sono Miss Glazberg.
Dal mio punto di osservazione sul gradino in basso, sbirciai lentamente le sue gambe lunghe e possenti e sotto la sua gonna. Mamma mi diede un colpetto sulla spalla che mi fece girare. Pensava che fossi troppo curiosa.
- Tra breve suoner la campanella - disse la signora alta a tutte le madri - e quando questo accadr, voglio che diciate ai vostri figli di formare una fila dritta sul campo giochi asfaltato. Spero che pure voi, bambini, abbiate sentito. E io controller chi di voi star pi dritto. E sar grata se le mamme si allontaneranno velocemente e in silenzio dopo che i bambini si saranno messi in fila. In quel modo, avr il tempo necessario per sistemarli e conoscerli.
Lanciai a Mamma un'occhiataccia.
- Vengo con te fino alla fila - disse sussurrando.
La campanella suon all'improvviso, un trillo forte e terrificante. Mi aggrappai al braccio di Mamma.
Lentamente mi condusse dove gli altri bambini cominciavano a radunarsi. Mi tolse le mani dal suo braccio, ma io le agguantai il lembo del vestito. Alcune delle madri cominciavano ad allontanarsi secondo le istruzioni, e salutavano con la mano mentre se ne andavano. Un ragazzino davanti a me cominci a piangere. Improvvisamente venne da piangere pure a me.
- Su, forza, questo adesso proprio non ci vuole - disse Miss Glazberg mentre liberava il vestito di Mamma dalla mia stretta.
- Adesso devo andare, tesoro - disse Mamma con tono esasperato.
Miss Glazberg cerc di staccare le mie dita avviluppate alla coscia di Mamma, e disse: - Saluta la Mamma -. Era troppo tardi, Mamma si era gi voltata ed era fuggita al sicuro nella veranda.
- Mamma - gridai mentre lei saliva l'ultimo gradino di legno
- Mamma!
Si gir rapidamente e fece un cenno di saluto, ma nel frattempo cadde in malo modo sull'ultimo gradino in alto. Non provai alcuna piet per la sua caviglia ferita e neanche per le lacrime che aveva agli occhi.
- Mamma!, gridai mentre se ne andava zoppicando.
- Torna indietro!
Nonostante Miss Glazberg mi incitasse a seguire il resto dei bambini all'interno, rimasi saldamente radicata al campo giochi asfaltato, gridando e tenendo stretto il mio astuccio di plastica a pois con le cose per il bagno e un panino al Vegemite(3).
All'inizio del secondo trimestre a scuola avevo imparato a leggere e nella mia classe ero quella che leggeva meglio. La lettura mi apriva nuovi orizzonti, ma stimolava anche una fame che la scuola non era in grado di saziare. Miss Glazberg non vedeva la ragione per cui dovessi avere un nuovo libro quando il resto della classe era ancora alle prese con quello vecchio. Ogni giorno ero costretta a sopportare le stesse vecchie avventure di Nip e Fluff, e ogni giorno mi ritrovavo con gli occhi puntati in fondo alla classe dove si trovava una piccola biblioteca.
Diedi un tale tormento a Mamma che alla fine tir fuori il coraggio per chiedere alla mia insegnante se potessi avere un nuovo libro. Davvero coraggioso da parte sua. Mi sentivo molto orgogliosa. Sapevo che lei detestava avvicinare la mia insegnante per qualsiasi ragione.
- Mi dispiace, tesoro - mi disse Mamma quella sera - la tua insegnante mi ha detto che avrai un nuovo libro quando passerai in seconda.
A casa nostra non c'erano molti libri, ma c'erano moltissimi giornali vecchi e cominciai a provare a leggere quelli. Un giorno, in una scatola che era nella lavanderia, trovai i manuali di idraulica di Pap. Riuscivo a comprendere alcune delle figure, ma le parole erano troppo difficili.
Verso la fine del secondo trimestre, Miss Glazberg ci disse che ci sarebbe stata una serata in cui i genitori sarebbero venuti a scuola a vedere i nostri lavori. Quindi, anzich i nostri soliti fogli di carta da macellaio, distribu dei rettangoli bianchi e puliti, piatti da una parte e lucenti dall'altra. Guardai con spavento il mio foglio, era bello e ansioso di ricevere su di s un bel disegno.
- Adesso, bambini, voglio che diate il meglio di voi stessi. Dovrete disegnare vostra madre e vostro padre, e solo i migliori verranno scelti per la serata dei genitori.
Nella mia mente non c'era alcun dubbio: il mio sarebbe stato tra i pochi prescelti. Con grande concentrazione e determinazione meditai sul mio foglio, e disegnai nei minimi dettagli i miei genitori. Con il braccio coprivo la mia opera di modo che nessuno potesse copiarla. All'improvviso sentii una mano che mi bussava sulla spalla e Miss Glazberg che diceva: - Fammi vedere il tuo, Sally -. Mi appoggiai indietro sullo schienale della sedia.
- Oh, Dio santo! - borbott mentre si batteva il petto. - Oh, Dio mio. Oh, no, tesoro, non cos. Di certo non cos.
Prima che riuscissi a fermarla, aveva gi preso il mio foglio ed era tornata velocemente alla cattedra.
Restai a guardare sgomenta mentre mia madre, con il grosso seno e gli ampi capezzoli, e mio padre, ben piazzato, scomparivano accartocciati nel suo cestino dei rifiuti personale. Mi sentivo ferita e imbarazzata, i bambini intorno a me sghignazzavano. Non mi era proprio passato per la mente che bisognava disegnarli con i vestiti addosso.
All'inizio del terzo trimestre avevo maturato un vivo disprezzo per la scuola. Mi sentivo sola e annoiata. Anche se gli altri bambini parlavano con me, trovavo difficile rispondere.
Neanche Pap mostrava molto interesse per quello che facevo a scuola. Non mi chiedeva mai come andavo
o se avevo problemi. In realt l'unico contatto ravvicinato che Pap ebbe con la mia istruzione fu un incontro brutale con la mia matita nera.
Ero seduta sul nostro vecchio divano di velluto e stavo temperando la matita per la scuola e, quando decisi di essere soddisfatta della sua punta affilata, arriv Pap e si pieg per sedersi sul bracciolo del mio posto. Senza pensarci, drizzai la matita con la punta all'ins e rimasi a guardare mentre il sedere blu scendeva. Al contatto Pap salt su sofferente e bestemmi a voce alta. Mentre girava su se stesso, mi aspettavo che me le suonasse. Con mio enorme stupore, tutto quello che riusc a fare fu farfugliare un:
- Va' nella tua stanza!
- Perch mai l'hai fatto, Sally? - chiese Mamma mentre mi accompagnava lungo il corridoio che portava dal soggiorno alla camera da letto che dividevo con Jill e Billy. Davvero non lo sapevo. Curiosit su causa ed effetto, suppongo.
Adesso che ero a scuola godevo di certi privilegi. Quello migliore era di poter stare alzata pi a lungo degli altri e cenare insieme a Pap. Lui adorava i frutti di mare. Aveva un compagno di bevute che possedeva una barca, e se la pesca andava bene, ci arrivavano dei gamberi. I gamberi polposi e bianchi con pomodoro, inzuppati nell'aceto erano il piatto preferito di Pap. All'inizio odiavo il sapore dell'aceto, ma pian piano mi ci abituai. Stavo attenta a non mangiare troppo, sapevo quanto i gamberi piacessero a Pap. Era un momento felice quello, gamberi e pomodoro, Pap e io.
Sapevo che alcuni gusti di Pap erano un'eredit della guerra. In particolare quello era legato al tempo in cui i partigiani italiani l'avevano protetto dai tedeschi. Sapevo tutto, io, della guerra. Pap mi aveva raccontato dei suoi amici Giuseppe e Maria, e della loro figlia Edmea. Mi aveva insegnato a cantare l'inno comunista in italiano. E pensavo di essere molto brava perch sapevo cantare in un'altra lingua.
Passavamo dei bei momenti a quei tempi. Certe sere Pap nascondeva dei cioccolatini nelle tasche profonde della sua tuta da lavoro e noi potevamo andare a ripescarli. A volte rideva e scherzava, e quando imprecava, sapevamo che non lo faceva con cattive intenzioni.
Pap entrava e usciva dalle nostre vite. Spesso era in Ospedale per periodi che andavano da pochi giorni a un mese, e il periodo pi lungo in cui restava a casa tutto in una volta poteva essere di tre mesi, ma di solito era molto meno. I primi giorni in cui ritornava dall'Ospedale era talmente sotto l'effetto dei farmaci che non riusciva a comunicare molto. Poi, per un po', sembrava che stesse bene, ma rapidamente peggiorava. Rimaneva nella sua stanza, beveva pesantemente ed evitava di frequentarci. E ben presto era di nuovo in Ospedale.
Di mestiere Pap faceva l'idraulico, ma quando stava a casa era spesso disoccupato. Ogni volta che tornava dall'Ospedale era costretto a cercare un altro lavoro. Mamma provvedeva all'unica entrata con vari lavori part-time, soprattutto di pulizia.
Quando Pap era felice, desideravo che non cambiasse mai. Volevo che fosse cos per sempre, ma c'era sempre la guerra. Proprio quando sembrava che le cose andassero meglio, questa si intrometteva e ci sopraffaceva. Per Pap la guerra non era mai finita. Lui ci viveva insieme notte e giorno. Era una cosa strana, perch mi aveva detto di come fosse importante essere liberi, e sapevo che l'Australia era un paese libero, ma Pap non era libero. Nella sua testa c'erano cose che non volevano
andarsene. A volte avevo l'impressione che se avesse potuto alzarsi e fuggire da se stesso, l'avrebbe fatto.
Parte dei motivi per cui mi sentivo cos infelice a scuola probabilmente era perch mi preoccupavo di ci che succedeva a casa. A volte ero talmente stanca che avrei voluto solamente appoggiare la testa sul banco e dormire. Di notte dormivo bene solo quando Pap era in Ospedale: allora non c'erano discussioni.
Quando Mamma e Pap discutevano restavo sveglia, e pure Nan. Avevo stretto un patto segreto con me stessa. Da sveglia ero l'angelo custode dei miei genitori, ma addormentata il mio potere svaniva. Mi preoccupavo che, una notte, sarebbe potuto succedere qualcosa di terribile e non sarei stata sveglia per impedirlo. Ero convinta di essere tutto quello che c'era tra loro e un terribile baratro.
Certe notti mi sforzavo di capire di cosa stessero discutendo ma, dopo un po', le loro voci non si distinguevano pi l'una dall'altra e si fondevano alla mia rabbiosa rinuncia a capirle. Era allora che ricorrevo al cuscino. Me lo tiravo stretto sulla testa e cercavo di allontanare il rumore.
Ero grata che Pap non picchiasse Mamma. Tuttavia, una sera, le diede una spinta e lei cadde. Quella sera avevo avuto il permesso di restare alzata, ed ero accovacciata sul pavimento della cucina e sbirciavo attraverso lo stipite della porta per vedere cos'era successo. Mamma giaceva raggomitolata. Mi domandai perch non si alzasse. Guardai Pap, era cos alto che sembrava non finisse mai. Si pass la mano tra i capelli, guard in basso verso di me ed emise un gemito. Imprecando tra i denti, pass sgarbatamente accanto a Nan e barcoll verso la sua stanza nella veranda nel retro. Mi dispiaceva per Pap. Lui si odiava.
Nan corse all'ingresso e si precipit su di Mamma. Mentre l'aiutava ad alzarsi, lei emetteva dei suoni affettuosi. Non parole, solo suoni. Credo sia quella la Nan che mi ricordo dei primi anni, quella che si precipitava e poi aspettava che succedesse qualcosa.
Rimasi seduta sul pavimento della cucina ancora per qualche minuto, poi strisciai senza far rumore nella stanza di Mamma. Appoggiai la schiena addosso al freddo muro a intonaco e osservai Nan mentre si dava un gran da fare nel rimboccarle le coperte tutt'intorno. Gli occhi di Nan erano spaventati, e tutto il labbro inferiore sporgeva all'infuori e verso il basso. Lo vedevo spesso sporgere in quel modo. Non era, altrimenti, una che mostrasse molto le emozioni.
Mi sforzai di pensare a qualcosa da dire per aggiustare le cose, ma avevo le labbra incollate. Alla fine Nan disse: - Se non hai niente da dire, vattene a letto!
Me la filai di corsa.

Note.
3. Crema a base di estratto di lievito e sale.


Capitolo III.
NELL'ESERCITO SAR.

Il compito di iscrivere a scuola, l'anno dopo, un altro membro della nostra famiglia ricadde ancora una volta su Mamma. Ero contenta che Jill cominciasse la scuola, avevo la convinzione che, con lei l, non mi sarei sentita tanto sola.
Unendoci ai gruppetti di bambini e genitori che quella mattina si dirigevano a scuola, osservai Jill con curiosit. La prospettiva di stare via da casa non sembrava n eccitarla n intimidirla. Diedi alla sua calma il valore dell'ignoranza, ed ero certa che, una volta arrivate nelle vicinanze della scuola, Jill sarebbe crollata.
- Non  un bel giardino quello della scuola, Jilly? - comment Mamma mentre svoltavamo l'ultimo angolo e ci avvicinavamo all'entrata.
- S, pure noi abbiamo rose come quelle.
Aguzzai la vista ma non c'erano lacrime all'orizzonte. Ah, beh, pensai, aspetta che Mamma se ne sia andata, poi altroch se ci saranno.
Mamma mi lasci all'ingresso della mia nuova classe, poi prese Jill per mano e disse: - Andiamo, ti faccio vedere i gabinetti.
- Tu vieni, Sally? - domand Jill.
- Noo, l'ho visti l'hanno scorso. Chiedi a Mamma di farti vedere i gabinetti dei maschi. L non ci sono mai stata.
- Non fare la scema, Sally, Jilly non vuole vedere i gabinetti dei maschi.
- E invece si che voglio!
La osservai quando, pochi minuti dopo, Jill riemerse dal suo giro dei gabinetti.
- E adesso che devo fare? - chiese mentre mi veniva dietro su nella veranda.
- Ah, si, bisogna aspettare la campanella. Quella  la tua classe. Va' a sederti con Mamma sui gradini, lei resta con te finch non suona la campanella, ma non resta mica tutto il giorno.
- Okay -. Scrutai il suo viso. Poverina, pensai, ancora non  sprofondata.
Jill torn indietro e si lasci cadere sul gradino della veranda. Restai a guardare mentre Mamma le sorrideva nello stesso identico modo in cui aveva sorriso a me l'anno prima. Jill rispondeva sorridendo. Di fatto Mamma l'aveva convinta che la scuola le sarebbe piaciuta. Certe volte mia sorella era proprio una credulona.
Nel giro di pochi minuti trill forte la campanella. Mamma fece un cenno di saluto con la mano e cominci a muoversi. Rimasi sconvolta quando Jill prese tranquillamente posto nella fila che si stava formando davanti alla sua classe.
Poco prima che Mamma sparisse completamente di vista, la vidi gettare un'occhiata ansiosa verso la fila della prima classe. Adesso, Jill, adesso! Pensai. Era il momento perfetto. Per una qualche ragione, Jill percep il mio interesse, si volt verso di me e mi salut allegramente. Soffrivo disperata. Ovviamente era pi tonta di quanto avessi sospettato. - Mamma se ne va adesso - gridai, ma lei era troppo occupata a chiacchierare col ragazzino davanti a lei per poter rispondere.
Guardavo con un misto di invidia e sorpresa mentre lei continuava a parlare con gli altri bambini. Non ne conosceva nessuno, e tuttavia sembrava che in qualche modo si trovasse in un ambiente familiare. A quel punto capii che in fatto di scuola, io e Jill non ci saremmo mai trovate d'accordo.
Il mio sogno a occhi aperti venne interrotto bruscamente da una voce profonda e lagnosa che diceva: - Tu, ragazzina, tu con le trecce lunghe, vieni qui e fa' attenzione. Fui colta dall'imbarazzo: ero stata talmente presa a guardare Jill che non mi ero accorta che pure i miei compagni avevano formato una fila.
La mia nuova insegnante cominci lentamente a camminare lungo la fila, ispezionando scrupolosamente ognuna delle sue quaranta persone. - State dritti. Pancia in dentro, petto in fuori, mento in alto Con il suo righello di legno mi diede un colpetto leggero al mento. Cercavo di seguire le sue istruzioni, ma mi trovai a piegarmi cos tanto che per poco non caddi all'indietro.
Entrammo in classe in silenzio e la presenza di ognuno di noi venne debitamente segnata nel registro. Al termine di questa operazione, la nostra insegnante si sollev in tutta l'altezza, senza traccia di seno, del suo metro e ottanta e disse: - Io... sono Miss Roberts -. A parte la pausa dopo la parola io, parlava in modo rapido e molto, molto chiaro.
- Adesso, bambini, io... distribuir dei libri di lettura. E mentre lo faccio, voi resterete muti come pesci. Poi controlleremo che abbiate portato le cose che avreste dovuto portare.
Sorrisi tra me e me. Dopotutto non sarebbe stato cos male, era in arrivo il mio nuovo libro.
Attesi con ansia mentre Miss Roberts and prima lungo una fila e poi lungo l'altra. Quando finalmente raggiunse il mio banco, ero praticamente al colmo dell'eccitazione. Mise il mio libro sul banco e non ce la feci a trattenere un lamento ad alta voce. Sembrava che Dick, Nora, Nip e Fluff fossero in qualche modo riusciti a essere promossi in seconda.
In un certo senso mi facevano pena. Nessuno di loro viveva vicino a una palude, e non c'era traccia di uccelli selvatici, serpenti o iguane. Tutto quello che facevano era andare al negozio di giocattoli e giocare a palla con Nip. Mi rassegnai a un altro anno di noia.
Non c'era paragone tra Miss Roberts e la mia insegnante di prima. Se Mamma provava un po' di disagio ad avvicinare Miss Glazberg, quando si trattava di Miss Roberts era decisamente terrorizzata.
- Miss Roberts  mai stata nell'esercito, Mamma? - le chiesi un pomeriggio.
- Che razza di domanda, come ti viene in mente?
- Beh, a volte si comporta come un uomo.
- Quando?
- Quando ci mettiamo in fila per entrare in classe. Non ci fa entrare se non siamo tutti belli dritti e impalati. Ci d dei colpetti sulla pancia e dice: Pancia in dentro, petto in fuori, sguardo in avanti. Pap mi ha detto che nell'esercito ti fanno cos.
Mamma rise, chiaramente pensava che stessi ancora esagerando. Comunque, la settimana seguente, mi confid durante la cena che pareva proprio che Miss Roberts fosse stata nell'esercito femminile. Glielo aveva detto uno degli addetti alle pulizie della scuola. Trovai questa informazione di grande interesse. Pap parlava spesso dell'esercito. Era stato troppo anticonformista per prendere la vita militare in modo naturale. Adesso capivo come si sentiva. Neanche a me piaceva farmi dire cosa dovevo fare.
Da quel momento in poi, ogni volta che marciavo in classe, cantavo sottovoce una vecchia canzoncina militare che mi aveva insegnato Pap:
Nell'esercito sar
E la vacca munger;
La vacca scoreggi e io volai,
Dall'esercito son fuori ormai!
A me, Jill e Billy piacevano le canzoni sconce. Spesso marciavamo intorno al cortile cantando proprio quella canzone l. Billy batteva sul suo vecchio tamburo di latta mentre Jill e io facevamo finta di suonare trombe militari. Sapevo pure suonare la sveglia. Mettendo un pezzo di carta su un pettine e soffiandoci sopra, potevo produrre una sorta di suono acuto di scoreggia che poi sapevo manipolare in una melodia riconoscibile. Avevo imparato a suonare diverse melodie sul pettine, ma la sveglia era la mia preferita.
Verso la fine del primo trimestre, ebbi un confronto con Miss Roberts che per il resto dell'anno spazz via ogni possibile traccia di fiducia che avevo in me stessa.
Le nostre sedie di scuola erano fatte di una pesante intelaiatura metallica con delle stecche di legno di jarrah, distanziate tra di loro, sul sedile e sullo schienale. Per me si rivelarono una sventura, perch un giorno, dopo essere stata per ore con la mano alzata, o almeno cos mi sembrava,
per attirare l'attenzione di Miss Roberts, non riuscii a trattenermi e me la feci addosso.
Miss Roberts era tutta presa a correggere i nostri ultimi compiti in classe e non si era accorta del mio braccio che si dimenava disperatamente. Ma una di quelle ragazzine perfettine, dai capelli puliti e senza carie, cominci a cantilenare: - Te la sei fatta sotto, te la sei fatta sotto!
- E invece no - negai rabbiosamente -  solo acqua quella sotto la sedia.
- S, come no, e allora come mai hai inzuppato tutti quei fazzoletti che ci sono sopra? -. Mi aveva colta in castagna.
A questo punto, tutti i ragazzini intorno a me avevano cominciato a sghignazzare.
Miss Roberts alz gli occhi dietro la montatura di corno e disse risoluta: - Silenzio, per favore! Ci fiss ancora per qualche secondo, ovviamente in attesa che il suo sguardo aquilino sortisse il solito effetto. Quando l'ultimo sghignazzo venne sghignazzato, spinse indietro la sua solida sedia di legno, tir un lungo respiro e disse: -Io... ho un annuncio da fare.
Eravamo molto colpiti dall'uso che Miss Roberts faceva della parola io. Per tutto il trimestre mi ero convinta che Miss Roberts fosse persino pi importante della direttrice.
- Io... ho appena terminato di correggere i vostri compiti in classe -. Dopo questa affermazione cadde il silenzio pi assoluto. Sotto il regno di Miss Roberts, i nostri compiti in classe settimanali avevano assunto una grande importanza. Eravamo tutti ansiosi di sentire chi avesse fatto fiasco questa volta.
- Io... devo lodare tutti per lo sforzo fatto. Tutti tranne Rrrodney -. Arrotava sempre la R quando diceva Rodney. Uno avrebbe pensato che fosse il suo favorito, vista l'enorme attenzione che gli dedicava. In realt era l'esatto contrario: Rodney non faceva mai bene niente.
- Rrrodney - continu - quante volte ti ho detto che sedere si scrive s-e-d-e-r-e e non c-u-l-o!
Rodney fece una smorfia e tutti noi ridacchiammo, ma lo sguardo disgustato di Miss Roberts ristabil subito l'ordine tra di noi. Lei disprezzava tutto ci che fosse anche minimamente grossolano. Nei confronti di Rodney provavo un'ammirazione fatta d'invidia. Erano tre settimane che scriveva sedere in quel modo. Era il genere di persona che mi andava a genio.
- Adesso - disse in modo da attirare la nostra attenzione, facendoci tirare su ben dritti - dov' Sally, uhmmm? -. Appoggi il mento sul petto e scrut intorno alla classe nel tentativo di individuare la mia indefinibile faccia marrone in mezzo a quel mare di quaranta sorrisi che sapevano. - Ah, eccoti, tesoro -. Mi ero rannicchiata dietro la ragazzina di fronte, con le mani infilate tra le gambe nel tentativo di prevenire ulteriori rivoli.
- Per la prima volta quest'anno, Sally  riuscita a terminare il suo compito in modo corretto, e questa settimana  l'unica a esserci riuscita Pausa, prese tempo affinch la grandezza del mio risultato fosse ben recepita. Tutti sapevano quello che sarebbe successo dopo, e prendendo per impazienza pernacchie soffocate e risatine, disse: - Beh, dai Sally. Vieni qui davanti e alza il tuo quaderno... vedo che la classe  ansiosa di guardare il tuo lavoro.
Miss Roberts attese paziente fin quando non mi alzai con cautela. Frettolosamente misi la parte bagnata del vestito il pi possibile all'indietro, tenendola saldamente raccolta nella mano sinistra. Con le ginocchia unite e il gomito sinistro che sporgeva in una angolazione diversa dietro la schiena, avanzai con scatti spasmodici. Per fortuna Miss Roberts stava ammirando il mio quaderno dei compiti, e quindi non si trov ad affrontare la visione del mio corpo contorto.
- Io... voglio che tu lo tenga in alto verso la classe di modo che tutti possano vederlo. Guarda come sono ansiosi di vedere un compito che ha totalizzato il massimo dei voti!
Afferrai il mio quaderno con la mano destra e mi piegai il pi possibile lontano da Miss Roberts per timore che sentisse la puzza per la condizione in cui mi trovavo..
Il mio corpo sgraziato deve averla messa in allarme sul fatto che c'era qualcosa che non andava, perch di scatto e in modo impaziente disse: - Tieni il quaderno con tutte e due le mani! E metti gi il vestito, non ci interessa vedere le tue mutande!
Un'ondata di risatine travolse la classe. Mentre allisciavo la gonna del mio vestito blu, le grosse e sensibili narici di Miss Roberts si allargarono violentemente, e lei annus con disgusto.
Mi afferr per il polso e mi trascin al banco, quindi, indicando la pozza oltraggiosa, domand: - E da dove vengono tutti quei fazzoletti? -. Sollev il ripiano del banco e con voce stridula disse: - Oh, no! Qui ce ne sono altri! -. Ero veramente imbarazzata. Ovviamente non sapeva con cosa prendersela prima, con la pila di fazzoletti sporchi ammucchiati vicino alla vaschetta strapiena dei trucioli di matite temperate, con la mia collezione di bucce d'arancia indurite o con il vecchio torsolo di mela ormai marrone e vicino alla muffa.
Scosse la testa incredula e borbott: - Sporca ragazzina che non sei altro! -. Mi trascin nuovamente davanti alla classe e mi butt fuori dalla porta.
- Fuori, in questa classe non ci rientri. Siediti l fuori e asciugati.
Mi sedetti bagnata e sola sulla panchina dura di legno di jarrah.
Dopo quell'incidente, il mio atteggiamento nei confronti della scuola prese un ancor pi rapido andamento verso il basso. Mi sentivo diversa da tutti gli altri bambini della classe. Loro erano la brigata linda e pinta, io la delinquente impiastricciata.


Capitolo IV.
QUELLI CHE BEVONO.

Le cose non andavano meglio neanche a casa. Pap beveva pi di quanto mangiasse, ed era magro.
Aveva smesso persino di cercarsi un lavoro e passava pi tempo in Ospedale che a casa. Se ne erano andati quei giorni in cui, per farci giocare, ci portava a casa dei pulcini soffici. C'era un tempo in cui non riusciva a passare davanti alla vetrina di un negozio di animali senza comprare una dozzina di pulcini. Viveva ancora con addosso la sua tuta blu da lavoro preferita, ma nelle tasche non ci nascondeva pi i cioccolatini al latte della Nestl. Adesso era lui che si nascondeva. Quando stava a casa, non usciva mai dalla sua stanza. L'unica cosa che sembrava interessarlo era il pub.
Il nostro pub locale si chiamava il Raffles, si trovava sulle rive del fiume Swan, e aveva una vista mediterranea. Pap era conosciuto al Raffles. C'era un folto gruppo di soldati reduci che andavano l a bere. Era come un club. Date a Pap un paio di birre gi al Raffles insieme ai suoi compagni, ed eccolo subito in un altro mondo. Si dimenticava di noi e di Mamma, diventava uno dei ragazzi.
Noi bambini andavamo spesso al pub con Pap. Mentre lui si divertiva nel bar, noi restavamo seduti in macchina, annoiati e dimenticati.
L'estate era anche peggio. Pap tirava sempre su i finestrini e chiudeva tutte le portiere nel caso qualcuno cercasse di portarci via. Ci proibiva in modo assoluto di metter piede fuori dalla macchina. Tali precauzioni facevano si che nelle calde serate d'estate per poco non soffocavamo.
Una sera d'estate, non ce la feci pi. Pap era via da
secoli e ormai avevo abbandonato la speranza che tornasse con un sacchetto di patatine. In qualche modo il profumo pulito e dolce del fiume Swan riusc a penetrare il vetro e i confini di metallo. Come il filo di una nuvola in una serata di nebbia, mi aleggiava intorno alle spalle e alla testa e mi invitava ad andare.
- Andiamo a giocare gi al fiume - dissi all'improvviso. - Tanto Pap le patatine non ce le porta. Non se ne accorger neppure che ce ne siamo andati.
- Ma dobbiamo restare in macchina - disse Jill guardandomi dubbiosa. Due trimestri a scuola le erano bastati per diventare un'accanita sostenitrice delle regole.
- Senti, Jill, non c' bisogno di starsene qui ad aspettare, sperando che arrivi con qualcosa. Si  dimenticato di noi un'altra volta. Che tu venga o no, io ci vado.
Il solo pensiero di una sguazzata nell'acqua era troppo per Billy, che salt gi insieme a me. Jill ci segu riluttante. Sgattaiolammo velocemente nell'affollato parcheggio fino alla spiaggia sabbiosa. Ci schizzammo con l'acqua, ridemmo e costruimmo castelli di sabbia ornati di legnetti e pezzi di alghe.
Proprio durante la costruzione di un elaborato fossato, una sagoma alta si profil sopra la sabbia.
- Che diavolo state facendo quaggi. Vi avevo detto di rimanere in macchina -. Pap avanz minaccioso e noi rimanemmo impietriti.
Improvvisamente gridai: - Beh, cosa ti aspettavi che facessimo, che restassimo seduti in macchina tutta la sera? Sei sparito per ore e non ci hai portato le patatine! - . Mi fermai di colpo, con la bocca spalancata. Da dove mi veniva questo coraggio improvviso? Avevo spesso pensieri violenti, ma di solito me li tenevo per me. Ora avevo parlato.
Per fortuna Pap rimase sorpreso quanto me. Si ferm e rest a guardarci l in basso. Il suo sguardo assimil tre castelli di sabbia fatti alla bell'e meglio e l'inizio di un elaborato sistema di irrigazione. Senza dire un'altra parola, ci riport in silenzio alla macchina e poi a casa.
La sera seguente, restai a casa con Mamma. Avevo deciso che le possibilit di rimediare un pacchetto di patatine erano davvero poche. Billy e Jill insistettero per andare con Pap. - Resteranno dentro la macchina per un'altra dose di noia - dissi a Mamma mentre li salutavamo con la mano.
Quella sera Pap rientr presto. Era furioso. A quanto pare, Jill si era talmente annoiata che era entrata nel pub alla ricerca di Pap. Qualcuno l'aveva messa sul bancone e aveva detto: - D'accordo, a chi appartiene questa qua? -. Non era da Jill e, agli occhi di Pap, si trattava di un peccato imperdonabile. Il pub era il suo dominio. Si sentiva come se lei l'avesse fatto vergognare di fronte ai suoi compagni.
Anche i fratelli di mio padre erano dei grandi bevitori, e orgogliosi di esserlo. L'unico che sembrava diverso era Zio John: era molto pi giovane di Pap e a noi bambini piaceva molto. Con noi scherzava sempre e non beveva quanto gli altri.
Anche lasciando da parte i parenti, sembrava che fossimo circondati da persone che bevevano. Dei compagni di Pap non ce n'era uno che fosse astemio. Rimanevo sempre stupita di fronte a quanto un brav'uomo riuscisse a bere. Di fatto, bere sembrava essere il passatempo principale di tutti quelli che frequentavamo. I compagni di Pap, per la maggior parte ex soldati, non erano inclini a portare le mogli a casa nostra. Ma quelle poche donne che venivano incluse, in fatto di bere facevano degnamente la loro parte.
Mi ricordo di un'occasione in cui Nonno venne a casa nostra per darci una mano in modo pratico. C'erano degli alti eucalipti che crescevano vicino alla casa e Pap li voleva abbattere. Diceva che costituivano un pericolo d'incendio. Nonno si propose di dargli una mano. Mi misi a sedere sui gradini della veranda e li osservai mentre si arrampicavano in alto sugli alberi. Mi dispiaceva vedere gli eucalipti sparire. Erano alti e belli e avevo visto delle gazze che ci facevano il nido.
- D'accordo, Pa' - disse Pap mentre posizionava la sega. - Tu prendi quel ramo dalla parte tua mentre afferro questo qua.
- D'accordo, Bill -. Nonno sudava come un maiale ed era almeno mezz'ora che non beveva.
- Cristo, mi ci vorrebbe qualcosa di fresco adesso, Bill - biascic mentre continuava a segare.
Di colpo ecco una crepa e subito un rumore di spaccatura seguito da un urlo. Nonno e il ramo su cui era seduto si erano schiantati al suolo. Pap moll la sega e scese gi, gridando: - Non il ramo su cui stai seduto, pezzo di idiota.
Per il resto del pomeriggio Pap lavor da solo. Nonno era seduto dentro casa a rimettersi in sesto e a bere birra. Quando Pap lo riport a casa, era cos ubriaco che non avvertiva pi il bench minimo dolore.
I parenti di Pap venivano spesso da noi per il pranzo di Natale. In realt trovavo molto pi eccitanti i due giorni che precedevano il Natale. Mamma e Nan preparavano torte e dolci, davano alla casa una bella pulita a fondo, e preparavano il ripieno per i polli. Ero davvero eccitata perch il pollo lo mangiavamo una sola volta all'anno e a me piaceva tantissimo.
Il ventiquattro dicembre Pap s'incamminava verso il pollaio armato di ascia. Sembrava sempre molto determinato, e io, seduta, pensavo che quest'anno ce l'avrebbe fatta. Passavano circa dieci minuti e poi ritornava indietro, con l'ascia pulita e senza polli. L'aveva rovinato la guerra facendogli uccidere qualsiasi cosa. Mi passava accanto e cedeva l'ascia a Nan, che era rimasta ad aspettare pazientemente sulla veranda nel retro. - Cristo, non posso farlo Dais, devi farlo tu.
Era un compito che Nan trovava di suo gradimento. Lei aveva un rapporto speciale con gli uccelli e i polli che tenevamo, ma sapeva che eravamo troppo poveri per consentire ai suoi sentimenti pi nobili di essere presi in considerazione. Dopo pochi minuti ritornava con due polli afflosciati e l'ascia insanguinata: - Di, Sal,  ora di sventrarli.
Stendeva dei giornali sul vecchio tavolino che avevamo nella veranda e ci mettevamo al lavoro. A me piaceva spennarli perch avevo la passione di collezionare le piume. Jill ci passava accanto e guardava entrambe con disgusto. A volte, per farle paura, le mettevo davanti un braccio insanguinato, e lei urlava e correva dentro da Mamma.
- Ah, lei non ha fegato.
- Beh, questi polli invece si; tu continua a fare il tuo lavoro e lascia in pace quella poveretta di Jilly.
Nel corso di un Natale, Nonno ci raccont tutta la storia della sua famiglia. - Ah, s - sospir mentre buttava gi un altro bicchiere fresco - i Milroy sono sempre stati grandi biscazzieri e bevitori.
Lo guardai incuriosita mentre lui si asciugava una lacrima dagli occhi. Date a Nonno una birra e lui si metter a piangere per qualsiasi cosa.
- A quei tempi eravamo tutti abbastanza agiati. Avevamo un'attivit commerciale ad Albany, era un caff. Perdio, allora si poteva tirar su qualche scellino con tutti i bastardi che arrivavano in paese. Non appena le imbarcazioni attraccavano, i proprietari di pensioni, pub, correvano gi al porto e cercavano di mettere le mani sui clienti. Venite da me, diceva uno di loro. Una bevanda gratis per ogni pasto e un lecca lecca per i piccini, strillava un altro. Doppia porzione di dolce a tutti gli uomini. Tutto quello che desiderate, noi ce l'abbiamo!. La compagnia era tosta e losca, ma gli affari fiorivano. Tutti avevano fatto fortuna, tutti fino all'ultimo. Tranne il tuo bisnonno, lui non and mai pi gi del pub a met della strada principale!
Non c' da sorprendersi, suppongo, se sviluppai precocemente un vivo interesse per il bere e il fumo. Ero abilissima nell'arrotolare le sigarette di Pap e nel passargliele per accenderle. Potevo versare un bicchiere di birra in pochi secondi senza fare la schiuma. Pap mi invitava a sorseggiare dal suo bicchiere e Mamma protestava invano. Se protestava troppo spesso, allora Pap ci si metteva d'impegno per infastidirla. Era un uomo ribelle.
Per fortuna non ci volle molto perch il sapore della birra mi nauseasse. Pensavo che il sapore fosse lo stesso di quello che immaginavo avesse l'urina. E il fatto che avessi sentito uno degli amici di Pap definirla come Il Piscio accrebbe la mia impressione. Decisi che quella era una tradizione che non avrei continuato.
Il giorno che Zio Frank entr nella nostra vita, ebbi la sensazione di aver trovato uno spirito affine. Comparve un giorno, semplicemente dal nulla, e Pap fu davvero contento di vederlo.
- Oh, Dio - si lament Mamma guardando la busta di carta marrone infilata al sicuro sotto il braccio muscoloso di Frank. - Proprio quello di cui Bill ha bisogno: altro alcool.
Dallo sguardo di Pap potevo capire, al contrario dell'opinione di Mamma, che lui pensava fosse esattamente la cosa di cui aveva bisogno. Mamma diede subito a entrambi il Trattamento del Silenzio. Era stufa che avessimo a che fare con chi beveva.
- Ragazzini, andate fuori a giocare nel retro - ci ordin mentre Pap e Frank si buttavano sul porticato. - Usa un linguaggio orrendo - sussurr Mamma a Nan - non voglio che i bambini sentano certe parole.
Drizzai immediatamente le orecchie. Quale linguaggio orrendo?
- Fuori, Sally - ripet Mamma.
- Okay, okay, vado - sospirai mentre mi affrettavo verso i gradini della veranda. Mi ci vollero solo pochi secondi per girare intorno alla casa e ritrovarmi sul davanti, dove felicemente mi unii ai bevitori sul portico.
Dopo pochi minuti, Frank mi aveva completamente affascinata. Usava cos tante parole che non avevo mai sentito, e sembravano tutte eccitanti. Avrei dato qualsiasi cosa per saper parlare come Frank.
- Signorina, disse Frank mentre prosciugava il suo bicchiere - lo sai che questo bastardo mi ha salvato la vita durante la guerra?
- Cristo, lascia perdere, Frank - brontol Pap.
Mi sporsi in avanti, impaziente, speranzosa che Frank continuasse.
Improvvisamente la testa di Mamma spunt dalla porta d'ingresso. - Sally, entra dentro immediatamente!
Le feci una smorfia e ritornai a guardare Frank. - Sally
- sussurr in modo pi deciso - vieni dentro.
Pap odiava quando Mamma cominciava a bisbigliare dalla porta. Sapeva che teneva la voce bassa per i vicini, allora lui diceva forte - Sta bene qui dov'! A Pap non importava un fico secco di ci che pensavano
i vicini. Mamma incassava la sconfitta e scompariva nuovamente dietro la porta.
- Aah, s, tuo padre  uno stupido bastardo. Non gli piace che racconti questa storia. Io per te la racconto! -. Frank mi punt contro il suo dito marrone e calloso.
- Eravamo entrambi dei poveri bastardi bloccati su un mezzo di trasporto POW(4) diretto ai campi, una roba italiana, quando Boom!, un cazzo di sottomarino inglese ci becca proprio in mezzo al Mediterraneo! Cazzo. Non me lo scorder mai. Comunque, andammo alla deriva e ci arenammo sulla costa greca. Non riuscivo a muovermi, ero ferito al torace. Pensavo di tirar le cuoia. E invece sai che  successo?
- No, cosa? - sussurrai.
- Questo figlio-di-puttana - allungando il pollice verso Pap - mi prese sulle spalle, mi trascin fino al ponte di coperta e mi fece arrivare a riva. Cristo Onnipotente, non ero neppure tanto leggero all'epoca. Mi assicurai di averlo guardato bene in faccia prima di svenire. Non mi sarei dimenticato di un simile bastardo tanto in fretta -. Frank tir indietro la sua testa solida e riccioluta e rise fragorosamente.
- Cristo, Frank - disse Pap - eri cos insanguinato che pensavo fossi gi morto!
Questa osservazione li fece ridere entrambi. Mi ero fatta l'idea che fossero dei duri. Perch avevo avuto la disgrazia di nascere femmina?
Da allora, Frank venne a farci visita regolarmente.
Adoravo sentirlo parlare di tutte le cose folli che succedevano ai moli di Fremande. Ci portava sempre qualcosa che per caso era fuoriuscito da una cassa. Decisi che i suoi muscoli erano dovuti a tutte le casse che sollevava. Parlava sempre di sollevar casse. Aveva la pancia pi grossa e abbronzata che avessi mai visto. Era tesa come un tamburo. Ero certa che ci si sarebbe potuto suonare un motivetto.
Un giorno, dissi a Mamma - Come mai Frank ha uno stomaco cos grosso?  per tutto il lavoro che fa al molo?
Mamma rise: - Del lavoro non ne so niente, ma  pi probabile che dipenda da tutto il cibo che mangia e il modo in cui lo spazzola gi con dei boccali di birra.
Cominciai ad affezionarmi a Zio Frank, ma il mio affetto non lo dimostrai mai. Dare un bacio a Zio Frank sarebbe stato come dare un bacio a un bernacla: aveva un sacco di spigoli.
Pap, come Frank, era il tipo d'uomo che amava sfidare le avversit. Pensavo che questo gli desse un senso di potere che normalmente non aveva.
Non dimenticher mai quando a settembre, quello stesso anno, ci port a Roleystone per un picnic. Lo ricordo come l'unico picnic che ci port a fare. Quando non stava in Ospedale, era raramente in condizioni adeguate per poter guidare a lungo, anche se lo avesse voluto.
Per tutto l'anno Mamma ci aveva promesso che Pap ci avrebbe portati a fare un picnic. Avevamo trascorso le vacanze di maggio a giocare gi alla palude e a fare visita a Pap in Ospedale. Ormai eravamo a met delle vacanze di agosto e avevamo accantonato ogni speranza per il picnic. cos rimanemmo molto sorpresi quando, una domenica mattina piena di sole, Pap disse: - Bene, si va in collina.
A quei tempi possedevamo un vecchio furgone Ford del 1948. Lo Studebaker che avevamo avuto per anni, adesso era su dei blocchetti sul viale d'accesso; era un'altra di quelle cose che Pap non aveva trovato il tempo di mettere a posto. Il furgone era stato un regalo da parte di uno dei vecchi datori di lavoro di Pap. Quando Pap era sobrio, era un bravo lavoratore, e gli era stato dato in segno di riconoscimento per un lavoro ben fatto.
Il vagone non aveva porte posteriori, il retro era completamente aperto. Il tettuccio era imbottito di kapok e di pezzetti soffici e vaporosi infilati nel rivestimento lacerato.
D'estate il furgone era fantastico perch permetteva all'aria di entrare, ma d'inverno il tetto faceva da spugna; si impregnava di pioggia e ci faceva cadere in grembo pezzi di kapok inzuppato. Mentre da dietro noi urlavamo protestando, Mamma sedeva bella e asciutta nella cabina anteriore e se la rideva.
Una volta mi disse che aveva imparato molto giovane a ridere delle situazioni difficili, ma non trovavo di alcun conforto questa filosofia quando si trattava di kapok bagnato e puzzolente.
Le strade nei pressi di Roleystone erano strette, ripide e tortuose, e percorrerle per un picnic in collina non era certo un'insignificante gita familiare: si trattava di una vera avventura.
Dopo aver mangiato i nostri panini imbottiti di carne in scatola e ingurgitato la torta che Mamma aveva preparato, correvamo tutti, urlando, nella boscaglia. Passavamo ore a raccogliere sassi, insetti, rocce e fiori selvatici. Sapevamo che, tornati a casa, Nan ci avrebbe chiesto cosa avevamo trovato. Lei adorava la boscaglia, e ci faceva sempre consegnare ci che dei nostri tesori pensava potesse avere un significato speciale.
Presto, per, Mamma cominciava a gridare perch tornassimo alla macchina. Noi giocavamo ancora un po', ma quando sentivamo Pap suonare il clacson, sapevamo che faceva sul serio.
Billy, Jill e io saltavamo nel retro, mentre Mamma riprendeva il solito posto davanti, tenendo in grembo il nostro fratellino David.
Non ci mettemmo molto per capire quanto fosse difficile per Pap cercare di manovrare il furgone avanti e indietro su una minuscola sezione di asfalto. Aveva davanti un impervio sentiero di ghiaia, uno strapiombo da una parte e una valle di folta boscaglia dall'altra. Ci tenevamo ben saldi mentre indietreggiavamo verso il margine dell'asfalto e sempre pi vicino alla valle.
Colti da improvviso terrore, ci stringemmo il pi possibile alla cabina di guida. Con il fatto che non ci fossero porte posteriori che ci tenessero dentro, avevamo paura che con una brusca frenata di Pap, ci saremmo catapultati nell'oblio.
Con nostro orrore Pap non frenava proprio. Anzi, continuava a indietreggiare sempre di pi vicino al precipizio. Le ruote saranno pure state su terra ferma, ma noi ci sentivamo praticamente per aria. E ancor peggio, a questo punto il retro del furgone si inclinava rendendoci ancora pi difficile la possibilit di tenerci. E cominciammo a strillare.
- State zitti, dannati ragazzini! - url Pap tirando fuori la testa dal finestrino laterale. Si accost al bordo ancora di qualche centimetro e noi strillammo ancor pi forte.
- Per amor di Dio, Bill, fermati! cos finiamo di sotto
- strill Mamma aggrappandosi alla sua spalla. Lei soffriva di vertigini. Il suo panico palese ci incitava a sforzi maggiori. Schiacciammo la faccia contro il vetro che separava l'abitacolo anteriore dal retro e, senza riprendere fiato, gridammo a pi non posso.
- Bill, per favore.
- Sta' a sentire, Glad, maledetta stupida donna. So quello che sto facendo!
- Bill, fermati! Se vuoi, tu ammazzati pure, ma noi no.
A questo punto Pap ne aveva avuto abbastanza. Tir il freno a mano e grid: - Scendete tutti quanti!
Noi ci arrampicammo ansiosi verso un posto sicuro e restammo impalati nel fosso l vicino. Impotenti restammo a guardare mentre Pap continuava in ci che, ne eravamo certi, si sarebbe rivelato un salto mortale.
Le ruote posteriori uscirono dall'asfalto girando vorticosamente sulla ghiaia sciolta. Ci fu un improvviso ruggito del motore, il furgone balz in avanti e Pap esegu egregiamente una virata difficile. Con un'occhiata di compiaciuta soddisfazione ci disse di risalire.
Per tutto il ritorno Mamma rimase in silenzio. Pap fischiettava.

Note.
4. Acronimo di Prisoner of War, prigioniero di guerra.


Capitolo V.
FARE FINTA.

Millenovecentocinquantanove, e un altro Milroy inizi la scuola. La reazione iniziale di Billy fu simile alla mia: la odiava. Ogni mattina quando ci mettevamo in marcia per la scuola, Billy restava indietro e singhiozzava. Mi stupivo sempre di come riuscisse a camminare dritto e a non inciampare, dato che mentre il suo corpo arrancava in direzione della scuola, la faccia era voltata all'indietro verso la nostra casa.
Sapeva che Mamma ci avrebbe guardati da dietro le tende e, se fosse sembrato davvero sconvolto, lei avrebbe potuto anche cedere e dirgli di tornare indietro. Certi giorni cominciava il suo pianto rituale cos presto che, al momento di uscire, aveva il viso paonazzo e gonfio con il naso moccioso che sbuffava. In questi casi era veramente troppo per Mamma, che lo faceva arrivare non pi lontano della cassetta della posta prima di richiamarlo a casa.
L'infelicit di Billy a scuola non durava che fino all'ora di ricreazione o di pranzo. Era il tipo di ragazzino che gli altri compagni andavano a cercare, quindi non era mai a corto di amichetti. Billy era l'immagine di Pap e, in fatto di amicizia, esattamente come lui.
Anche Nan aveva un debole per Billy. Lo appoggiava nella sua antipatia per la scuola. - Dagli un giorno di libert, Glad - diceva perorando la causa di Billy quando lui iniziava il suo pianto di routine. - Il bambino non sta bene.
A onor di Billy, davvero sembrava che non stesse bene. Varie volte avevo cercato di assumere il suo stesso sguardo afflitto, senza per trarne alcun vantaggio. Dopo alcuni tentativi patetici, apparve ovvio che ci che funzionava per Billy non funzionava per me. Dovevo far ricorso a mezzi pi disonesti.
Avevo trovato che una leggera spolverata di borotalco, strofinata prima tra le mani e poi passata con leggeri colpetti sul viso, funzionava meravigliosamente bene.
- Ho veramente mal di pancia, Nan - dicevo con un gemito mentre mi controllava il viso pallido. - Mi sa che vomito -. Nan acchiappava un pentolino vuoto e mi ci piegava sopra. Dopo aver emesso alcuni rumori strozzati, mi tiravo su e dicevo: -  inutile,  tornato gi un'altra volta.
- Va' a sdraiarti - diceva Nan - ora ti mando tua madre.
Dopo pochi minuti, Mamma era in piedi accanto al mio letto, con uno sguardo estremamente scettico. - Sally... stai veramente male?
Nan interrompeva sempre dicendo: - Certo che sta male, Glad: guarda la faccia della bambina.
- Non sto mica facendo finta, Mamma, davvero. Mi sento davvero tutta un acciacco. Forse star meglio per l'ora di pranzo e allora Nan potr mandarmi a scuola.
- Non essere stupida, Sally - controbatteva Nan abboccando - non puoi andare a scuola, sverrai di certo.
- D'accordo - diceva Mamma cedendo - puoi restare a casa, ma non mangiare niente e resta a letto.
Dopo che Mamma e Nan se ne erano andate, arrivava Jill e diceva: - Sei disgustosa. Mica stai male davvero?
- E invece si! Vattene che mi stai facendo venire da vomitare. Mam-ma, di' a Jill di andarsene, mi sta facendo sentire peggio.
- Esci di l, Jilly. Lascia dormire Sally. - Jill mi lanciava un'occhiata piena di disgusto e poi se ne andava.
Appena Jill e Billy erano usciti per andare a scuola e Mamma per andare al suo lavoro part-time al Boans' Fioral Department, chiamavo Nan. - Mi sento un po' meglio, Nan. Pensi che potr mangiare qualcosa?
Nan arrivava strascicandosi, col vecchio strofinaccio penzoloni su una spalla, e diceva: - Oooh, Sally, sei cos bianca. Credo che non mangi a sufficienza; tua madre non pu aspettarsi che tu migliori se non mangi. Resta l che ti porto una tazza di t e dei toast.
Dopo circa sei toast e un paio di tazze di t, dicevo a Nan: - Accidenti, si soffoca qua dentro, Nan.
- S,  vero. Va' a sederti fuori. Non c' niente di meglio che un po' d'aria fresca quando stai male di stomaco.
Dopo di che Nan mi rivolgeva di nuovo la parola solo per dirmi che era pronto il pranzo. Trascorrevo il resto del giorno fuori, giocando ai miei soli giochi e arrampicandomi sugli alberi.
Quando Mamma ritornava a casa dalla sua giornata di lavoro, ero seduta sul gradino della veranda a ispezionare il nascondiglio dei sassolini che avevo raccolto.
- Come sta Sally?
- Mmm, sta bene. - bofonchiava Nan. E poi con una risatina aggiungeva: -  stata seduta tutto il giorno su quell'albero.
Mamma veniva fuori. - Un'altra guarigione miracolosa, eh Sal?
- S, non so che , Mamma, ma spero che non mi prenda ancora.
- Non ci spererei troppo.
Quell'anno non c'era molto da imparare, a parte i diversi modi di fingere la malattia. Tutte le lezioni sembravano non avere alcun rapporto con la vita reale. Spesso mi chiedevo come fosse possibile che la mia insegnante avesse cos tanto interesse per le addizioni che sbagliavo, e cos poco per i giochi che facevo fuori dalla scuola, o per il fatto che Pap fosse tornato dall'Ospedale oppure no.
La cosa migliore della scuola era che la seconda e la terza condividevano la stessa aula; questo significava che io e Jill ci vedevamo pi spesso e ci sedevamo accanto.
Un pomeriggio la nostra insegnante domand se ci fossero dei bambini che sapevano cantare in una lingua straniera. Immediatamente quattro bambini alzarono la mano, io e Jill incluse. A un cenno dell'insegnante, i primi due bambini si alzarono e cantarono Frere Jacques(5) uno di seguito all'altro. Poi tocc a me e Jill. Eravamo entrambe molto timide e imbarazzate e, con gli occhi bassi, ci spingemmo davanti.
Ci prendemmo sottobraccio e poi, ciondolando energicamente avanti e indietro, cantammo a squarciagola, in italiano, L'Internazionale.
Mrs. White e il resto della classe restarono a bocca aperta per la nostra fulminea manifestazione di talento teatrale. Di norma evitavamo qualsiasi forma di esposizione pubblica. - Delizioso, ragazze - disse infine - delizioso.
A quei tempi Pap era in Ospedale cos non fummo in grado di dirgli della nostra rappresentazione, ma sapevamo che sarebbe stato fiero di noi.
Ogni volta che Pap era in Ospedale, Mamma e Nan facevano l'impossibile per renderci la casa un luogo piacevole. Ci permettevano di stare alzati fino a tardi e non dovevamo preoccuparci di non fare rumore. Tutto era molto pi rilassato.
A volte Mamma riusciva a racimolare abbastanza denaro per poter pagare a me, Jill e Billy l'ingresso al cinema all'aperto della zona.
Il cinema ci affascinava. Impazzivamo per le allegre poltrone di tela a strisce, i grandi riflettori e il gigantesco schermo bianco. Era un posto veramente magico e ci sentivamo eccitati pure durante l'intervallo.
Ma una delle serate migliori che passammo al cinema fu quando a dare spettacolo fu Mamma.
Dopo aver pagato il nostro ingresso di tre pence, cominciammo a fare su e gi per trovare quattro posti liberi. Secondo Mamma, trovarli sarebbe stata una fortuna, perch vendevano un numero superiore di biglietti rispetto ai posti che c'erano. Fummo fortunati: gli occhi di Billy scorsero quattro meraviglie.
- Laggi, Mamma - grid. - Guarda laggi.
Mamma volse lo sguardo nella direzione che lui stava indicando e tir fuori un sospiro: si trovavano in mezzo alla fila del settore centrale; era praticamente impossibile arrivarci. Tra le file c'era talmente poco spazio che era gi difficile passarci quando erano vuote. Solo uno stupido, o uno con molto coraggio, avrebbe preso in considerazione la possibilit di reclamarli, quando tutti i posti intorno erano occupati, e quando si dava il caso che uno dei membri del nostro gruppo fosse una donna incinta di otto mesi...
- Ci dovr pur essere qualche altro posto - disse Mamma con tono di impotenza mentre si guardava intorno nel cinema strapieno.
- No che non c', Mamma - dissi con tono pratico. - Se vogliamo sederci insieme, quelli sono i posti.
Mentre ci facevamo strada a fatica fra le varie gambe e braccia che sporgevano sul nostro percorso, Mamma continuava a scusarsi: - Scusate, mi dispiace terribilmente. Per favore, scusate... -. Quando raggiungemmo i posti liberi, Mamma era rossa ed esausta.
Scese il buio e noi tutti ridacchiammo quando sentimmo Mamma tirare un bel respiro. In tutta risposta ci lanci un'occhiata del tipo poche-scemenze che voleva dire zitti e guardate il film!
Fu nel mezzo di un cinegiornale sulla Regina Madre che Mamma scomparve. Si sent uno strappo secco a cui segui un importuno e gorgogliante rumore. Tutto quello che fummo in grado di vedere furono le sue braccia e le sue gambe che sventolavano disperatamente.
Riuscimmo, a tentoni nel buio, ad afferrarle le mani; e tentammo il vecchio oh issa!, ma senza risultati. Un ragazzo caritatevole davanti a noi si sporse oltre la solida ringhiera di metallo che separava ogni fila e ci offr una mano. Mentre lui tirava, noi tenevamo i piedi di Mamma fermi per terra, con la speranza che questo le avrebbe fornito maggior leveraggio. Anzi, i nostri finti grugniti e gemiti le provocarono un attacco di riso che non ci fu affatto d'aiuto.
Il cinegiornale continu a scorrere, ma il saluto finale della Regina Madre venne totalmente ignorato. Una signora and gentilmente a chiamare il direttore, e torn anche col buttafuori. Quando la raggiunsero Mamma non era altro che una massa tremolante in preda al riso, con noi al limite dell'isterismo.
Alla fine del cinegiornale Mamma fu libera. Imbarazzata, ma libera. Le procurarono una solida sedia di metallo su cui sedersi e una bottiglietta di limonata fresca come mezzo di risarcimento. Mamma si consol con il fatto che, se non altro, non era stato necessario accendere le luci.
Fu all'inizio della terza che sviluppai un infallibile metodo chiamato Guarda Il Pranzo per capire da quale zona di Manning venissero i miei compagni di classe. Sapevo che venivo dalla zona calda, quella con le gang giovanili, che si chiamavano i Bodgies e i Widgies, e dove praticamente nessuno si prendeva cura del proprio giardino. Ma c'era un'altra zona di Manning di cui, prima di iniziare la scuola, ignoravo l'esistenza. I suoi abitanti preferivano chiamarla Como. Le case erano simili alle nostre, ma in condizioni migliori. I giardini erano puliti e ordinati, e mi era giunta voce che sul pavimento c'era la moquette.
I bambini di Como avevano sempre un pranzo diverso da quello dei bambini di Manning. Avevano pezzi di insalata, tagliuzzati e sigillati in contenitori di plastica. Il loro dolce era ben incartato in carta oleata, e avevano del vero cordiale in vere borracce. C'era un ragazzino nella nostra classe i cui parenti erano talmente ricchi che per pranzo gli davano dei sandwich al guanciale.
Di contro, i ragazzini di Manning bevevano dalle fontanelle e portavano appiccicosi sandwich alla marmellata dentro buste di carta marrone.
Di norma era Nan che ci preparava i sandwich per la scuola. Li faceva davvero bene e, a volte, ne tagliava via persino la crosta. Ero convinta che questo rendeva i nostri sandwich speciali. C'erano delle occasioni in cui Mamma si assumeva il compito della preparazione dei sandwich. I suoi pranzi si stagliavano nella mia mente come fari di imbarazzo sociale. Con pochi e abili colpi, era in grado di trinciare dalla pagnotta pi fiduciosa le pi insolite fette di pane. Queste erano poi incollate insieme con grossi pezzi di burro indurito e grumi di marmellata o Vegemite. O con entrambi se dimenticava di pulire il coltello tra un sandwich e l'altro. Era per tutti un sollievo quando Nan assumeva nuovamente il ruolo di creatrice di sandwich.
Nell'aprile di quell'anno nacque Helen, la mia sorellina pi piccola. Per lei ebbi un certo interesse perch, se non altro, aveva avuto il buonsenso di non nascere il giorno del mio compleanno. Adesso eravamo in cinque. Mi chiedevo quanti altri ragazzini Mamma avrebbe cercato di infilare dentro casa. Qualcuno a scuola mi aveva detto che i bambini si trovano sotto le foglie di cavolo. Ero felice che noi i cavoli non li coltivavamo mai.
Ogni anno sembrava che la nostra casa si facesse sempre pi piccola. Nella mia stanza avevamo due letti singoli legati insieme con un pezzo di fune e un materasso matrimoniale di kapok messo sopra. Jill, Billy e io dormivamo l, qualche volta pure David e, pi spesso che non si dica, pure Nan. Adoravo quel materasso. Ogni volta che mi ci sdraiavo sopra, immaginavo di sprofondare in un letto di piume, proprio come una fatina.
A scuola i ragazzini si meravigliavano quando sentivano dire che dividevo il letto con mio fratello e mia sorella. Non gli dissi mai delle volte che su quel letto ci stringevamo in cinque. Tutti i miei compagni avevano un letto tutto per loro, alcuni addirittura una stanza. Li consideravo dei poveretti. Non riuscivo a spiegare la sensazione felice di calda protezione che provavo quando ci rannicchiavamo tutti insieme.
Inoltre, trovavo certi atteggiamenti nei confronti delle loro sorelle e dei loro fratelli piuttosto difficili da comprendere. Era come se non si trovassero veramente simpatici, e a scuola non li sorprendevi mai insieme. Noi eravamo esattamente l'opposto. Billy, Jill e io parlavamo sempre nel cortile e spesso tornavamo anche a casa insieme. Sentivamo che la nostra famiglia era la cosa pi
importante del mondo. Un giorno, una delle ragazzine della mia classe disse con tono accusatorio: - Ah, voi state appiccicati come la colla -. Giusto, pensai, proprio cos.
I ragazzini a scuola avevano inoltre cominciato a domandarci da quale paese venissimo. Questo mi confondeva perch, fino ad allora, avevo pensato di essere come loro. Se insistevamo nel dire che eravamo australiani, loro replicavano: - S, ma i vostri genitori di certo non sono australiani.
Un giorno, mentre stava lavando i piatti, affrontai Mamma.
- Che significa: Da dove venite?.
- Significa da quale paese. I ragazzini a scuola vogliono sapere da quale paese veniamo. Secondo loro non siamo australiani. Mamma, siamo australiani?
Mamma rimase in silenzio. Nan grugn in modo risentito, poi si alz da tavola e usc.
- Dai, Mamma. Che cosa siamo?
- Che cosa dicono i ragazzini a scuola?
- Tutto. Italiani, greci, indiani.
- Digli che siete indiani.
A quel punto divenni tutta eccitata: - Davvero? Indiani! -. Sembrava cos esotico. - E quando siamo venuti qui? - continuai.
- Tanto tempo f - rispose Mamma. - Adesso basta con le domande. Digli che siete indiani e basta.
Era bello finalmente avere una risposta e i nostri compagni di gioco furono soddisfatti. Potevano credere senza problemi che eravamo indiani; volevano solamente che non fingessimo di essere australiani quando non
lo eravamo.

Note.
5.  l'equivalente di San Martino campanaro.


			Capitolo VI.
SOLTANTO UN SOGNO.

All'et di otto anni e mezzo, un'ambulanza parcheggiata davanti a casa nostra era ormai una tradizione della zona. Arrivava in picchiata sulla nostra strada a sirene spiegate e si fermava di colpo di fronte al nostro cancello. I portantini dell'ambulanza sapevano come trattare con Pap. Con fermezza, ma in modo cortese. Pap barcollava goffamente fuori senza l'aiuto di nessuno, mentre i portantini ai suoi lati gli offrivano solo un sostegno simbolico. Altre volte, come quando ebbe un collasso al polmone sinistro, usc su una barella con una coperta grigia.
Jill, Billy e io accettavamo il suo andirivieni con l'innocente egoismo dei bambini. Non dubitavamo mai che sarebbe ritornato.
Pap odiava restare in Ospedale; pensava che gli psichiatri non capissero niente. Ed era stufo dei sedativi. Avrebbero dovuto aiutarlo, ma invece non era cos.
Lo sentii raccontare a Mamma di come si fosse svegliato una notte, urlando. Credeva di essere stato catturato un'altra volta. Aveva la terra in bocca e il calcio di un fucile sulla schiena. Prov ad alzarsi, ma non ci riusc. La cosa successiva di cui si rese conto fu l'infermiera di notte che gli muoveva la torcia davanti agli occhi e diceva: - Siamo ancora in preda alla confusione, Mr. Milroy. E soltanto un sogno, lo sa.  inutile agitarsi.
Pap rise quando raccont a Mamma quello che gli aveva detto l'infermiera. Soltanto un sogno, pensai. Ero solo una ragazzina e sapevo che non era soltanto un sogno.
Quando le condizioni di Pap peggioravano sul serio, Mamma e Nan cominciavano a temere il peggio, e la nostra sola via di scampo era una corsa notturna fino a casa di Zia Grace. Altre sere, noi cinque venivamo rinchiusi in una stanza e, a volte, Mamma metteva Helen e David, i piccoli di casa, a dormire nel retro del furgone. Ero cos invidiosa. Protestavo energicamente contro Mamma: - Non  giusto! Tutte le avventure a loro. Perch non ci posso dormire io nel furgone?
- Oh, non essere sciocca, Sally, tu non capisci -. Aveva ragione. Non mi rendevo conto che se fossimo dovuti scappare di corsa da casa, sarebbe stato pi difficile svegliare i piccoli.
Zia Grace era una vedova civile e abitava dietro casa nostra. Nan aveva abbattuto sei paletti nel recinto posteriore per poter scappare velocemente dal nostro giardino al suo.
Spesso ero confusa sul motivo per cui servisse un rifugio solo la notte. Associavo le brutte crisi di Pap all'oscurit e non mi ero mai resa conto che, all'imbrunire, era cos pieno di alcool e di medicinali da ridursi praticamente a uno stato del tutto irrazionale.
Molte volte venivamo svegliati in silenzio, al buio, e spediti in tutta fretta a casa di Zia Grace.
- Sally... svegliati. Gi dal letto e non fare rumore.
- Oh, no, non ancora, Nan -. Erano state due brutte settimane.
- Tua Madre sta aspettando nel cortile; tu comincia ad andare mentre io sveglio Billy e Jill.
Attraversavo di corsa la cucina e poi me la squagliavo per la veranda e tra le ombre dove Mamma aspettava, in piedi, insieme ai piccoli.
Mamma cullava Helen per farla smettere di piangere, mentre David, appoggiato alle sue gambe, era mezzo addormentato. Lo scuotevo per una spalla. - Non ancora, svegliati, tra poco andiamo -. Nan si trascinava gi per le scale con Billy e Jill e poi cominciavamo ad andare.
- Voi bambini, non parlate - diceva Mamma - e state vicini.
Seguivamo la linea d'ombra in fondo al nostro giardino. Proprio mentre ci avvicinavamo al buco nel recinto posteriore, Pap spalancava la porta della sua stanza annessa, fuori sulla veranda, usciva barcollando e lanciava insulti.
Oh, no, pensavo, ha capito che ce ne stiamo andando e verr a prenderci! Ci acquattavamo nascondendoci dietro ai cespugli. - State gi e zitti - sussurr Mamma. Pregavo perch Helen non piangesse. Respiravo a malapena. Ero certa che se avessi respirato, Pap mi avrebbe sentito. Mi sarei sentita malissimo se respirando avessi condotto Pap al nostro nascondiglio. Mi ritornavano in mente tutte le storie che Pap mi aveva raccontato sui campi dove era stato. Zuppa di Testa di Cavallo. Mangiavano Zuppa di Testa di Cavallo, col pelo e tutto quanto. Gli uomini litigavano per gli occhi che erano l'unico pezzo di carne. Tremavo e non sapevo se era per il freddo o per la paura. Mi ricordai poi che i tedeschi avevano denudato Pap e l'avevano costretto a stare in piedi in mezzo alla neve per ore. Aveva sempre i piedi freddi e forse dipendeva da quello.
Il cuore mi batteva forte. All'improvviso mi rendevo conto di come doveva essere stato per Pap e i suoi amici; si erano sentiti proprio come mi sentivo io in quel momento. Sola e molto, molto spaventata.
Per una qualche ragione Pap smetteva di strillare e di imprecare, faceva capolino nell'oscurit e poi si ritrascinava nella sua stanza.
- Adesso, bambini - diceva Mamma. Non c'era bisogno di farcelo dire due volte. Con un'insolita velocit, Bill, Jill e io ci lanciavamo al sicuro al di l del buco.
Dopo pochi secondi eravamo gi tutti riuniti intorno alla stufa a legna di Zia Grace, a tostare il pane mentre aspettavamo una tazza di t. Adesso mi sentivo al sicuro. Avevo veramente avuto cos tanta paura solo un attimo prima? Era tutto un altro mondo.
Non restavamo mai a lungo da Zia Grace, solo fino a quando Pap non era di nuovo tranquillo. Prima del nostro ritorno, mi mandavano a trattare con lui. - A te dar retta - dicevano. Non credo che lo fece mai.
Dopo che mia madre aveva messo a dormire i miei fratelli e le mie sorelle sul pavimento del salotto di Zia
Grace, Nan mi accompagnava al buco nel recinto. Dopodich, ero da sola. Una sera dissi a Nan che non volevo andarci, ma lei rispose: - Devi, non c' nessun altro.
Quando lei era veramente preoccupata, restava accanto al buco e mi teneva d'occhio finch non ero arrivata alla veranda. Non le toccava restare in piedi a lungo, perch la paura del buio di solito mi faceva procedere piuttosto velocemente.
La stanza di mio padre era quella all'esterno, annessa alla veranda, e la sua luce restava accesa per ore. Credo che odiasse il buio quanto me.
La nostra casa aveva un aspetto particolarmente minaccioso. Era avvolta da ogni genere di ombre misteriose e mi chiedevo se, prima o poi, mi fossi imbattuta in qualcosa di terrificante. Ma no, c'era solo Pap, seduto sul suo letto stretto e duro, circondato dai vuoti di bottiglia. Capiva sempre quando ormai ero arrivata e, sentendo lo scricchiolio sulla veranda, apriva tranquillamente la porta della sua stanza.
Mi piazzavo al solito posto, in fondo al suo letto, e ciondolavo i piedi avanti e indietro. Stendevo nervosamente la coperta grigia e ruvida su cui ero seduta.
Pap sedeva con le spalle incurvate. I capelli, imbrillantinati con Californian Poppy, erano arricciati sul davanti, e un ricciolo ostinato gli ricadeva sulla fronte nascondendo, in parte, tre profonde rughe parallele. Mi facevano venire in mente i segni che restavano nella terra umida dopo che Nan ci aveva fatto dei solchi con la vanga.
Ce l'avevo sulla punta della lingua e stavo per chiedergli, chi ti ha scavato quelle rughe, Pap? Sapevo che l'avrebbe fatto piangere. Quando Pap sorrideva, gli occhi gli si increspavano agli angoli. Era bello. Adesso non sorrideva, stava aspettando.
- Pap, noi ritorniamo se sarai bravo - affermavo con tono di concretezza. Non avevo ereditato nulla della diplomazia innata di Mamma, ma percepivo che Pap odiava restare da solo, dunque cominciavo da l. Lui reagiva con il suo solito sorriso breve e di sbieco e mi dava la solita risposta. - Vi permetto a tutti di ritornare ma non a tua nonna Provava un non so che nei confronti di Nan.
- Sai bene che senza di lei non torniamo, Pap - dicevo decisa. Sapevamo entrambi che Mamma non avrebbe acconsentito. Come avrebbe potuto farcela da sola con lui. E comunque, dove sarebbe andata Nan?
Pap si passava una mano tra i capelli. Era un gesto caratteristico: stava pensando. Allungandosi dietro la schiena e gi fino al lato del letto, tirava fuori tre pacchetti di patatine chiusi. Lentamente li metteva, uno a uno, sulle mie ginocchia. Sentivo l'angolo appuntito di uno dei pacchetti che trapassava il cotone del mio vestito estivo leggero e arrivava alla coscia. Mi veniva subito l'acquolina in bocca.
- Sono tutte tue, diceva pacatamente - se... resti con me.
Pap guardava me e guardava le patatine. Erano un
lusso raro. Inghiottii l'acquolina che avevo in bocca e le restituii controvoglia. Capivamo entrambi che si trattava di corruzione. Ero sorpresa che Pap cercasse di corrompermi, e sapevo che lui aveva torto.
- Ho sempre pensato che tua madre ti piacesse pi di me -. Non lo pensava veramente, era solo una mossa per farmi restare. Nel suo intimo capiva la mia decisione. Si allung, apr la porta e uscii sulla veranda. La porta fece clic e mi ritrovai sola.
Mi diressi verso la porta esterna e mi fermai. Forse, se avessi aspettato un attimo, lui mi avrebbe richiamata. Aspettare non nuoceva mica. Mi rannicchiai sulla nuda veranda, il tempo sembrava passare lentissimo. Avevo i brividi: l'aria si stava facendo fredda e umida.
Un sesto senso doveva avergli detto che ero ancora l, perch la porta della sua stanza da letto si apr e la luce fluttu all'esterno, illuminando la mia piccola figura incurvata. Imponente sopra di me, Pap gridava: - Che diavolo pensi di fare qui, muoviti! - e indicava nella direzione della casa di Zia Grace.
Saltavo di corsa i tre scalini e sfrecciavo lungo il sentiero che attraversava il nostro prato. Con sorprendente agilit, saltavo attraverso il buco del recinto e, in men che non si dica, giungevo ansimante alla porta della lavanderia di Zia Grace.
Mamma e Nan mi facevano sempre domande dettagliatissime su cosa aveva detto Pap. Non c'era mai niente di diverso, diceva sempre la stessa cosa. Annuivano con gravit, come se tutto quello che dicevo fosse di grande importanza.
Una volta finito di raccontare quello che lui aveva detto, mi chiedevano dunque come mi era sembrato. Trovavo difficile rispondere a quella domanda, perch Pap era molto pi aggressivo con loro che non con me.
Infine, me ne andavo a letto, e il giorno seguente, di solito, tornavamo a casa. Credo che Pap ci avesse dormito sopra.
Ci fu una sola occasione in cui Pap profan il nostro rifugio. Eravamo seduti nella cucina di Grace, a mangiare sandwich alle patatine, quando inatteso apparve alla porta. Nessuno l'aveva sentito arrivare; quando voleva sapeva muoversi senza fare rumore. Rimanemmo tutti stupefatti. Nessuno di noi era certo di cosa sarebbe successo. Per qualche ragione neanche Pap sembrava sapere cosa avrebbe fatto. Ci guardava tutti in modo disperato, poi fiss lo sguardo su di Mamma. Lo sentii biascicare qualcosa di incomprensibile, ma Mamma non replic. Lei rimase ferma, in piedi, con la teiera in mano. Era come se fosse di ghiaccio. Credo che fu per la sua mancata reazione che si sent obbligato a rivolgersi a me.
- D'accordo, Sally, chi di noi ami di pi? Scegli con chi di noi vuoi vivere, tua madre o me.
Ero scossa quanto Mamma. Avevo voglia di gridare:
- Non farmi questo, sono solo una ragazzina! - ma non mi usc nulla. In quei giorni avevo dei problemi a far funzionare la bocca.
Pap rest ancora per qualche minuto, poi, con tono rassegnato, borbott: - Lo so che sceglieresti lei - e se ne and con la stessa velocit con cui era arrivato.
Quella sera provai pena per Pap. Era cos disorientato.
Mi biasimai per essere troppo giovane.


Capitolo VII.
UN CAMBIAMENTO.

Fu a met del secondo trimestre del mio quarto anno di scuola che di colpo scoprii un amico. La nostra insegnante inizi a leggerci le storie di Winnie th Pooh tutti i mercoled. In un certo qual modo, scoprire Winnie th Pooh fu la mia salvezza. Mi faceva sentire pi normale. Credo che in lui ci vedessi qualcosa di me stessa.
Pooh viveva in un mondo tutto suo e credeva alla magia, proprio come me. Non era cos bravo in niente, ma in ogni caso tutti lo amavano. Mi affascinava il modo in cui riusciva a tirare fuori un'avventura da qualsiasi cosa, persino dalle impronte sulla neve. E se Pooh era ossessionato dal miele, ero ossessionata dal disegno.
Quando non mi era possibile reperire la carta o le matite, pescavo dei pezzetti di carbone dal fuoco, staccavo strisce di corteccia dalla melaleuca del nostro cortile, e ci disegnavo sopra. Disegnavo sulla sabbia, sul marciapiede, sulla strada e, quando Mamma non guardava, persino sui muri. Un giorno, un vicino mi regal dei colori a olio che gli erano avanzati da un lavoretto in prigione. Mi sentivo una vera artista.
I miei disegni erano molto personali. Non sopportavo che qualcuno mi guardasse mentre disegnavo. Non mi piaceva neanche che la gente vedesse i miei disegni quando erano terminati. Disegnavo per me stessa, per nessun altro. Un giorno Mamma mi chiese perch disegnassi sempre cose tristi. Fino a quel momento non mi ero resa conto che i miei disegni fossero tristi. Rimasi scossa quando vidi che i miei sentimenti mi fissavano dalla pagina. Da quel momento divenni ancora pi riservata per quanto riguardava tutto quello che disegnavo.
Pap non manifest mai alcun interesse per i miei disegni, era completamente catturato nel suo mondo. Ormai non andava neanche pi al pub, eravamo troppo poveri per poterci permettere la benzina. Non c'erano mai soldi per i giocattoli, i vestiti, i mobili; bastavano appena per il cibo, ma avanzavano sempre per la birra di Pap. Ogni cosa di valore era stata impegnata.
Un giorno Pap era talmente disperato che fece razzia dei nostri salvadanai. Non dimenticher mai il nostro sgomento quando io e Jill scoprimmo che i nostri piccoli salvadanai di latta erano stati aperti con un apriscatole e che tutti i nostri pezzi da tre penny, guadagnati a fatica, erano stati presi. La cosa pi inquietante era che li aveva aperti da sotto, rimettendoli poi a posto sullo scaffale come se non avessero mai subito alcuna interferenza. Noi continuavamo a metterci i nostri soldi, e lui continuava a prenderseli.
- Chiss per quanto tempo l'abbiamo rifornito! - mi lamentai con Mamma. Mi sentivo veramente ferita, se Pap me l'avesse chiesto, gli avrei dato il contenuto molto volentieri.
Come al solito, Mamma vedeva il lato comico delle cose.
- Come puoi pensare che sia divertente? - domandai. -  stato un trucchetto disonesto.
- Non vedi il lato comico?  una cosa cos infantile.
Capivo cosa intendeva, ma non mi sembrava affatto
divertente. A volte lui era proprio come un bambino: in casa non riparava mai niente, e non si assumeva nessuna responsabilit. Ero molto delusa.
Pap odiava essere povero, e per quello potevo perdonarlo, dato che era una cosa che io stessa odiavo. Lui amava i lussi che gli operai non potevano permettersi. Ci avrebbe dato qualsiasi cosa se solo ne avesse avuto la possibilit. Invece, la sua ingordigia per la birra e la sua malattia ci avevano lasciato senza niente. Sapevo che un tempo Mamma e Pap avevano avuto dei sogni. Ma non dovevano andare a finire cos.
Quell'anno, a causa dell'amore di Pap per il lusso, non riuscimmo a contenere le spese, ma fummo in grado di elevarci al rango di prima famiglia con televisore nella nostra strada.
Mentre lo trasportava in casa, un quadrato dall'aspetto sgraziato su quattro gambe appuntite, e cercava di manovrarlo per farlo passare attraverso la porta d'ingresso, gli corremmo incontro tutti eccitati: - Levatevi dai piedi, ragazzini - url mentre avanzava traballante nell'ingresso. A quei tempi i televisori erano pesanti. Ancora qualche balzo in avanti e il sacro oggetto venne finalmente depositato accanto alla presa elettrica nel soggiorno.
Intimoriti, ci mettemmo in fila dietro Pap, e aspettammo per posare il primo sguardo su questo miracolo dei tempi moderni. Rimanemmo delusi. Tutto quello che riuscimmo a vedere furono delle chiazze bianche che baluginavano sullo schermo grigio, e tutto quello che riuscimmo a sentire fu un brusio. Mentre Mamma spingeva l'interruttore, Pap armeggiava con la manopola della scansione verticale. Fu solo dopo che entrambi ebbero dato alcune botte all'oggetto per svariate volte, che Pap si rese conto che quelli del noleggio si erano dimenticati di lasciare l'antenna.
Sfrecciammo tutti fuori, con la speranza che il furgone che aveva consegnato il televisore fosse ancora parcheggiato nel vialetto d'accesso. - Cristo di un Dio! - bestemmi Pap, fissando in tutta la sua lunghezza la strada vuota. Strinsi le spalle delusa e tornai dentro.
L'antenna arriv il giorno seguente, ma non fece la differenza che mi aspettavo. Si cominciarono a distinguere figure grigie, dall'aspetto umano, e si cominciarono a udire le loro conversazioni, ma non mi fecero alcuna impressione. Avevo la sensazione che non fossero certe di quello che avrebbero dovuto fare.
A luglio ricevemmo una visita a sorpresa. Stavamo tutti giocando allegramente di fuori quando Mamma ci chiam dentro. Nella sua voce c'era una certa urgenza. Che star mai succedendo, pensai. Non facevamo mai quelle fughe di mezzanotte durante il giorno. Strada facendo, diedi una sbirciatina nella stanza di Pap. Era sdraiato a leggere un vecchio giornale.
Arrivati all'ingresso, mi fermai bruscamente. Mamma mi fece un largo sorriso e disse: - Beh, saluta, questi sono i tuoi cugini Come al solito, la mia bocca ebbe problemi a funzionare. Il gruppetto di ragazzini scuri mi fissava. Anche loro sembravano timidi. Mi sentivo un'idiota.
In quel momento un uomo scuro, molto alto, si avvicin e mi diede una carezza sulla testa. Aveva il sorriso pi grande che avessi mai visto: - Questo  Arthur - disse Mamma con orgoglio -  il fratello di Nan. Lo fissai colpita. Non sapevo che Nan avesse un fratello.
Arthur torn nel salotto e noi ragazzini ci sedemmo sul pavimento, sghignazzando dietro le mani e fissandoci l'un l'altro. Mamma fil in cucina a preparare una tazza di t. Vidi che and nella stanza di Pap. Poi ritorn, fin di fare il t e tir fuori dei biscotti. Diedi una mano a offrirli.
Con tono gaio Mamma disse: - Sta dormendo. Magari si sveglia prima che tu te ne vada -. Sapevo che stava mentendo, ma non ne capivo il perch. Il sonno, per Pap, non arrivava mai facilmente.
Dopo un po', andarono via tutti. Mi aveva sorpreso sentire che Arthur parlava inglese. Pensai che forse lui parlava inglese e indiano, mentre i ragazzini probabilmente parlavano solo indiano.
Non ricordo di averli visti di nuovo da bambina, ma l'immagine dei loro volti sorridenti mi rimase impressa nella memoria. Spesso mi chiedevo di loro. Volevo che mi insegnassero l'indiano. Non dissi mai niente a Mamma. Sapevo, per istinto, che se avessi chiesto di loro, non mi avrebbe detto nulla.
Sembrava che Pap si ammalasse pi di frequente. Giunti a settembre, era stato pi in Ospedale che a casa. Se non altro era riuscito a tornare per il compleanno di Jill verso la fine di settembre.
Quel giorno Mamma gli chiese un favore speciale. Voleva che lui restasse nella sua stanza per tutta la durata della festa. Era la prima festa in assoluto a cui Jill aveva invitato i suoi amici, e Mamma non voleva che Pap la rovinasse facendosi vedere ubriaco. Con mia grande sorpresa lui acconsent.
Eravamo a met di Queenie, Queenie, Who's Gol th Ball quando Pap fece la sua apparizione con una bottiglia e un bicchiere nella mano destra. Restai a guardarlo mentre con disinvoltura si metteva a sedere sotto il porticato e si versava un bicchiere di birra. Dopo un paio di bicchieri cominci a gridare e a fare battute sul gioco che stavamo facendo. Di colpo, dietro di lui all'ingresso, apparve Mamma e inizi a sussurrare con tono seccato:
- Bill, entra dentro, ti stai rendendo ridicolo, i vicini ti sentiranno -. Pi i sussurri di Mamma si facevano pressanti, pi Pap si riempiva il bicchiere. Ci prendeva gusto a prendersi gioco di Mamma.
Una mattina, qualche settimana pi tardi, Pap emerse presto dalla sua stanza; noi stavamo terminando di fare colazione. Era stato in Ospedale per tutta la settimana precedente, ed eravamo sorpresi dall'espressione allegra del suo volto. Nan venne -di filato al tavolo con l'intenzione di metterci fretta. Sapeva che ci saremmo aggrappati a qualsiasi pretesto pur di non andare a scuola.
- Su, bambini, state facendo tardi - mugugn quando si accorse che stavamo mangiando con ritmo sempre pi lento fino a fermarci.
- Di, falli restare a casa, Dais - disse Pap. - Li guardo io -. Avevo sentito bene? Rimasi impietrita a met della mia ultima fetta di pane tostato con marmellata; non era da Pap interferire su qualcosa che ci riguardasse. L'avevo gi sentito chiamare Nan Dais. Era il suo modo di lusingarla.
Nan era sorpresa quanto me. Sventol il suo strofinaccio sporco verso di noi e, con il suo tono di voce pi scontroso, borbott: - Devono andare a scuola Bill, non possono mica restare a casa -. Percepivo che non era sicura di se stessa, e sotto le basse sferzate guard Pap con occhio sagace.
- Beh, allora fa' restare il piccolo Billy, Dais - cerc di persuaderla Pap. Sorrisi, l'aveva di nuovo chiamata Dais, come poteva resistergli?
- D'accordo - disse Nan cedendo - solo Billy. Voi ragazzine adesso andate!
Billy ci salut compiaciuto. Mentre ci vestivamo, io e Jill ci lamentavamo. Nan aveva sempre preferito i maschi della nostra famiglia, e adesso Pap stava facendo
lo stesso.
Per l'ora di pranzo ci eravamo gi dimenticate di Billy. Io e Jill eravamo state esentate dai normali compiti in classe per aiutare a dipingere le tende per il giorno del ricevimento dei genitori a scuola, che si teneva alla fine di ogni anno. Eravamo a met di un disegno con una famiglia di cigni neri, quando venne il preside e ci disse che potevamo andare a casa prima. Eravamo confuse, ma molto contente di potercene andare prima degli altri ragazzini.
Nan non fu felice di vedere che ci trascinavamo su per il viottolo.
- Ragazzine, voi che ci fate qui? Avrebbero dovuto tenervi pi a lungo a scuola.
Facemmo spallucce, n io o Jill avevamo la pi pallida idea di ci che stava dicendo.
- Andate fuori a giocare - ordin Nan con tono scontroso.
Jill sfrecci immediatamente di fuori nel retro a giocare con Billy, ma decisi che prima volevo qualcosa da mangiare. Stavo giusto venendo fuori dalla cucina con un sandwich al Vegemite per met infilato nella bocca, quando il suono familiare della sirena di un ambulanza mi trascin alla porta d'ingresso. Nan era in piedi sul portico, impaziente, con una mano sulla bocca. Quando mi vide, mi si rivolse arrabbiata e disse: - Ti avevo detto di andare a giocare fuori nel retro.
Due portantini si affrettarono su per il viottolo. Notai una barella mentre si muovevano con passo rapido. Furono di ritorno dopo pochi minuti e rimasi a guardare mentre trasportavano Pap, con cautela, ma velocemente, gi per il nostro vialetto rosso sbiadito. Questa volta non fui in grado di vedergli la faccia.
Billy, Jill e David mi spingevano da dietro, seguiti da Mrs. Mainwaring, la nostra vicina. Prima di rendermene conto, ci aveva fatti entrare nel soggiorno e ci disse di sedere, poich aveva qualcosa di importante da dirci. Fu allora che notai Mamma rannicchiata nella vecchia sedia di vimini in un angolo della stanza. Nan and veloce accanto a lei, riempiendole la mano di fazzoletti da uomo. Secondo me gliene aveva dati fin troppi.
- Perch piangi, Mamma? - domandai confusa. Non aveva mai pianto, ovunque lui fosse andato prima. Pap era come un boomerang. Mamma continuava a tirar su col naso. Cercai di rassicurarla, dicendole con tono sicuro: - Torna sempre - al che croll completamente e nascose il viso in un fazzoletto grigio a righe.
- Per favore, Sally, mettiti a sedere - disse Mrs. Mainwaring. - Ho qualcosa da dire a voi tutti -. Obbedii all'istante. Era una simpatica signora di mezza et e avevamo tutti un po' soggezione di lei. La sua casa era uno specchio.
- Ora... - continu - ho brutte notizie per voi Fece una pausa e tir un lungo respiro.
-  morto, vero? -. Ero certa di averlo detto a voce alta, ma non credo perch tutti mi ignorarono.
-  morto, vero? - ripetei, ma ancora nessuna risposta. Il cuore mi batteva forte. Le labbra di Mrs. Mainwaring erano in movimento, ma non riuscivo a sentire una parola. Era morto. Lo sapevo. Pap se ne era andato.
- Ora, bambini, voglio che andiate tutti in camera vostra In qualche modo questa frase riusc a penetrarmi nel cervello intorpidito. Diedi un'occhiata intorno, ai miei fratelli e sorelle. Nessuno si muoveva. Allungai il collo per guardare Mamma, ma lei evitava il mio sguardo. Eravamo tutti privi d'espressione: che cosa dovevamo fare in camera nostra?
Mrs. Mainwaring ci tir su uno alla volta e ci accompagn fuori. Mentre chiudevo la porta della camera da letto, Jill disse: - Che cosa dobbiamo fare?
Ero sconcertata, non era da lei non sapere quale fosse la cosa giusta da fare. Con la presunzione superiore di una ragazzina di nove anni, mi buttai sul letto a pancia in gi e dissi: - Mi sa che dovremmo piangere.
Avevamo pianto per quello che a noi sembrava un periodo sufficientemente lungo, quando la porta della nostra stanza si apr lentamente e la faccia lentigginosa di Billy si scrut intorno.
- Io vado fuori, chi vuole venire a giocare?
- Che ragazzino terribile - ringhiai rabbiosa - non capisci che  morto? -. Dopotutto, lui era stato con Pap tutto il giorno. Billy scomparve.
- Lui non capisce - lo difese Jill come al solito. - Non sa quello che deve fare.
Restammo sdraiate sui nostri letti ancora per un po'. Cominciai a contare i puntini delle mosche sul soffitto.
- Sally... credi che... potremmo... andare fuori a giocare adesso? - chiese Jill titubante.
- Sei cattiva come Bill.
- Almeno io ho pianto. Mica era facile, sal -. Jill mise la testa sotto il braccio. La guardai in silenzio.
- Oh, forza allora - dissi rassegnata. Saltammo gi e raggiungemmo Billy nel cortile.


Capitolo VIII.
AMICI E PARENTI.

Ero fermamente convinta che i membri di una stessa famiglia dovessero restare uniti. cos fermamente, infatti, che ebbi una riunione segreta con i miei fratelli e le mie sorelle. Per qualche motivo temevo che ci avrebbero messi in un orfanotrofio. Avevo letto che certe cose succedevano ed ero decisa a non farlo succedere a noi. Tutti noi ci impegnammo a scappare insieme qualora detta ipotesi si fosse prospettata come probabile.
Ma non c'era bisogno di preoccuparsi. Un paio di settimane dopo la morte di Pap, Mamma inform tutti noi che adesso l'uomo di casa era Billy. Questo mi colse di sorpresa, visto che Billy aveva appena sei anni.
Ma Billy prese molto seriamente questa faccenda dell'Uomo di Casa. Per esempio, quando si rompeva qualcosa, lui insisteva che toccava a lui ripararla. Ma quando Billy riparava qualcosa, poi a Mamma toccava sborsare del denaro. Tant' che quando per sbaglio rimase chiuso dentro al gabinetto, lei ebbe la tentazione di lasciarcelo.
- Sono certa che un giorno diventer un inventre - disse Mamma dopo averlo liberato. - Si interessa talmente tanto a come le cose si tengono insieme -. Feci un ghigno ed elencai l'orologio, il tostapane, il vecchio orologio di Pap e il trenino con la carica di David, ormai tutti ridotti in pezzi. Mamma rise: - Dovr pur far pratica su qualcosa.
Ogni qualvolta uno di noi menzionava la morte di Pap, Mamma diceva: - Pazienza, adesso  Billy l'Uomo di Casa. Si prender cura di noi, vero Billy? Era un pensiero all'antica, Billy era il maschio pi grande. Credo che Mamma volesse rassicurarci con le sue affermazioni, per non faceva che confonderci. Ci chiedevamo se Billy possedesse dei poteri speciali di cui noi non eravamo a conoscenza.
Alcuni mesi dopo la morte di Pap, Mamma venne a conoscenza del contenuto del certificato del Coroner. Il verdetto era suicidio. Mamma ne rimase sconvolta. Mamma aveva detto a noi tutti che la guerra aveva ucciso Pap. Ci aveva impresso nella mente che la morte di Pap era dovuta a qualcosa che si chiamava Cause di Guerra.
In un certo senso, il Coroner fece un favore alla nostra famiglia. Aveva attribuito il suicidio di Pap agli effetti ritardati della guerra, e questo significava che Mamma non avrebbe avuto problemi a ottenere una pensione di guerra. Erano soldi fissi in un momento in cui ne avevamo bisogno.
Il verdetto di suicidio non mi preoccup mai pi di tanto. Tuttavia, credo che come per Mamma, mi fece sentire colpevole e un po' responsabile: sapevo che nessuno di noi avrebbe potuto fare niente per far tornare Pap, e, in senso lato, questo era un sollievo.
La paura era improvvisamente scomparsa dalle nostre vite. Non ci furono pi fughe di mezzanotte a casa di Zia Grace, niente pi ospedali, niente pi ambulanze. Eravamo soli, ma era ritornata la pace. Avevo ancora paura del buio, ma non mi nascondevo pi sotto il cuscino.
La morte di Pap aveva definito molte cose per me. Decisi che, quando fossi cresciuta, non avrei mai bevuto
o sposato un uomo che beveva. L'odore dell'alcool, specialmente della birra, aveva il potere di nausearmi. Decisi, inoltre, che non sarei mai stata povera. Non che mi vergognassi di quello che avevamo, o del modo in cui vivevamo, ma c'erano delle cose che desideravo e sapevo che solo il denaro poteva comprare. Come la carta e i colori, le lezioni di piano, un vestito di nylon rosa e i sandwich al bacon.
Mi aveva inoltre fatta diventare molto selettiva a proposito dei vari uomini che sembravano interessati ad assistere la nostra famiglia. C'era un tizio della zona che pareva sempre ansioso di portarci a fare delle gite, ma sapevo che il suo interesse era solo per Mamma oltre che di toglierci velocemente dai piedi. Quella fu l'unica volta in vita mia che desiderai essere una strega. Mi sarebbe piaciuto moltissimo trasformarlo in un rospo.
Mamma mi rimprover diverse volte per essere stata scortese con lui. Questo mi faceva arrabbiare, perch mi dava l'impressione che lei non riuscisse a vedere quello che c'era in lui mentre io si. Decisi che si rendeva necessaria un'altra riunione segreta.
I miei fratelli e le mie sorelle rimasero sconcertati quando gli dissi di che pasta fosse veramente il nostro vicino. Fummo tutti concordi sul fatto che doveva andarsene. E cos fu. Dicemmo a Mamma, abbastanza bruscamente, che se quel tizio avesse continuato a insistere, saremmo scappati via. A quel punto Helen e David cominciarono a piangere, perch all'improvviso si resero conto che se scappi, tua madre la lasci l. Quando finalmente Mamma riusc a calmarli, le feci promettere solennemente che non si sarebbe risposata. Acconsent piuttosto felicemente e di certo ci togliemmo un peso di dosso.
Durante quei primi mesi non vedemmo molto i fratelli di Pap. Uno zio diede a Mamma quello che riteneva esser un buon consiglio. - Glad - disse - una bella donna come te, nella tua posizione, c' solo una cosa che pu fare. Trovare un uomo e andarci a vivere insieme. Se sei fortunata, si piglia pure i figli -. Qualche settimana dopo si fece vivo un altro zio e se ne and sull'unico nostro bene, il furgone Ford del 1948. Secondo il suo ragionamento, Mamma non aveva la patente e dunque non ne avrebbe avuto bisogno.
Dopo quell'episodio Mamma si demoralizz abbastanza. E non era da lei. Non sapeva come farsi valere, era troppo confusa.
- Gli uomini - ci disse con tono cinico - sono inutili: dei buoni a nulla!
Se non fosse stato per Zio Frank, avremmo probabilmente assecondato la teoria di Mamma. Intendiamoci, non che fosse troppo contenta quando si faceva vivo. Era stufa di uomini che bevevano.
- Salve, Glad - disse quando lei gli apr la porta. - Ti ho portato questo. Come va, ragazzi? - disse sorridendo quando apparimmo dietro Mamma nell'ingresso. - Beh, meglio che vada. Ci vediamo ragazzi. Dobbiamo uscire un giorno. Arrivederci, Glad Mamma sorrise e richiuse la porta.
- Che cos'hai l? - chiese Nan puntando la cassetta. - Pollo, eh? E verdura. Chi te l'ha data?
-  stato Zio Frank, Nan - dissi - credi che potremmo farcelo stasera, s?
Non riuscivo a credere che fosse pollo vero, un lusso tale. Credo che neanche Mamma riuscisse a crederci. Pensava che Frank, come tutti, fosse solo un altro ubriacone.
Con nostra sorpresa, Frank torn a trovarci con la stessa roba nel corso delle settimane successive. Poi Mamma venne a sapere che al Raffles Hotel si teneva una lotteria settimanale. Il premio era sempre una cassetta di frutta e verdura e un pollo fresco, e il vincitore era sempre Zio Frank. Il suo momento fortunato sarebbe durato per oltre dodici mesi.
Quello che ci diede Frank fu pi che una mano. Present sua moglie a Mamma e divennero buone amiche. Zia Lorna aveva una piccola macchina e ci portava a fare dei picnic nella boscaglia. Preparava sempre un ottimo pranzo.
Frank incoraggi Mamma a prendere lezioni di guida. Nel tempo libero si dava un po' da fare come meccanico. Disse che le avrebbe riparato il furgone. Per qualche motivo mio zio ce l'aveva riportato. Mamma disse che altri uomini avevano fatto commenti su di lui.
Ben presto Mamma ebbe la sua patente e lei e Lorna facevano a turno per guidare su in collina. Eravamo ancora poveri, ma Nan era brava a far durare il poco per molto. E per quanto riguardava noi bambini, era pi di quanto avessimo mai avuto.
Ora che Mamma aveva la patente, aveva anche cominciato ad andare regolarmente a casa di Nonno e Nonna, e niente biciclette o giocattoli vecchi. Trascorrevamo il tempo seduti su un vecchio tronco e passavamo le dita nella terra sabbiosa, mettendo in mostra e raccogliendo i sassolini marroncini che giacevano appena sotto la superficie.
Altre volte, ci divertivamo nascondendoci dietro un vasto cespuglio e facevamo finta di essere nell'era preistorica. Quando eravamo stanchi di giocare ai dinosauri, ricorrevamo a un giro dopo l'altro di Simon Says. Finalmente Mamma usciva fuori con un vassoio di bibite e un pezzo di torta ciascuno. Subito dopo sapevamo che era ora di andare a casa.
Non  che non stessimo simpatici ai nostri nonni. Effettivamente, a modo loro, ci trattavano sempre con gentilezza. Dopotutto, seppure a met, noi eravamo anche di Pap. Era dell'altra met che si preoccupavano.
Ci vollero solo pochi mesi perch cessassero le nostre visite regolari. A volte incontravamo per caso Nonno in citt, Mamma ci portava sempre a vedere le vetrine. Quando vedeva Billy, Nonno piangeva. Ricordo che una volta cerc di scusarsi con Mamma per l'atteggiamento di Nonna. - Cosa posso farci, Glad. Sai com' fatta Mamma faceva spallucce. Quando ci salutavamo, Nonno si asciugava gli occhi in modo rassegnato. Lui ci si rivolgeva sempre in modo gentile, ma il gallo del pollaio era Nonna.
Per nostra fortuna, Mamma riusc in qualche modo a tenersi stretta la televisione dopo la morte di Pap. C'erano molte altre cose in casa nostra che ci servivano molto pi disperatamente, ma la televisione riusc a fare molto pi di quanto avessero fatto abiti caldi e letti extra. Ci forniva una scappatoia.
Prendemmo l'abitudine di creare dei letti di fortuna sul pavimento del soggiorno. Mamma attizzava il fuoco, e, rannicchiati sotto la coltre di coperte e cappotti, andavamo in estasi davanti ai film degli anni Venti, Trenta e Quaranta.
Oltre ai musical romantici e al variet di Nelson Eddy e Jeanette MacDonald, ci piacevano moltissimo i film di guerra. Spesso Mamma diceva: - Tuo padre ha combattuto l - o - mi ricordo che tuo padre mi raccontava di quel posto -. Faceva sembrare i film pi importanti di quanto non lo fossero veramente. A volte, uno degli attori assomigliava a Pap, e cercavo di fare finta che fosse proprio lui a rappresentare sullo schermo una lontana parte della sua vita. Non funzionava mai a lungo; l'eroismo affascinante descritto nei film sembrava assai lontano da quello che avevo sentito descrivere da Pap.
Quando, anche per quella sera, erano terminati i programmi, Mamma ci preparava una tazza di t bollente e zuccherato con fette di pane tostato e marmellata o Vegemite. Attizzavamo di nuovo il fuoco e ci scambiavamo sbadigli e racconti fino alle prime ore del mattino. Smettevamo solo quando ci addormentavamo o avevamo la gola troppo rauca per continuare a cantare.
Non mi dimenticher mai di quelle sere, del fuoco, di Mamma e Nan, e di tutti noi che ridevamo e scherzavamo. Allora mi sentivo protetta. Sapevo che eravamo noi contro il mondo, e sapevo anche che finch avessi avuto la mia famiglia, avrei potuto farcela.
Non avevo idea di quanto fosse duro quel primo anno per Mamma e per Nan. Quando Pap mor, Mamma aveva trentuno anni e cinque di noi da tirar su. Avevo nove anni, mentre Helen, la pi piccola, solo diciotto mesi.
A Mamma non piaceva lasciarci, ma sapeva che per tirare avanti, avrebbe dovuto lavorare.
Ecco una cosa che si poteva dire di Mamma, il lavoro non la spaventava. In tutti quegli anni in cui Pap era stato male, lei aveva sempre continuato ad avere qualche entrata con dei lavoretti part-time, ma adesso aveva incrementato la dose e accettava qualsiasi lavoro le capitasse. Era difficile trovare un lavoro a tempo pieno, cos accettava numerosi lavori part-time, gran parte dei quali duravano solo poche settimane.
Mamma aveva un'amica, Lois, che ci dava una mano finanziariamente. Lois era una signora anziana che non vedevamo molto, ma aveva aiutato Mamma negli anni della sua adolescenza e, non avendo figli suoi, la considerava come una figlia. Non le era mai piaciuto Pap, ma non era una che portava rancore.
Ricordo che a un certo punto eravamo veramente disperati. Mamma e Nan continuavano a parlare a bisbigli. Decisero di scrivere una lettera ad Alice Drake- Brockmans a Sydney per vedere se la sua famiglia potesse prestarci dei soldi. Quando arriv la risposta, rimasero molto deluse; diceva che anche loro erano al verde e che non potevano prestarci niente. Nan era molto amareggiata. Disse che non le importava nulla se avevano fatto bancarotta; con lei erano in debito. Non capivo di cosa stesse parlando.
Oltre al buon Zio Frank e a Lois, l'altro salvatore della nostra famiglia era il Lascito. A tutte le famiglie dei reduci, orfane di padre, veniva assegnato un Legatario. I Legatari erano di norma dei signori di buona posizione sociale con un debole per i bambini, e mentre il sistema era valido quanto il Legatario che ti veniva assegnato; noi fummo veramente fortunati. Il nostro si rivel un affabile signore anziano con un figlio suo. Si chiamava Mr. Wilson, ma noi affettuosamente l'accorciavamo in Mr. Willie.
Mr. Willie prese l'abitudine di portarci al mare e a fare dei picnic e dei barbecue. Possedeva ci che noi chiamavamo una macchina davvero sfavillante, e noi ci sentivamo molto speciali quando ceravamo sopra.
Mr. Willie ci disse che ci avrebbe portati a tutte le gite del Lascito, e ci inform inoltre che avremmo dovuto prendere parte alla marcia dell'Anzac Day(6) una volta l'anno.
- Perch dovevamo marciare? - gli chiesi un giorno.
- Perch tuo padre era un soldato. Tutti i bambini dei soldati devono marciare.  necessario ricordare alla gente l'eredit che la guerra ci ha lasciato. E comunque, vostro padre era un uomo coraggioso, e dovreste marciare per rendergli onore.
Non ero particolarmente desiderosa di ricordare alla gente la guerra, ma non potevo trovar da ridire sul suo discorso a proposito di Pap.

Note.
6. Festa nazionale celebrata il 25 aprile per commemorare i caduti di guerra a Gallipoli il 25 aprile 1915.


Capitolo IX.
VITA SELVAGGIA.

In men che non si dica ci ritrovammo la nostra casa invasa da animali domestici. Cani, gatti, pappagallini, conigli e, naturalmente, polli: ogni animale randagio trovava rifugio da noi. Quando la nostra popolazione felina tocc il numero tredici, Mamma decise che era troppo e trov una sistemazione per met di loro. Poi, il mio coniglio bianco scapp via, uno dei cani venne investito, e uno dei gatti divent selvatico.
Il cane che avevamo perduto era stato un vecchio e prezioso membro della famiglia. Decisi che avevamo bisogno di un altro cane che prendesse il suo posto, cos convinsi Mamma ad andare a dare un'occhiata ai negozi di animali della zona.
- Non ne compreremo uno, Mamma - dissi - diamo solo un'occhiata.
- Basta con gli animali, Sally.
- Lo so, Mamma, lo so. Ma non possiamo solo dare un'occhiata?
- Va bene. Per voi bambini sar un'occasione per uscire.
Un negozio di animali l nei dintorni aveva sei cuccioli che erano un incrocio di kelpie(7), tutti adorabili. Ci accalcammo intorno alla gabbia intimoriti mentre questi ci leccavano le dita e ci guardavano supplichevoli.
- Quello - dissi a Mamma guardando il cucciolo pi grosso. - Prendiamo quello, Mamma.
- Non compro un cane, Sally. I soldi mi bastano appena per sfamare quelli che abbiamo senza dovercene aggiungere un altro.
- Quello e pi grande degli altri - interruppe il negoziante. - Pare che non lo voglia nessuno -. Non avrebbe potuto dire cosa migliore.
- Lo vedi, Mamma, non lo vuole nessuno. Che ne sar di lui se non lo compriamo noi?
- Non lo compro.
- Posso tirarlo fuori dalla gabbia e prenderlo in braccio, Mamma? Potrebbe essere il suo unico abbraccio.
- Buona idea, signorina - disse il negoziante con entusiasmo mentre apriva la gabbia.
Tirai fuori il cucciolo: era pelle e ossa e sgraziato. - Non  bello? -. Lo sollevai verso Mamma.
- Oh, mio Dio, guarda le zampe, sono enormi.
- Sono certo che la madre non era che un corgie - disse prontamente il negoziante.
- Sembra pi un lupo alsaziano. No, Sally, non ora che gli ho visto le zampe. Diventer un cagnone quando avr finito di crescere.
- Ma Mamma, non abbiamo mai avuto un cane grande.
- Per piacere, Mamma - implorarono i miei fratelli e sorelle.
- Be-eh - sospir Mamma mentre il cane le dava una leccata.
- Sar un buon cane da guardia, Mamma - disse Billy.
- Ve lo lascio a met prezzo - disse persuasivo il negoziante.
- Oh, d'accordo - disse Mamma con tono lamentoso
- Lo prendiamo.
- Un vero affare, Mamma - e sorrisi.
Chiamammo il cucciolo Blackie, perch era quasi
completamente nero. Alcune settimane dopo lo ribattezzammo Widdles(8), per quella tendenza che aveva e che sembrava non riuscissimo a fargli perdere.
Una sera, Mamma protest per il nome: - Mi sento una stupida a chiamarlo Widdles quando gli devo dare
la cena. I vicini ridono tutti cos, mentre tutti noi continuammo a chiamarlo Widdles, da quel momento in poi, ogni volta che Mamma voleva chiamarlo, gridava
- Vieni qui Widdees, qui bello I vicini ridevano ancora, ma, nella testa di Mamma, una certa differenza c'era.
Gli unici animali che non ci era permesso di tenere erano quelli selvatici. Iguane, girini, rane, gamberi d'acqua
dolce(9) e insetti dovevano tutti tornare sani e salvi nel loro habitat naturale. Il nostro atteggiamento nei confronti della natura che ci circondava venne enormemente influenzato da Nan.
Ormai le nostre vite ruotavano intorno a lei, teneva il fuoco di casa acceso mentre Mamma era presa dai suoi tre lavori part-time, due da un fioraio e uno di pulizie. Nan si occupava di cucinare, pulire, lavare, stirare e rammendare, come pure di spaccare la legna e tenere in ordine il giardino. La cucina era diventata di suo dominio e non le piaceva che noi bambini ci intromettessimo.
- Ragazzini, fuori dalla mia cucina! - gridava sventolandoci contro il suo strofinaccio. Anche quando ci offrivamo di dare una mano, ci strillava e ci mandava fuori a giocare.
Nan favoriva i nostri interessi nei confronti della natura del posto mostrando grande partecipazione per ogni nuova creatura che portavamo a casa dalla palude. Rane e iguane erano le bestie che preferiva.
Un pomeriggio, scoprii un'iguana a coda mozza, grande e grossa, raggomitolata sotto un pezzo di latta arrugginita che era addossata al muro del nostro pollaio.
- Jill, vieni, svelta, guarda cosa ho trovato -. Ci sdraiammo entrambe, per terra a pancia in sotto, e restammo per ore a fissare i suoi occhi vitrei.
Quando Nan ci trov, disse
- Che state combinando, ragazzine? -. Secondo lei, stavamo sempre combinando qualcosa.
-  un'iguana. A coda mozza: una vera bellezza. Guarda.
- Oh, com' grassa! - esclam Nan. - Lasciatela stare, bambine. Se vuole, pu restare l. Non fatele male.
- Certo che no - dissi indignata. Nan non ci avrebbe mai perdonati se avesse pensato che fossimo state crudeli con gli animali selvatici.
- Possiamo darle da mangiare, Nan? - domandai.
- Non c' bisogno, trover da sola il suo cibo.
Pensai che fosse una crudelt. Decisi che mi sarebbe
piaciuto addomesticare quell'iguana, cos quella sera, dopo cena, strisciai fuori con un vecchio pezzo di torta stantia. Lo feci scivolare sotto la latta, e poi, sottovoce, feci sapere all'iguana chi ce l'aveva messo. Del resto, non volevo che facesse amicizia con qualcuno che non s'era neanche preso la briga di darle da mangiare.
Il mattino seguente, la mia amica era scomparsa. Nan venne a darle un'occhiata e invece trov me, acquattata nella sabbia, con in faccia un'espressione confusa.
- Quell'iguana  ancora l?
- Nooo, se ne  andata. Dove pensi che sia andata? Volevo tenerla.
- Scommetto che si  nascosta un po' pi gi, non vuole farsi vedere da noi. Sta' attenta, ora sposto un po' la latta. Sempre sdraiata a terra, scivolai un po' indietro, e Nan rimosse lentamente la latta. Ma niente iguana.
- E questo come c' finito qui? - domand Nan. Aveva in mano il pezzo di torta giallognola che ci avevo messo io la notte prima.
- Pensavo avesse fame - risposi con la coscienza sporca.
- T'avevo detto che il cibo se lo sarebbe procurato da sola. Ormai l'hai spaventata.
Nan mi spieg che quello non era il cibo giusto per un'iguana.
Io annuii semplicemente. Ero convinta che aveva dato un morsetto alla torta di Mamma e che poi era strisciata via a morire da qualche parte. Mi sentivo morire; non era cosa da
poco avere sulla coscienza l'avvelenamento di un'iguana.
Il grande evento del 1961 si rivel quando, tornando a casa un pomeriggio tardi, mi successe di sentire un cinguettio insistente che veniva dalla boscaglia l vicino. Mi fermai di colpo lungo il percorso e mi misi ad ascoltare attentamente. Eccolo ancora, un frenetico cip! cip! Mi addentrai con cautela nella boscaglia finch non raggiunsi una piccola radura; l, alla base di un alto eucalipto bianco, c'era un'allodola appena nata. Indietreggiai e alzai lo sguardo verso i rami sopra la mia testa. Tra le foglie che si muovevano, riuscii a scorgere la sagoma scura di un nido. Sapevo che non c'era alcuna possibilit di rimetterlo lass, era troppo alto e, anche se ce l'avessi fatta, la sua Mamma avrebbe sentito odore di umano e l'avrebbe scacciato. Avevo sentito che certi animali facevano cos; forse lo facevano pure gli uccelli. C'era una sola cosa che potessi fare: portarlo a casa.
Quando Mamma vide la protuberanza nella tasca del mio vestito, sospir: - Oh, no, che cosa hai l?
Le mostrai l'uccello. - Lo chiamer Muddy - dissi con ottimismo. Sapevo che Mamma non ce la faceva pi con me che le portavo a casa tutti quei randagi.
- Basta con gli animali, Sally. Te l'ho detto. Niente pi animali. Voi ragazzini li portate a casa e io sono quella che poi finisce per doverli nutrire.
- Ma  solo un neonato. Me ne prender cura io.
-  una piccola allodola, Nan,  caduta da un albero. Mamma vuole cacciarla via.
- Non  cos, Sally.
- Quindi me la lasci tenere?
- Oh... D'accordo, ma te ne devi occupare tu. Non vorr averci nulla a che fare.
- Aah, tanto sei pi brava con i cani Mamma aveva una sorta di relazione spontanea e naturale con i cani.
- Sai, Sally, quell'uccellino potrebbe avere qualcosa che non va. Ho sentito dire che certe madri se ne liberano proprio per quel motivo. Potrebbe anche non sopravvivere. E talmente piccolo.
- Uhmm, se la caver - disse Nan - dagli un po' di cibo e assicurati che stia al caldo durante la notte, non
gli servir altro. A Nan gli uccelli piacevano da morire; nessuno poteva permettersi di dire una parola contro le sue galline bantam, e anche quella volta quando il suo cacatua preferito, quello grigio e rosa, stacc mezzo polpastrello del dito di Jill, fu colpa di Jill, e non dell'uccello.
Escogitai un mio metodo personale per nutrire Muddy. Semplicemente mettevo un pezzo di carne sulla punta del dito e poi gli infilavo il dito in fondo alla gola. Sembrava che questa tecnica gli fosse congeniale, perch in breve s'era fatto un bell'uccello sano. Io ero la sua Mamma e lui era il mio amico, e nonostante le nostre grandi avventure insieme si limitassero a delle commissioni al negozio all'angolo, nella mia mente facevamo esperienza di fughe di gran lunga pi eccitanti. A quell'epoca stavo leggendo i libri della serie Famous Pive, e Muddy calava bene nel ruolo di Timmy, il cane di George.
La notte Mud dormiva su una sedia nella mia stanza. A Jill non andava troppo a genio.
- Non metterla accanto al mio letto, potrebbe farmela addosso, e se succede quando dormo, non potr pulirla via -. Si metteva di corsa sotto le coperte, lasciandomi a osservare, risentita, la protuberanza della sua sagoma.
Chiss se ci riesco a fargliela fare addosso, pensai. Lanciai un'occhiata a Mud, appollaiata al suo solito posto, con le zampe intrecciate intorno allo stretto piolo sullo schienale della sedia accanto al mio letto. Decisi che era meglio non incoraggiarla; Mamma non mi avrebbe mai perdonata. Tuttavia, avrei sempre potuto affermare che si era trattato di un incidente. Con quel pensiero in testa, sbadigliai e mi rannicchiai sotto le coperte. - Notte, Mud - sussurrai. Lui, in risposta, mi guard, fervido negli occhi e nel becco. Spesso immaginavo che gli uccelli potessero parlare. Stavo prendendo in considerazione l'eventualit di insegnare a Mud il linguaggio dei segni. Gli occhi mi si stavano facendo pesanti e alla fine si chiusero. Sorrisi. Mud sollev l'artiglio due volte. Si! Due per dire si e una per dire no!
Sapevo che poteva farlo. Quella stessa notte sognai di tutti i numeri che le avrei insegnato. Che spettacolo sarebbe stato, io e Mud: delle dive!
La mattina seguente mi svegliai piano piano. Sbadigliai e mi stirai. Di solito, gli strilli striduli che Mud faceva per la fame mi disturbavano il sonno; ma quella mattina non ce ne furono. Buttai un occhio alla sedia; Mud era appesa sottosopra. Feci un mezzo sorriso. Che sta facendo, pensai. Deve essere un nuovo numero.
- Gli uccelli non fanno quei numeri l, tesoro - mi spieg Mamma in seguito.
Mi sentii malissimo per il fatto che Mud era rimasta appesa, cos rigida, sottosopra, non perch si stesse concentrando, ma perch era stata colta da rigor mortis.
And a unirsi a una schiera di animali del passato, seppelliti sotto il fico nell'angolo pi remoto del nostro giardino. Mi sentivo come se una parte del mio status personale fosse morto con lei. Ora, quando andavo a fare commissioni al negozio all'angolo, nessuno faceva pi commenti sull'allodola selvatica appollaiata in modo precario sulla mia spalla. Ero soltanto io, una ragazzina pelle e ossa, col codino, e indosso degli abiti sporchi e
lo sguardo imbronciato. Le avventure, anche se vissute nella propria immaginazione, non sono affatto divertenti se non le si condivide con qualcuno.
La palude dietro casa nostra era diventata per me un luogo importante. Ormai faceva parte di me, parte di ci che ero in quanto persona. Quando ero alla palude, perdevo la cognizione del tempo. Sguazzavo nel piccolo fiume fangoso che serpeggiava lungo il suo percorso fino a raggiungere il fiume Canning. Catturavo i gamberi piazzandomi su un vecchio canale di scolo di acqua piovana e poi dimenavo le dita nell'acqua. Non appena i gamberi ci si attaccavano, bastava un rapido colpo di polso per farli atterrare, boccheggianti, sulla riva. Mi immaginavo nei panni di un'avventuriera, sempre curiosa di sapere cosa mi aspettava dopo la curva successiva,
o dietro quella macchia di alti eucalipti che si scorgevano in lontananza.
Mi piaceva pensare la palude come un posto veramente selvatico. Ogni estate i nostri vicini catturavano almeno tre o quattro grossi dugite(10) o serpenti tigre. Era strano perch in tutte le mie incursioni nella boscaglia non ne avevo mai incontrato nessuno. Naturalmente, me lo sentivo che erano l intorno, ma finch ne stavo alla larga, anche loro erano ben felici di starsene alla larga da me.
Io e Jill ce l'eravamo spassata un sacco di volte laggi. E avevamo sempre qualche nuova scoperta da trasportare a casa e mostrare a Nan. Poi, una volta ispezionati i nostri trofei e discusso di cosa fossero e di come vivessero, ce li faceva riportare alla palude.
Comunque non c'era bisogno di andare alla palude durante l'inverno, perch il nostro cortile sul retro era costantemente inondato d'acqua che brulicava di girini e pesciolini. Normalmente l'acqua si alzava fino alle nostre caviglie, ma dopo una bella pioggia ci arrivava a met del polpaccio. Quei giorni erano accolti con gridolini di delizia: ci schizzavamo energicamente, infilavamo le dita dei piedi sul fondo fangoso e ci tiravamo la sabbia a vicenda.
- Mica abbiamo bisogno di una piscina, vero Mamma? - dicevo ridendo mentre la schizzavo.
- No, non solo abbiamo l'acqua, ma pure il pesce!
Nan aveva un'indole meno ottimistica, soprattutto
d'inverno. La sua visione del mondo fisico era profondamente personale. E quando non era fuori a spaccare legna o a rastrellare foglie, si metteva a osservare il tempo. Il suo interesse per le condizioni atmosferiche era basato su una visione alquanto pessimistica della frequenza delle calamit naturali. Nonostante ascoltasse con avidit le previsioni meteorologiche alla radio, non riponeva mai una fiducia totale in nessuna opinione del meteorologo. Nan sapeva che le loro previsioni non erano affidabili quanto le sue.
Quotidianamente controllava il cielo, le nuvole, il vento e, in giornate particolarmente quiete, la reazione dei nostri animali. A volte, restava seduta, per met della notte, per controllare il corso di una particolare stella,
o a meditare sul significato di un nuovo colore che aveva scorto in cielo al momento del tramonto.
In rare occasioni era interpellata Mamma per un parere. Mi divertiva sempre vederle in piedi in fondo al nostro viottolo, braccia in alto, come in atto di supplica; Nan che indicava diverse e dubbie formazioni di cumuli, e Mamma che annuiva e mormorava: - Si, si. Capisco cosa vuoi dire Poi, con un dito bagnato, esaminavano entrambe la direzione del vento. In quei momenti, la frase tipica di Nan era: - Non si sa mai, Glad. Semplicemente non si pu mai sapere quello che il tempo potrebbe portare.
Da quando era morto Pap, Nan aveva elaborato diverse azioni rituali di emergenza per fare fronte a ci che riteneva possibili calamit naturali. Per i terremoti, ci aveva istruiti di correre sull'aia davanti a casa nostra e di evitare, mentre andavamo, i pali dell'elettricit. E se eravamo tanto sfortunati che la terra ci si apriva davanti, dovevamo saltare il pi in alto possibile, sperando che una volta tornati gi, la terra si fosse nuovamente richiusa.
Nonostante l'eventualit di un grosso terremoto fosse considerata estremamente remota dal resto del nostro vicinato, Nan ci aveva invece convinti che era uno dei pericoli della vita quotidiana. Avevo degli incubi dove mi vedevo correre in pigiama sull'aia mentre i pali della luce elettrica si abbattevano e tuonavano intorno a me.
Oltre ai terremoti, ci che Nan temeva di pi erano i temporali. I tuoni e i lampi, suoi vecchi favoriti, non mancavano mai di premere il pulsante del suo panico. Sfrecciava per la casa come una tromba d'aria, ci raccoglieva in braccio e poi ci depositava alla rinfusa nell'ingresso. Poi correva in veranda e trascinava dentro una cassa di legna da ardere. Tornava di corsa e cacciava un grosso pezzo di legno pieno di schegge in ogni
paio di mani esitanti, con la seguente criptica istruzione:
- Bambini, non mollate quel pezzo di legno o finirete fulminati.
Eravamo talmente spaventati che non osavamo muoverci. Mentre eravamo seduti sul pavimento, presi dal panico, Nan si affrettava, di stanza in stanza, a spegnere le luci e a buttare lenzuola sugli specchi, sulle stoviglie, sulle posate, al bagno e persino sul lavandino della cucina. Una volta fatto tutto questo, filava al contatore ed estraeva tutti i fusibili.
Nella testa di Nan, lampi ed elettricit erano la stessa identica cosa, entrambi pericolosi e totalmente indegni di fede. Rimuoveva i fusibili perch questo voleva dire che l'elettricit, incitata dal violento temporale, non poteva scappare e farci del male. Gettava lenzuola e coperte su tutto ci che luccicava, perch era credenza comune che non c'era nulla che i lampi amassero di pi che una superficie scintillante.
Se eravamo fortunati, il temporale passava presto, ma c'erano occasioni in cui restavamo seduti sul pavimento l'intero pomeriggio, tenendo ben stretti i nostri pezzi di legna.
- Possiamo alzarci adesso?
- State seduti e fermi - diceva bruscamente Nan, guardandoci in cagnesco mentre teneva d'occhio la porta verso la cucina nel caso uno di noi cercasse di battersela. - Voi bambini non sapete cosa siano i temporali. Li ho visti su al nord. Terribili, cose terribili. C' gente che c' morta.
Quando Mamma rientrava dal lavoro, stavamo ancora seduti l, con gli arti indolenziti e freddi.
- Oh, bambini, alzatevi - diceva Mamma esasperata mentre lanciava a Nan uno sguardo disgustato. - Dio, Nan, scommetto che li hai tenuti l tutto il giorno, si saranno congelati.
- Meglio congelati che morti.
Mamma rimetteva i fusibili al loro posto e accendeva il fuoco, mentre Nan si precipitava in camera sua in preda a un attacco di rabbia. Riteneva che Mamma fosse totalmente ignorante in fatto di norme di sicurezza per i bambini.
- Vecchia scema - borbottava Mamma mentre ci preparava dei toast.
Con l'avvicinarsi dell'ora di cena, Nan si era calmata. Riemergeva, scontrosa, dalla sua stanza e cominciava a pelare patate, lamentandosi tutto il tempo del tempo con un basso tono monotono. Sapevamo che a quel punto tutto era tornato alla normalit.

Note.
7. Razza di cane pastore australiano.
8. Termine che in inglese significa orinare.
9. Il termine usato nel testo  gilgie, una variante di yabbie, un piccolo gambero d'acqua dolce.
10. Anche dulcite; serpenti velenosi di colore verde oliva, marrone o grigio. Pseudortaja ajjims presenti nell'Australia sud-occidentale.


Capitolo X.
IL TOCCASANA.

Dell'arma segreta di Mamma non sapevamo nulla. Aveva rinunciato, a quanto pare, a ogni tentativo di controllo su di noi, rimettendoci invece nelle mani di Dio.
Suppongo che, a modo suo, Mamma sia sempre stata piuttosto religiosa, ma per noi divenne veramente ovvio solo quando diventammo grandi, e dopo la morte di Pap. Occasionalmente, quando ero pi piccola, era stata alle adunanze in chiesa, ma Pap non era molto favorevole a certe cose e questo bastava a scoraggiarne la pratica. Fondamentalmente, credo, la religione e la spiritualit erano per Mamma una questione privata e personale.
Integrava le sue preghiere portandoci a ogni incontro religioso possibile e immaginabile. Quella era una cosa che si poteva dire di Mamma, che in fatto di religione non era prevenuta. Frequentavamo la Chiesa Cattolica Romana, quella Battista, quella Anglicana, la Chiesa di Cristo e quella Avventista del Settimo Giorno.
La nostra favorita era l'Avventista del Settimo Giorno. Una delle nostre vicine, Mrs. Brown, era un'Avventista del Settimo Giorno, e ogni due fine settimana intratteneva i ragazzini del posto con dei film. I film non ci dispiacevano, anche se il contenuto non cambiava mai. Quasi ogni film era sul diavolo.
Una sera, centinaia di angeli bianchi e soffici apparvero sullo schermo; erano sorridenti e fluttuavano su grandi nuvole dorate. Purtroppo la colonna sonora che accompagnava quelle immagini di santit dava l'impressione di un violento temporale. Tra il sibilo del vento e il fracasso dei tuoni arrivava il suono di passi pesanti e malvagi, e una risata rauca. Tutti noi scoppiammo in risatine. Mrs. Brown accese le luci e prese ad armeggiare con la macchina accanto a lei.
- Ecco, mi sa che ci siamo. Per favore, le luci.
Questa volta apparve il diavolo. Era tutto nero, tranne che per la faccia, rossa, e due piccole corna, rosse. Il suo lungo mantello scuro si gonfiava tutto come un nuvolone rigonfio. I lampi che scoccavano, gialli e aguzzi, sullo schermo, illuminavano il suo volto terrificante. Le nubi in alto si scuotevano, si agitavano e scoppiavano, ma la pioggia si tramutava in vapore sibilante non appena toccava il diavolo, che continuava a lanciare fiamme di un rosso acceso dal suo grosso forcone.
Se non fosse stato per la colonna sonora, ci saremmo spaventati a morte. Era la creatura pi mostruosa che avessimo mai visto. Tuttavia, ogni volta che buttava indietro la sua rossa testa cornuta ed emetteva una risata presumibilmente malvagia, il solo suono che riuscivamo a sentire era quello di voci celestiali che cantavano Alleluia, Lode al Signore!
Jill prendeva seriamente tutti i nostri insegnamenti religiosi e non c'era nulla che temesse pi del diavolo. Un giorno, mentre eravamo sedute nel cortile sul retro a creare elaborate gallerie con la sabbia bagnata, un piccolo osso bianco, pi o meno dell'ampiezza di un dito, apparve all'improvviso puntando verso l'alto.
- Jill - gridai -  il dito del diavolo! E venuto a
prenderti! -. Jill butt un'occhiata e corse dentro strillando.
Pochi minuti dopo, Mamma usc con incedere pesante; era furibonda. Jill cercava di tirarsi via, ma Mamma la teneva ben ferma e cercava di trascinarla pi vicino al dito del diavolo. - Sally, maledetta ragazzina, di' a Jill che non  il dito del diavolo!
Io abbassai lo sguardo verso il bianco osso nodoso davanti a me e, poi, lentamente, guardai Jill.
- E invece s - grid lei - s che lo  - e con un balzo disperato, si liber dalla presa di Mamma e corse dentro. Mamma tir fuori l'osso dalla terra, poi mi guard e scoppi a ridere. Non c'era mai mancato cos poco che me le suonasse.
Ogni sera, prima di andare a letto, Mamma voleva che recitassimo il padrenostro. Jill aveva una memoria formidabile. Era in grado di leggere una paginona tutta scritta e poi recitarla parola per parola. Dopo che Mamma aveva ascoltato la preghiera di Jill, veniva a sedersi ai piedi del mio letto per convincermi a dire la mia.
Di solito nascondevo la testa sotto le coperte e fingevo di dormire, ma lei le abbassava e diceva: - Sally, tocca a te.
- Non dico mai il padrenostro, non ne vedo il motivo, Mamma.
Mamma sospirava e diceva: - Beh, magari ti andr di dirlo domani sera -. Poi mi rimboccava le coperte e spegneva la luce. Il bagno era proprio accanto alla nostra stanza e l la luce rimaneva accesa tutta la notte. Mi faceva troppa paura dormire col buio totale.
- Sei tremenda, Sally - diceva Jill sospirando dopo che Mamma se ne era andata. - Ogni domenica mi chiedono perch non vieni al catechismo. Che cosa devo dire? Non posso continuare a dire che stai male.
- Uff, non mi interessa quello che dicono: non sono affari loro.
- Il tuo problema  proprio questo: a te non interessa quello che pensano gli altri. Tu sei l'unica bambina che alla fine dell'anno non prende un libro al catechismo perch non hai frequentato abbastanza. Mi fai vergognare.
- Uff, sta' zitta e mettiti a dormire - borbottavo mentre mi giravo dall'altra parte. Sapevo di aver ferito i suoi sentimenti e la sentivo tirare su col naso sotto le coperte. Ci vollero anni prima che imparassi cos'erano i compromessi.
Quando Mamma non pregava per il mio benessere o la mia salute, mi portava dal dottore. Il mio debole corpo mi faceva sentire molto frustrata. Se avessi potuto, l'avrei disconosciuto.
Nel corso di una visita, il dottore disse a Mamma: - Voi vivete nel peggior posto che ci sia per questa bambina. Non potete trasferirvi? Se non lo fate, lei non migliorer -. Guardai Mamma piena di speranza. Avevo sempre voluto viaggiare. Mamma scosse la testa e disse:
- Devo restare dove sono.
Fu abbastanza cinica al riguardo. Tornando a casa disse:
- Sono una vedova con cinque figli: dove pensa che possa trasferirmi?
- Non preoccuparti, Mamma - dissi fiduciosa - me la caver.
- Pregher perch sia cos - disse con un sospiro. E cos preg. Non la vedevo mai pregare, ma sapevo che se ci fosse stata una gara in tutto il vicinato, Mamma sarebbe stata quella che pregava meglio.
Quasi a un anno dal giorno della morte di Pap, contrassi una febbre reumatica. Molte volte, andando a scuola, dovevo fermarmi e stringermi il petto finch il dolore non era passato. Mamma mi port di corsa dal medico di zona per due volte, ma lui sosteneva che si trattava puramente di dolori legati alla crescita. Non avrei mai immaginato che diventare pi alti implicasse una tale sofferenza.
Il peggio era di notte. Mi raggomitolavo stretta stretta e mi impegnavo con la mente perch il dolore svanisse. Stavo troppo male per piangere. Nan cercava di aiutarmi come poteva. Dallo sguardo che aveva e dai suoni comprensivi che emetteva si poteva dire che era preoccupata per me. Mi rimproverava perch dormivo in quella posizione strana e poi, con dolcezza, mi allungava braccia e gambe, incoraggiandomi a dormire in una posizione pi normale.
Passava ore ad avvolgere asciugamani bagnati e strisce di tela di lenzuolo intorno ai miei arti, rassicurandomi tutto il tempo che il dolore sarebbe scomparso. Mi ricordo di un paio di notti, quando stavo veramente male, in cui faceva scorrere lentamente le sue mani lungo tutto il mio corpo, senza toccarmi ma dicendo soltanto: - Starai bene, non permetter che ti succeda nulla.
Non appena le bende e gli asciugamani si erano asciugati, li srotolava e andava a bagnarli di nuovo. - Sei molto calda, Sally - diceva; - non  buon segno che un bambino sia cos caldo -. Quando, alla fine, mi addormentavo, mi sentivo rigida come una bambola di cartone. Al risveglio, la mattina dopo, di norma il dolore se ne era andato, ma non per molto. Dalla malattia imparai una lezione preziosa, che ero forte dentro. Dovevo esserlo se volevo sopravvivere. La mia malattia diminu lentamente senza alcuna cura medica.
Nan aveva molte convinzioni in fatto di salute e le trasmise a noi. Per prima cosa era ossessionata dall'intestino sano. E pure Mamma, ma era difficile stabilire se questo fosse dovuto all'influenza di Nan o perch fosse arrivata alle stesse convinzioni per le lunghe sedute al gabinetto.
Nan si preoccupava di quelli che passavano troppo tempo al gabinetto. Se Mamma ci stava per pi di dieci minuti, Nan esprimeva la sua apprensione bussando alla porta e gridando: - Glad... sei l dentro? -. Mamma, invariabilmente, rispondeva: - Certo che si, vecchia scema.
- Adesso non fare la villana con me, Glad - rispondeva Nan.
- Fai sempre la villana con me quando sei al gabinetto. Volevo solo accertarmi che stessi bene.
- Che diavolo vuoi che mi succeda qua dentro?
- Potresti svenire, Glad. Non dimenticher mai di Mrs. Caulfield che svenne al gabinetto. Passarono ore prima che la figlia la trovasse. Tu sei fortunata ad avere qualcuno che controlla, Glad. Glad... sei ancora l?
A questo punto Mamma era talmente irritata che tirava lo scarico con irruenza e riemergeva, pronta a fare una ramanzina a Nan. Il tempismo di Nan era perfetto. Non appena sentiva tirare la catena, filava in camera sua e ci si chiudeva dentro.
In seguito mi resi conto che il tempo che Mamma passava al gabinetto rappresentava la sua unica occasione di pace e tranquillit. Con cinque bambini in casa, dove altro sarebbe potuta andare?
Sia Mamma che Nan ci convinsero che un mucchio di malattie erano dovute alla stitichezza. A noi non dispiaceva assecondare le loro idee su questa teoria, ma quando la loro ossessione inizi ad arrivarci sotto forma di regolari dosi di olio di ricino, di Laxette(11) e di ci che rudemente chiamavamo bastoncini di glicerina, cominciammo a tirarci indietro. Fu sempre pi difficile ottenere la nostra collaborazione, e Mamma decise, infine, che la fatica che faceva prima per scoprire i nostri vari nascondigli, e quella che faceva poi per trascinarci letteralmente allo scoperto, non valeva la soddisfazione che ne ricavava alla fine quando ci metteva tutti in fila per il gabinetto.
In un certo senso Mamma e Nan non erano delle fanatiche della salute, quanto delle fanatiche della malattia. Traevano un piacere immenso nel leggere di nuove malattie provocate da cause sconosciute. Erano particolarmente interessate alla medicina tropicale e argomentavano che l'Australia era a un tiro di schioppo dell'equatore, e da lass poteva diffondersi di tutto.
Se l'interesse di Mamma e di Nan per le malattie esotiche aggiungeva un pizzico di euforia alle loro fatiche quotidiane, alle nostre non faceva che aggiungere solo paura. L'idea che avevamo di quelle che erano semplici malattie dell'infanzia risultava piuttosto squilibrata. Eravamo convinti che la lebbra e la peste bubbonica abbondassero nel nostro sobborgo, e quando prendevamo la varicella o il morbillo, ci chiedevamo a cosa ci avrebbero portato. Le malattie erano per noi un grande mistero, non sapevamo cosa le causasse e quali fossero i rimedi; e gli oscuri indizi di Nan non aggiungevano nulla al nostro gi esile senso di sicurezza.
Fu Nan, per prima, a far venir fuori la parte scettica che era dentro di me. Sospettavo di tutti gli estranei, soprattutto di quelli che ricoprivano cariche autorevoli. Nan mi aveva convinta che la maggior parte della gente  indegna di fede, soprattutto i medici. Per anni non
aveva fatto altro che parlare dei Vecchi Rimedi, quelli che si usavano nei tempi passati. Sapevo che i Vecchi Rimedi erano i migliori.
Uno dei grandi toccasana di Nan era il pepe. Ogni ferita veniva riempita di pepe e poi bendata stretta con strisce di tela provenienti da un vecchio lenzuolo bianco. Credeva anche
che mangiare un barattolo di barbabietole avrebbe rimpiazzato
il sangue perso. Mentre noi facevamo bella mostra di varie cicatrici sparse alla rinfusa sulle gambe e sulle braccia, che erano il risultato delle ferite ricucite all'Hollywood Repatriation Hospital, Nan non ne aveva neanche una. La sua pelle guariva sempre in modo semplice e uniforme.
Ma c'erano due delle misure salutari di Nan che trovavo difficili da accettare. La prima riguardava Eno(12). Somministrava regolarmente a se stessa delle dosi di Eno perch era convinta che l'aiutasse a ossigenare il sangue.
- Provalo, Sally - mi disse un giorno. - ti libera la testa e ti pulisce il sangue -. Ne presi una boccata, ma, secondo me, aveva un gusto talmente disgustoso che lo risputai subito.
La seconda aveva a che fare con il kerosene. Nan sosteneva che fosse un portento per eliminare mali e dolori, e in generale per tenere il corpo in condizioni eccellenti. Quando mi venivano le febbri reumatiche, Nan mi supplicava affinch le permettessi di strofinarmici gambe e braccia. Rifiutavo con fermezza, ne detestavo l'odore. Nan era cos coscienziosa nelle sue frizioni col kerosene, due volte al giorno, e temevamo che, combinate al fatto che fumasse come una ciminiera, potessero un giorno essere la causa della sua morte.
L'interesse di Nan per la salute non si limitava alla popolazione umana.
In un caldo sabato pomeriggio, mentre me ne stavo lunga, ad assorbire il sole, su un asciugamano blu che pizzicava, lentamente i miei sensi intorpiditi avvertirono che gli incessanti movimenti di Nan intorno al cortile erano cessati. La curiosit sopraffece l'apatia e, con una sbirciatina da sotto l'ascella sudata, diedi un'occhiata rapida tutt'intorno per vedere dove fosse.
La vidi in piedi, immobile, accanto all'eucalipto pi piccolo del nostro cortile. Buss due volte sul tronco con le nocche e una volta col bastone. Quindi inclin la testa verso il tronco come per ascoltare qualcosa. Dopo una lunga pausa, sembr soddisfatta e, pungolando rapidamente la terra col bastone, continu con la melaleuca un po' pi gi.
- Nan - gridai - che diamine stai facendo?
Fece un salto per la sorpresa. Ero rimasta zitta cos a lungo che ovviamente si era dimenticata che c'ero anch'io. Mi sventol contro il bastone in segno di minaccia e disse seccata: - Non sto facendo niente; rimettiti a dormire.
- E su, Nan, ti ho vista che bussavi su quell'albero; che stavi facendo?
Conficc il bastone nella sabbia e mi si rivolse dicendo:
- Non ci si pu pi fidare, Sally. Uno non pu girare per il giardino senza che uno di voi ragazzini non stia l a spiarmi.
- Sai bene che non ti stavo spiando.  solo capitato che vedessi quello che stavi facendo. Tutto qua. Adesso me lo dici o no?
Sapeva che non mi sarei arresa senza litigare, cos disse in fretta: - D'accordo, mi volevo solo assicurare che stessero bene, nient'altro. E adesso basta con le domande. Ho da fare.
- Okay - e con un sospiro abbassai di nuovo la testa sull'asciugamano.
Non avevo compreso affatto la sua risposta. Cosa diamine voleva dire, assicurarsi che stessero bene? Per qualche secondo mi scervellai sulle sue parole, poi le lasciai perdere. C'erano molte cose di Nan che non capivo.

Note.
11. Marca di lassativi.
12. Marca di un digestivo effervescente.


Capitolo XI.
FARE PROGRESSI.

L'anno in cui iniziai la sesta, offrirono a Mamma un lavoro di pulizie nella nostra scuola. L'orario era perfetto perch si incastrava molto bene con gli altri due lavori part-time che aveva. Ma non accett immediatamente. Prima ci radun e ci chiese se ci fosse dispiaciuto se l'avesse accettato.
- Di che diavolo stai parlando, Mamma? - dissi.
- Beh, non voglio accettare il lavoro se a voi bambini dispiace. Pensavo che vi poteste preoccupare di quello che direbbero i vostri compagni.
Senza esitare risposi: - Non ci dispiacer per niente, Mamma; anzi, cos ti vediamo pi spesso.
Mamma mi fece un sorriso. Sapeva che ero ingenua e che non mi rendevo conto che essere la donna delle pulizie a scuola non conferiva una grande condizione sociale.
Dopo la scuola noi davamo una mano pulendo le lavagne, svuotando i cestini e spazzando il pavimento. Ci che mi piaceva di pi erano le lavagne, principalmente perch mi consentivano l'accesso ai gessetti. Prima di pulire, ci scarabocchiavo frasi sconce per tutta la lunghezza della parete. Mi dava un grande senso di potere.
Con i soldi in pi che entravano, Mamma prese a viziarci ogni volta che poteva. Il vizio aveva la forma di infinite quantit di caramelle e frutta, piuttosto che vestiti, giocattoli o libri. L'anno prima era riuscita a portarci tutti al Royal Show(13), e quest'anno ci aveva detto che, grazie al nuovo lavoro, l'avremmo fatto davvero con stile.
Come l'anno precedente, il primo posto dove ci fermammo alla fiera fu la bancarella di nostro zio. Lui gestiva una delle sale gioco dei vicoli dove erano le attrazioni minori e noi pensavamo che fosse un posto veramente magico. Mentre guardavamo i congegni, Mamma chiacchierava con Zio, parlando di una banalit dietro l'altra. Anche quando Zio si allontanava col pretesto di mettere a posto una delle sue macchine ruba soldi, Mamma gli andava dietro, menzionando il tempo o qualche persona che entrambi conoscevano ma che lei non vedeva da anni. Alla fine Zio pescava cinque biglietti da dieci scellini e ci diceva di andare. Mamma sapeva essere molto fastidiosa quando le faceva comodo.
Comprammo i sacchetti della fiera pieni zeppi di Smarties, Cherry Ripes, patatine Samboy Potato e barrette di Violet Crumble; quelle educative non ci interessavano. Mamma insistette per comprare a Nan una valigetta di marca Mills and Ware piena di biscotti. A Nonna piacque da morire. Mangi tutti i biscotti e tenne la valigetta per metterci le cose.
Una delle nostre buste conteneva un grosso pacchetto di marshmallow e Mamma se ne usc con la grandiosa idea di tostarli sul fuoco. Proprio come i Famous Five. Era una cosa che ci eccitava tutti terribilmente; ci piaceva tutto quello che era nuovo.
Mentre Mamma attizzava il fuoco, noi raccogliemmo dei rametti in giardino. Pulii il mio nel modo migliore e all'estremit ci infilai un marshmallow, poi lo piazzai vicino al carbone. Si affumic immediatamente diventando nero. Tutti si misero a ridere. Jill allora insistette per provare lei, ma le successe la stessa cosa. Alla fine Mamma si infil tra di noi, con il suo bastoncino adornato di agglomerati bianchi e rosa, un marshmallow ciascuno.
Aspettammo pazienti. Mamma ci riuscir, pensammo. Lei riesce a fare tutto quando ci si mette. I secondi passavano. Quando di colpo lanci un grido, facemmo tutti un salto in aria.
- Ahi! Stupida cosaccia! -. Moll il bastoncino e fece
un salto in aria tenendosi la mano. Il marshmallow rosa che stava in fondo, essendo quello pi vicino al carbone, si era sciolto pi rapidamente degli altri ed era colato lungo il breve pezzo di bastoncino che restava e gi fino alla sua mano. Era caldo e appiccicoso, e mentre Mamma cercava di rimuoverlo, tirandolo da una mano all'altra, questo si appiccicava sempre di pi.
Per poco non soffocammo. Era un compromesso tra il riso e la tosse. La pantomima di Mamma ci aveva fatto sbellicare dalle risa, ma il bastoncino che aveva fatto cadere era finito nel fuoco, e dal resto dei marshmallow usciva un fumo portentoso. Mi avvicinai con cautela e con il mio bastoncino diedi un colpetto al suo, recuperandolo dal fuoco. Giaceva sul pavimento di legno, annerito e appiccicoso. Mamma ripieg in cucina; aveva bisogno di un coltello per scrostare il marshmallow.
Quindici minuti dopo, ritorn con un vassoio carico di t, pane tostato e marmellata, e sardine. In breve ci ritrovammo a ridere e scherzare come eravamo soliti fare la domenica sera.
Il lavoro extra di Mamma significava per Nan pi faccende da sbrigare in casa, ma significava anche una bottiglia di brandy due volte l'anno e una ragionevole quantit di denaro da giocare al TAB(14). A volte Nan faceva scegliere anche a noi un cavallo, e chiedeva alla vicina di fare una puntata anche per noi. Quando si trattava di puntare sui cavalli, in casa nostra regnava una regola: non puntare mai sullo stesso cavallo di Nan, non vinceva mai. Prima di puntare su un cavallo, chiedevamo a Nonna quali erano quelli che interessavano a lei. Questo restringeva notevolmente il campo.
Oltre al tab, Nonna adorava i biglietti della lotteria. Sia lei che Mamma erano convinte che, un giorno, la nostra famiglia sarebbe entrata in possesso di soldi vinti alla lotteria. Era il sogno dei poveri, ma noi ci credevamo. Il sogno diventava cos vero nella mia testa che spesso pensavo, beh, non importa se non trovo un lavoro quando sar grande, per allora avremo probabilmente vinto la lotteria. Billy pensava la stessa cosa. Jill era l'unica tra noi che sembrava desiderosa di fare qualsiasi lavoro.
Avere pi soldi, per Nan, significava anche avere la possibilit di indulgere con il fumo. Infatti aveva cominciato a darsi al fumo in modo cos consistente che i capelli davanti le avevano cambiato colore. Mentre il resto dei suoi capelli arruffati era di un grigio chiaro, il davanti era di un giallo nicotina. Quando glielo facemmo notare, ne fu piuttosto compiaciuta. - Meglio dei capelli tinti - ridacchi guardandosi allo specchio; - se ora riuscissi pure a farlo andare tutto intorno fino a dietro...
Finimmo per considerare le sigarette di Nonna come una prolunga della sua anatomia. Aveva affinato l'abilit di riuscire a parlare e fumare allo stesso tempo. Pareva che, a dispetto di qualsiasi azione Nan stesse compiendo, la sigaretta le rimanesse comunque incollata saldamente all'angolo della bocca, proprio come quella parte di labbro.
E la sua era la cenere pi lunga del vicinato. Aspettavo sempre con ansia che cadesse. Ero certa che con un'altra tirata si sarebbe disintegrata, provocando un'altra bruciatura nel cardigan. Quattro tirate dopo ed era ancora l. Ormai il fumo, e la tosse che ne era la conseguenza, erano parte integrante della sua personalit, eppure c'erano due occasioni importanti in cui non fumava.
La prima era di notte, quando era a letto. Per molto tempo uno dei suoi piaceri pi grandi era quello di starsene sdraiata a letto a godersi una tranquilla fumata. Una notte, per, aveva dato fuoco al materasso e Mamma, vedendo il fumo, era corsa nella sua stanza e le aveva tirato addosso un bollitore pieno d'acqua. Nan odiava bagnarsi, quindi rinunci alla sua sigaretta notturna.
L'altra occasione era durante l'estate, quando la boscaglia arida intorno alla palude avrebbe preso fuoco dando vita a un incendio violentissimo. Non fumava mai mentre il fuoco era ancora acceso. Aveva la sensazione che aumentasse il calore.
A quei tempi gli incendi di boscaglia costituivano una vera minaccia per la nostra casa. Quando nuvoloni rigonfi di fumo nero sommergevano il vicinato, i pompieri venivano a bussare a tutte Le Porte e dicevano: - Senti, tesoro, se il vento non cambia, dovrete evacuare.
Nan rispondeva sempre con: - Noi non ce ne andiamo; questa  l'unica casa che abbiamo -. E se gli uomini provavano a discutere con lei, indicava la pompa del giardino e diceva: - Mica siete gli unici ad avere l'acqua, che vi credete.
La loro risposta di sempre era cercare di spiegare a Nan come le fiamme potessero facilmente saltare da tetto a tetto. Nan ribatteva facendogli fare un giretto del giardino per fargli vedere quante pompe avesse. Chiss perch, ma sei pompe da giardino, disposte strategicamente, per i pompieri non significavano molto. - Senti, tesoro - argomentavano loro - se quel vento non cambia, le fiamme arriveranno dalla tua vicina e poi da te e voi finirete tutti in fumo. Voi qui avete pure cinque bambini; non c' nessuno che possa tenerli per un giorno?
- Non abbiamo nessuno - rispondeva Nonna con tono scontroso. - E comunque loro stanno a posto. Li ho bagnati tutti -. Era vero, eravamo completamente inzuppati. Al minimo segno di fuoco nella palude, Nan ci metteva in fila e ci spruzzava con la pompa. Poi era il turno dei polli, dei gatti e cani e dei pappagalli.
A volte Mamma pensava che le precauzioni di Nan fossero leggermente premature. - Dio, Nan, li hai gi inzuppati? - diceva protestando. - Nessuno ha ancora chiamato i vigili del fuoco! Nan strizzava sempre gli occhi e guardava Mamma come se non potesse credere a quanto fosse stupida. Quando poi Mamma si voltava per tornare dentro, schizzava con la pompa pure lei.
Nonna teneva grandi scorte di fazzoletti da uomo nel caso scoppiasse un incendio. Li bagnava e poi ce li applicava sul viso e sulla testa. Facilitava la respirazione quando fosse piovuta cenere.
Per nostra fortuna il vento cambiava sempre, e in
qualche modo sopravvivevamo al caldo e alla cenere delle nubi rigonfie. Era solo quando il fuoco della palude era completamente spento che Nan si rilassava e accendeva un'altra sigaretta.
Il sesto anno delle elementari non fu per me un brutto anno. Io e Jill venivamo spesso esentate dai normali compiti in classe per dare una mano a dipingere e a disegnare delle cose speciali per la scuola. Per di pi l'insegnante mi piaceva. Era severo, ma molto cordiale, e andava d'accordo con Mamma. Da bambino si era rotto il naso, cos era un uomo dall'aspetto insolito. Rimasi colpita dal modo in cui scherzava del suo naso e non si dava mai pensiero della strana forma che aveva. Faceva sempre notare a quelli che nella nostra classe andavano pi soggetti a incidenti, come sarebbero finiti se non l'avessero smessa di fare stupidaggini.
Quell'anno, a sorpresa, venni eletta presidentessa del Club della Croce Rossa. Parte del mio compito era quello di istruire i bambini pi piccoli sulle norme di sicurezza stradale. C'era anche un test scritto che dovevano fare durante la pausa per il pranzo. Se lo passavano, mi era consentito premiarli con il Safety First Certificate. Jill fece il test ma torn a casa in lacrime perch l'avevo bocciata. Erano consentiti soltanto due errori e lei, stranamente, ne aveva fatti tre.
Mamma era furibonda. Secondo lei avrei dovuto promuovere Jill semplicemente perch eravamo parenti. Jill rifece il test la settimana seguente e lo pass. Tirai un sospiro di sollievo. Non ero certa per quanto tempo avessi potuto resistere alla tiritera di Mamma che il sangue non  acqua.
Quell'anno a scuola ci fu la Safety First Week e vari membri del Parlamento vennero invitati a partecipare. In quanto presidentessa del Club della Croce Rossa, sarebbe toccato a me l'onore di mostrar loro i lavori di classe.
Quel venerd, prima che suonasse la campanella della fine della lezione, il nostro insegnante si raccomand di stare attenti durante il fine settimana e di cercare di non avere incidenti. Purtroppo la nostra era una classe incline agli incidenti. C'era un gruppetto di ragazzini che di solito perdevano l'autobus perch erano andati a nuotare, o perch si erano sbucciati le ginocchia nel campo giochi, o gli si erano acchiappate le dita nelLe Porte scorrevoli. Ci guardammo a vicenda con fare colpevole, ognuno di noi chiedendosi chi sarebbe stato cos stupido da sbagliare.
Quel fine settimana fui molto pi attenta, ma, la domenica, Billy mi prese in giro una volta di troppo. Decisi, dunque, di dargli una lezione. Cominciammo a correre in tondo per tutta la casa; gli urli e le risate di Billy si trasformarono pian piano in grida di trepidazione mentre guadagnavo terreno su di lui. Mentre giravamo l'angolo di casa per la quarta volta, Billy decise che aveva bisogno della protezione di Mamma. Balz sul porticato, spalanc la porta e sfrecci dentro, sbattendomi la porta in faccia mentre passavo. Stavo correndo cos velocemente che non riuscii a fermarmi e ci andai a sbattere contro. Per mia sfortuna tutta la porta, eccetto l'intelaiatura di legno di jarrah, era fatta di vetro smerigliato. Ci passai attraverso e atterrai con un tonfo addosso al muro dentro casa. Strillai non appena mi vidi il braccio. Mancava una bella fetta di pelle e una vena azzurra, lunga e pulsante, sporgeva di fuori.
Mamma si precipit. Diede uno sguardo all'infinit di taglietti che avevo su tutto il corpo, poi mise a fuoco
lo squarcio sul braccio e strill: - Oh, Dio mio! -. Mi avvolse il braccio con un asciugamano e andammo di corsa all'Hollywood Hospital. Beh, di corsa nei limiti del possibile, date le sue condizioni; era quasi sotto shock. Arrivate all'Ospedale, misero tutte e due su una barella e, mentre mi ricucivano, Mamma cominci a riprendersi. Con una tazza di t e un paio di biscotti Milk Arrowroot, fu di nuovo la stessa di sempre.
Il luned arrivai a scuola con una grossa benda bianca, un braccio coperto di punti e la coscienza sporca. Il mio insegnante mi guard con sgomento. Condussi, in ogni caso, il giro del Safety Displays, tentando di camminare con discrezione, e tenendo la parte ferita del mio corpo fuori della portata dei nostri Ospiti Molto Importanti. Credo che trovarono i miei sforzi molto divertenti.
Quando quell'anno arriv la notte di Guy Fawkes(15), ci ritrovammo con un'enorme quantit di fuochi d'artificio ammucchiati nella stanza della lavanderia, dunque, quale occasione migliore per fare un altro grande fal. Ci mettemmo tutto il giorno. Radunammo qualsiasi cosa fosse infiammabile e ne facemmo una pila in giardino. Facemmo incursione anche nella palude alla ricerca di legna secca.
Mamma rimase molto colpita dal nostro impegno e dunque le concedemmo l'onore di accenderla. Con una grande cerimonia appicc il fuoco a un lungo giornale arrotolato che poi conficc nella nostra montagnola. Anzich venir ricompensati con il solito vrroom, nel momento esatto in cui si accendeva il fuoco, ci fu solamente un lieve sibilo. Persino il fuoco sul giornale di Mamma si spense.
Cominciammo a lamentarci e a discutere su cosa fosse andato storto. Alla fine Mamma ci disse di stare zitti e ispezion attentamente la nostra creazione.
- Nanna! - ringhi lei in tono sinistro mentre si voltava - che cosa hai fatto?
Ci voltammo tutti a guardare Nan. Come al solito, se ne stava in piedi con quella fedele pompa da giardino in mano. Ridacchi in modo colpevole e poi sventol la pompa contro di noi.
Per Mamma fu la goccia che fece traboccare il vaso. - Come ti  venuto in mente di inzuppare il fal dei bambini dopo che ci hanno lavorato sodo tutto il giorno? Non aspettarti che ti compri un'altra pompa finch campi!
Nan schizz un altro po' d'acqua sul fal con fare di sfida. - Sei proprio priva di buonsenso, Glad. Sai bene quanto sono stati terribili gli incendi dell'anno scorso.
- Cosa? - disse Mamma, rimanendo a bocca aperta dalla sorpresa. - Vuoi dire quei dannati incendi di boscaglia?  stato pi di otto mesi fa. E poi che hanno a che fare con il fal dei bambini?
Mentre continuavano a discutere, sospirai e mi buttai sull'erba.
Non so neanche perch Mamma provasse a ragionarci. Dopo aver vissuto con Nonna tutti quegli anni, avrebbe dovuto capire che, per Nonna, non doveva necessariamente esserci una relazione stretta tra due eventi naturali perch sentisse che stava facendo la cosa giusta nel proteggerci da un possibile pericolo. Quella sera fu un vero casino.
Quel Natale, Lois, la vecchia amica di Nonna, le regal un cane. Era un piccolo terrier di razza. Quando Billy senti che avremmo avuto un altro cane, voleva che fosse suo. Gli erano sempre piaciuti i cani, e aveva il desiderio ardente di averne uno tutto per s. Era stufo degli animali di famiglia. Comunque, quando ne vide la taglia, cambi idea. Voglio dire, quale dignitoso ragazzino di otto anni avrebbe voluto essere visto in giro con un cane che gli guaiva alle calcagna.
Ma Jill amava il nostro nuovo cane e il suo affetto era ricambiato. Tiger, cos l'aveva chiamato, non tard a obbedire soltanto a lei. Tiger aveva l'abitudine di abbaiare ferocemente dal davanzale della nostra stanza a qualsiasi cosa si muovesse. Una mattina mi lamentai con Mamma perch non lo faceva mai uscire. Per un cane non era proprio il modo pi salutare di vivere. Mamma disse che aveva paura che qualche macchina lo investisse o che mordesse qualcuno. Mi scompisciai dalle risa.
Ma, a causa delle mie lamentele e per il fatto che Tiger passava il tempo a fare a brandelli tutto quello su cui gli capitava di affondare i denti, Mamma cedette. A Tiger venne concessa la sua libert e cos si mise ad attaccare il gatto della vicina. Quando Mamma riusc a riacciuffarlo era ormai allo stremo delle forze. E ricevetti Il Trattamento del Silenzio.
Eravamo contenti che Widdles non fosse violento. Si era fatto un bel cagnone e se fosse stato nella sua natura, avrebbe davvero potuto far male a qualcuno. Senza alcun incoraggiamento da parte nostra, si era addestrato da solo a fare molte cose utili per casa, come portar dentro il giornale, e in generale a far ordine. Divideva il cibo e il letto con il nostro gatto bianco e nero e finora, in vita sua, non si era mai cacciato nei guai.
Tiger decise che la sua libert gli piaceva, cos non appena Mamma apriva la porta dell'ingresso la mattina presto, lui sfrecciava velocemente tra le sue gambe e si precipitava verso l'aia di fronte. C'era un nutrito gruppetto di cani del quartiere che avevano l'abitudine di fare una passeggiata mattutina e Tiger adorava mordicchiarli di dietro e affondare le zanne nelle loro zampe posteriori. Dopo pochi minuti il gruppo si faceva frenetico e Mamma spediva il vecchio fedele Widdles a salvarlo. Abbaiava con la sua autorit sul gruppo e poi tirava su Tiger per la collottola e lo portava a casa.
Era una bella societ, ma destinata durare poco.
Un pomeriggio Mamma diede a Jill la triste notizia che Tiger era morto. Jill dedusse, in maniera ovvia, che uno dei cagnoni del gruppo si era finalmente vendicato. Per Mamma fu difficile metter su una faccia seria per spiegare in che modo Tiger, da solo, aveva attaccato l'autobus numero 37. Era stata la fine pi giusta.
Con tutti i lavoretti extra che Mamma continuava a rimediare, finalmente i soldi arrivavano in buona quantit. Almeno era quello che ci sembrava. Di certo adesso, avevamo accesso a stravaganti quantit di cibo, specialmente d'inverno. Tornavamo a casa da scuola, inzuppati fradici fino al midollo, mollavamo le borse all'ingresso e andavamo filati alla stufa a legna della cucina, dove mettevamo ad asciugare scarpe e calze puzzolenti sullo sportello aperto del forno. Riuscivo sempre a stringermi il pi possibile vicino al fuoco e, quando Nonna non guardava, infilavo il piede nudo dentro il forno, una pratica che inevitabilmente conduceva ai geloni.
- Mangiate! Mangiate! - ordinava Nan piazzandoci davanti grossi pezzi di crostata e di torta di frutta candita. - Bambini, dovete mangiare. Io so cos' la fame,  una brutta cosa.
Non davamo molta importanza al modo in cui Nan non la finiva pi a proposito del cibo, e ancor meno al fatto che in passato se la fosse passata male. Noi non avevamo alcuna idea di cosa significasse avere la pancia vuota. Anche quando Pap era vivo, c'era sempre qualcosa con cui riempirsi. Nonna aveva cucinato un sacco di conigli ed era brava a fare il pane in casa. Adesso avevamo cibo in abbondanza e Nonna ci stava dando l'impressione che non era normale avere periodi senza cibo. Anche se pensava di fare la cosa pi giusta, infilando nell'arco della giornata il maggior numero di pasti possibili, questo avrebbe portato, in seguito, ad abitudini alimentari difficili da scardinare.
Non solo imparammo a mangiare in grandi quantit, ma anche a farlo velocemente. Era questione di opportunismo. Chi finiva la cena per ultimo, di solito si ritrovava con una porzione di dolce in meno, oppure si perdeva una porzione extra di patate arrosto che rosolavano nel forno.
Anche le nostre conversazioni non avevano regole. Quando parlavamo, lo facevamo tutti insieme, e chiunque avesse alzato di pi la voce con la storia pi divertente, avrebbe dominato la tavola, e questo anche se aveva la bocca piena di patate.
Non c'era nulla che amassimo di pi che stringerci attorno alla stufa a legna nei pomeriggi freddi, a raccontarci delle storie. Al centro dei nostri raduni familiari, c'era sempre un bel fuoco acceso. Se non era dentro casa, era fuori nel cortile. E se non era la stufa a legna della cucina, era il camino di mattoni rossi del soggiorno. C'era qualcosa del fuoco che ci faceva sentire vicini. Davanti a un fuoco ci sentivamo molto protetti.
Infinite volte, dopo che Nan mi aveva svegliata presto per mostrarmi qualcosa di speciale nel giardino, diceva:
- Entra dentro che accendiamo un fuoco Appallottolavo un po' di giornali e Nonna ci metteva i ramoscelli sopra e poi mi passava i fiammiferi. Lo accendevo esattamente nel modo in cui me l'aveva fatto vedere lei, sfregando il fiammifero a distanza dal mio corpo. A volte, se la legna era verde o un po' umida, lo aiutavamo con un goccio di kerosene.
Una volta che il fuoco era acceso, Nan mi passava la forchetta per tostare. Era stata fatta a mano con due pezzi di fil di ferro intrecciati insieme. Aveva tre rebbi affilati e un lungo manico con un cappio all'estremit che serviva per appenderla a un chiodo accanto alla stufa. Il chiodo era caduto un paio d'anni prima e non era mai stato rimesso, cos avevamo la tendenza a lasciarla in cima alla stufa. Mi dava l'idea del forcone del diavolo.
Infilavo una fetta di pane bianco con i rebbi e la spingevo tra le fiamme. Dopo aver bruciacchiato un lato, velocemente la rigiravo e bruciacchiavo l'altro. Non si poteva veramente chiamarlo un toast, perch al centro restava morbido, ma nelle mattine fredde, andava pi che bene. Era caldo, con sopra burro fuso e marmellata in abbondanza, che ben presto riscaldava una pancia vuota. Quando l'acqua sul fuoco cominciava a bollire, ne avevamo gi mangiate almeno sei fette.
Poco dopo cominciavano a gironzolare i miei fratelli e sorelle chiedendo la colazione. - Che c' per colazione? - biascicava Jill mentre mi vedeva buttar gi gli ultimi rimasugli di t, appiccicosi e dolci, della mia tazza.
- Mi sa che vi siete mangiate gi tutti i toast.
- Datti una mossa, Sally - borbottava Nonna. - Tu va' a prepararti per la scuola e adesso lascia che Jill prepari i toast -. Lasciavo sempre controvoglia il tepore del fuoco. Smontavo lentamente dal piccolo sgabello bianco e lasciavo a Jill il mio posto. Sapevo che lei odiava fare i toast, cos me la prendevo comoda.
Lei era un mistero per me. Non le piaceva sventrare i polli e neanche spaccare la legna, e teneva i suoi vestiti puliti e ordinati. Aveva un naturale senso dell'ordine.

Note.
13. Fiera annuale.
14. Totalisator Agency Board. Ricevitorie per le scommesse sui cavalli.
15. Anniversario della Congiura delle polveri. Guy Fawkes venne catturato il 5 novembre 1605 durante il tentativo di far saltare in aria la House of Lords. Ogni 5 novembre, nei paesi di tradizione britannica, i ragazzi girano per le strade con dei fantocci che simbolizzano Guy Fawkes, chiedendo denaro ai passanti per comprare i petardi con cui imbottiranno il fantoccio prima di bruciarlo in un fal.


Capitolo XII.
TRIONFI E FALLIMENTI.

Il settimo anno a scuola fu un misto di trionfi e fallimenti. Fu anche l'anno in cui mio fratello David inizi la scuola elementare.
David era un ragazzino mite e taciturno con un mucchio d'immaginazione.
Per sua sfortuna fin con un'insegnante che era una zitella di mezza et. Era severa e inflessibile. David si eccitava facilmente, soprattutto mentre cercava di fare la cosa giusta; di conseguenza, era continuamente nei guai per dettagli irrilevanti come la perdita di una gomma, dei libri, dei disegni e delle matite. Non era, ovviamente, tutta colpa di David; casa nostra era cos disorganizzata che era difficile rinvenire persino gli oggetti pi voluminosi, per non parlare di quelli piccoli che doveva tenere nella sua cartella.
Di gran lunga il trauma peggiore che David sub fu la perdita, a intervalli, della sua matita nera. Pareva che passasse quel suo primo anno a scuola a piangerci sopra. E sapevamo che ogni qual volta scoppiava in lacrime a casa, le prime parole che uscivano dalla sua bocca tremolante sarebbero state: - Matita Nera!
Mamma era disgustata dall'atteggiamento duro che la maestra sembrava tenere nei suoi confronti. Compr a David un paio di matite nere in pi come riserva. Comunque, a questo stadio, David viveva pi nella sua fantasia che nella realt, ed era cos distratto che presto perse pure quelle.
Persi il conto del numero di volte che corse dal piano terra della nostra scuola fino all'ultimo, dove a me e a Jill toccava consolarlo per l'ultimo disastro. Che costantemente riguardava la temuta Matita Nera.
Durante l'ultimo anno di scuola elementare sviluppai un'allergia al gesso. Nel corso di uno dei numerosi viaggi dal medico, Mamma aveva ingenuamente domandato: - Pensa che sia il gesso, dottore? Sembra che le venga un attacco allergico ogni volta che si avvicina alla lavagna.
Mi sorprendeva che Mamma ancora non avesse capito che ero allergica alla scuola, e non al gesso. Per mia ancor pi grande sorpresa, il dottore tergivers; era il sostituto del nostro medico di famiglia e questo era il suo primo anno fuori dall'Ospedale. Non aveva mai sentito che potesse succedere una cosa simile, per tutto era possibile.
L'allergia al gesso si rivel per me un fantastico premio. A colazione non me la prendevo pi tanto comoda e non trascinavo pi i miei piedi svogliati lungo il vialetto quando era l'ora di uscire per andare a scuola. Al contrario, mi avviavo allegra, sicura del fatto che a met mattinata mi sarei di nuovo trovata sulla via del ritorno. Di solito riuscivo a lasciare la scuola e ad arrivare a Manning Road proprio mentre Mamma mi passava accanto a bordo del suo vecchio Vanguard, di ritorno dal suo nuovo lavoretto mattutino, che consisteva nel fare le pulizie nello studio di un medico. Se ero in ritardo, lei parcheggiava la macchina all'angolo e mi aspettava.
Il riconoscimento arriv all'inizio del terzo trimestre, quando vinsi il bramato Premio Dick Cleaver per la Cittadinanza. Vot l'intera scuola e, per qualche motivo, vinsi. Mi domandai se Jill avesse corrotto qualcuno, lei aveva grande influenza sulle classi pi basse.
Il mio premio consisteva nella scelta di un libro tra quelli disponibili in libreria. Quando il nostro preside, Mr. Buddee, mi chiese cosa avessi in mente, risposi senza esitare: - Un libro di favole, per favore -, Penso che venne colto alla sprovvista, perch mi disse di andar via e pensarci per qualche giorno.
Io non cambiai idea, anche se il mio insegnante cerc di convincermi per qualcosa di pi adatto. Anche i miei compagni di classe pensavano che fossi una pazza: loro
non capivano. Sapevo che le favole erano la roba con cui sono fatti i sogni. E io amavo i sogni.
Mr. Buddee annunci, una mattina all'assemblea scolastica, che la nostra rappresentazione di fine d'anno sarebbe stata la pi grandiosa che si fosse mai vista. Eravamo tutti eccitati, specialmente quando sentimmo che oltre a cantare e a esibire i nostri lavori, si sarebbe ballato e recitato. Era un uomo molto creativo. Sotto la sua direzione, i genitori avevano visto manifestazioni sempre pi ampie e brillanti dei loro bambini e dei loro lavori.
Ero convinta che, a causa della mia incapacit a coordinare gli arti, non sarei stata scelta per nulla, mentre volevo disperatamente partecipare a uno dei balletti. cos la mia felicit non ebbe fine quando il mio insegnante mi inform che avrei preso parte alla Danza dei Cigni Neri e anche a quella dell'Albero di Maggio. Anche Jill era molto eccitata perch era stata scelta per la Danza delle Foglie.
Ci sembr che la grande serata fosse arrivata in un baleno. Al suono di due pianole, trenta paia di zampe di cigno dipinte di nero scorrevano sul campo giochi asfaltato. Tenevamo tutti la testa tesa mentre braccia e gambe fluttuavano all'unisono, scivolando come farebbe un cigno su un lago. Una folla di Mamme e Pap guardavano orgogliosi, e ognuno di loro pensava che la loro figlia fosse una Margot Fonteyn in erba. Tutti, naturalmente, eccetto la mia Mamma. Lei nutriva molte illusioni, ma, per mia fortuna, quella non ne faceva parte.
Con lo scroscio degli applausi per la Danza dei Cigni Neri che ancora mi risuonava nelle orecchie, attendevo con il fiato sospeso di partecipare all'Albero di Maggio. La mia presunzione avrebbe costituito anche la mia rovina. A met del secondo giro intorno all'Albero di Maggio, improvvisamente mi accorsi che il mio nastro rosso si era impigliato con quello delle altre ragazzine, e quella che doveva, di regola, essere davanti a me, si trovava ora due ragazzine pi indietro. Non riuscivo a capire cosa fosse successo. Non avevo forse intrecciato un
complesso disegno in modo delicato e aggraziato? Alzai
lo sguardo e, sconcertata, mi accorsi che avevo intrecciato un disegno complesso, ma cos complesso che nessuno era riuscito a seguirlo. I sussurri a bassa voce del pubblico non erano di ammirazione, ma di imbarazzo.
Lasciai cadere il nastro rosso che tenevo ben stretto, mi aprii un varco fra le altre ragazze e me la svignai. Potevo ancora sentire la musica che suonava mentre mi nascondevo dalla vergogna dietro una delle classi al buio. Mi acquattai il pi possibile e pregai affinch la terra mi si spalancasse sotto i piedi e mi inghiottisse, in quel modo non avrei pi dovuto rivedere la faccia dei miei compagni.
Finalmente la musica termin e, mentre mi trovavo incollata al duro muro esterno delle classi, sentii Mrs. Oldfield, la nostra insegnante dell'Albero di Maggio, sfrecciarmi accanto ringhiosa: - Dov' quella ragazza? - . Ero atterrita dalla paura. Mrs. Oldfield era un pezzo di donna, e persino i ragazzi della scuola avevano paura di lei. Potendo scegliere tra il bastone e Mrs. Oldfield, uno sceglieva sempre il bastone. Non c'era paragone.
Dopo essere rimasta nascosta, in preda al terrore, per circa mezz'ora, Mamma mi ritrov. - Non essere sciocca, Sally - brontol osservando la mia sagoma accartocciata, e dopo avermi spinta dentro la macchina, tornammo a casa in silenzio. Per tutta la strada del ritorno Jill tenne le braccia incrociate sui fianchi e guard fuori dal finestrino. Mamma le aveva proibito di ridere.
Fu durante l'ultimo anno delle elementari che ogni volta che portavamo i nostri amici a casa per giocare dopo scuola, Nan scompariva.
- Come mai Nan prende il volo quando ci sono i nostri amici - domandai a Jill un giorno.
- Boh.
- Perch ha cominciato a farlo adesso? Prima non lo faceva, vero?
- Lo fa da anni.
- Non me ne ero mai accorta.
- Tu non ti accorgi mai di niente.
Sempre quel giorno, pi tardi, rifeci a Mamma la stessa domanda e lei la mise come una questione che aveva a che fare con l'et di Nan. Non era una novit per me; nella mia testa Nan era sempre stata anziana. Comunque non riuscivo a immaginarmi che potesse invecchiare di pi. Era il tipo di persona che resta per sempre della stessa et.
Un giorno, entrai in cucina con una delle mie amiche e Nan era l, a preparare una tazza di t. Si infuri con me. Dopo che la mia amica se ne fu andata, disse: - Dentro casa non devi portarci nessuno, Sally. Tu non conosci vergogna. Non vogliamo mica fargli vedere il modo in cui viviamo.
- Perch no?
- La gente parla, lo sai, e non ci va che parlino di noi. Non sai quello che potrebbero dire!
- Okay, Nan - acconsentii. Non accadeva spesso che venissero amici dopo la scuola; non avevo molti amichetti.
Verso la fine dell'anno, la nostra classe venne sottoposta a una sfilza di test sull'intelligenza. Ci dissero che costituivano un modo sicuro di misurare la nostra intelligenza. I test avrebbero indicato a quale livello saremmo stati piazzati l'anno seguente nella scuola media.
Alla scuola media esistevano soltanto due indirizzi: quello Professionale, che di regola prevedeva due anni di matematica e uno di scienze, e aveva lo scopo di preparare all'universit o ad altre scuole universitarie; e quello Commerciale, che voleva dire stenografia e dattilografia; e anche finire la scuola a quindici anni. Sulla base dei test, mi consigliarono l'iscrizione all'indirizzo Commerciale.
Mr. Buddee si prese a cuore il mio caso. Non capiva come potessi andare cos bene a scuola, nonostante le mie malattie, ed essere andata cos male ai test d'intelligenza.
Una mattina convoc Mamma per un colloquio e le spieg la difficolt che stava incontrando per inserirmi nell'indirizzo Professionale. Quando mi accompagnarono nel suo ufficio, Mamma era seduta accanto a Mr. Buddee con un'espressione sbalordita. Prima di allora non aveva mai sentito parlare dei test d'intelligenza, e penso che avesse creduto che fossi una ritardata mentale. Forse pens pure che questo spiegava alcuni miei atteggiamenti del passato.
Mr. Buddee mi domand se il giorno dei test stessi male. Mi chiese inoltre se c'era nulla che volessi dire a proposito di questi.
Mi sentii terribilmente stupida. Volevo spiegare quello che provavo, ma ogni volta che qualcuno mi faceva delle domande dirette su qualsiasi cosa, automaticamente mi chiudevo.
Ci avevano sottoposto a un test dopo l'altro. C'erano pagine di disegni complicati e numerose domande sugli agricoltori e il loro prodotto. Non ci misi molto a considerare dei cretini il fattore Jones e i suoi tre figli, con i loro due stai di grano, cinque borse di arance e i tre chili di mele. Negli attimi in cui ero con la testa tra le nuvole, segnavo ogni domanda a scelta multipla contemporaneamente con a, b e c.
Quella sera tormentai Mamma perch mi dicesse che cosa le aveva detto Mr. Buddee. Dapprincipio rifiut, ma, dopo averla tormentata per un po', mi spieg infine cosa significava il tutto. Ero profondamente offesa per essere stata etichettata come scema da quello stupido e noioso test. Eppure, allo stesso tempo, ero eccitata all'idea che in questo modo mi avrebbero consentito di lasciare la scuola a quindici anni. Mamma non ne voleva proprio sapere. Aveva deciso che, con le buone o con le cattive, avrei affrontato gli studi terziari.
- Ma Mamma, l'unico posto dove voglio studiare  a quella famosa scuola d'arte a Parigi. Se non posso andare l, non mi importa quello che far.
Mamma inorrid. Protest dicendo che non era fatta di soldi. - Non ti mancher la tua famiglia? - aggiunse a mo' di ripensamento.
- Nooo - replicai - sarei troppo occupata a dipingere.
Povera Mamma. Aveva un cuore di spugna e una volont estremamente elastica. Le avevo dato il filo da torcere per anni. Si meritava qualcosa di meglio.


Capitolo XIII.
DIVENTAR GRANDE.

A scuola ci avevano ripetutamente messi in guardia contro gli sconosciuti. La polizia veniva praticamente ogni anno a fare discorsi e a mostrare filmini, e Mamma aveva sempre sottolineato l'importanza di rifiutare passaggi dagli sconosciuti, soprattutto se ti offrivano le caramelle. La cosa su cui non ci mettevano mai in guardia erano gli amici o i parenti.
Trascorremmo le vacanze che seguirono il mio ultimo anno di scuola elementare insieme a dei vecchi amici di Pap. Li chiamavamo Zio e Zia.
Zia era una vecchia anima gentile dai capelli bianchi, che portava quel genere di occhiali che luccicavano al buio. Zio non era cos simpatico. Non mi piacque a prima vista. Era basso, con i capelli ondulati, un naso a forma di barbabietola e una faccia rubiconda. Era un ubriacone e molto amichevole nei confronti miei e di Jill, spesso ci dava una carezza sulla testa o sulla spalla.
Un giorno ci disse di certi bei gioielli che teneva nel capanno degli attrezzi, che era nascosto in mezzo a certi alberi alti in fondo al cortile. Si trattava di un braccialetto e di una collana con dei ciondoli a forma di uccello. A quei tempi i gioielli andavano per la maggiore, quindi fummo ben felici di seguirlo al capanno.
Come promesso, ci mostr il suo tesoro, ma poi si arrampic e lo mise via sullo scaffale pi alto perch noi non potessimo arrivarci.
Tirai Jill per un braccio. - Di, andiamo - sussurrai. Era ovvio che da lui non avremmo avuto nulla. Jill non si muoveva. Aveva gli occhi incollati allo scaffale dove aveva riposto i gioielli.
- Non andate ancora, ragazze - disse con tono persuasivo. - Ho altre cose da mostrarvi.
- Senti - dissi con sollecitudine - sento Mamma che ci sta chiamando per il pranzo Afferrai Jill per un braccio e corremmo fuori dal capanno e verso casa. Non mi era piaciuto il modo in cui ci guardava.
Di sicuro era un tipo ostinato. Prese a seguire me e Jill ogni volta che Mamma non era in vista. Un giorno, ci imbambol di chiacchiere e ci convinse che, se fossimo andate al suo capanno, i gioielli ce li avrebbe dati.
Quando arrivammo al capanno, sal sulla panca e recuper collana e braccialetto. Poi ce li mostr un'altra volta, ma anzich darceli come aveva promesso, con rapidit li mise nella cassetta degli attrezzi, chiuse il coperchio, e ci si mise a sedere sopra.
- Avevi detto che ce li avresti regalati - dissi diffidente.
- A suo tempo - e sorrise. - A suo tempo -. Le dita e
i denti di Zio erano scoloriti da una vita passata a fumare. I denti erano dello stesso colore dei sassolini marroncini che scavavamo a casa di Nonna. Le dita erano cos macchiate che mi facevano venire in mente i salsicciotti del barbecue. Cominci a parlare sottovoce e a dirci che ragazzine simpatiche eravamo. Mi sentivo nervosa.
- Jill, credo che dovremmo andare - dissi mentre la spingevo verso la porta. Proprio in quel momento sentimmo Billy che gridava da un'altra parte del giardino: - Ji-ill, Ji-ll, vieni a cercarmi. Adesso mi nascondo -. Jill e Billy andavano molto d'accordo. Di corsa fil via, dimenticandosi completamente dei gioielli.
Mi girai per andarle dietro, ma Zio mi afferr per il braccio. - Tu resta qui con me - disse. - Tu potrai avere la collana. Potrei pure darti il braccialetto -. Indietreggiai contro il muro. Zio si avvicin e cerc di infilare la mano nelle mie mutande. Lo spinsi via, cadde e atterr sulla cassetta degli attrezzi. Gli sta bene, pensai. Me la diedi a gambe. Da allora non mi si avvicin pi. Avvisai Jill di non andare pi al capanno.
Avevo paura per lei, e tuttavia non ero in grado di spiegare di cosa avessi paura. Lei non si cur affatto del
mio avvertimento. In due occasioni la sorpresi che arrancava in silenzio dietro a Zio. La raggiunsi e la distrassi con qualcos'altro.
Per noi si trattava di un capovolgimento di ruoli. Jill era sempre stata fisicamente pi forte di me e combatteva sempre le mie battaglie. Adesso era il mio turno di guardarle le spalle.
Quell'estate segn l'inizio della mia adolescenza. Ero molto impacciata, nessuna parte del mio corpo sembrava avere le giuste proporzioni. Avevo le gambe lunghe, le braccia lunghe, mentre il pezzo in mezzo era piatto e scarno.
Credo che la cosa che mi piacesse di meno di me stessa, in ogni caso, era l'assenza di pigmentazione in certe zone della pelle intorno al collo e alle spalle. Mi abbottonavo la camicia sempre fino al collo. Se per caso
il bottone in alto mancava, mi alzavo il colletto intorno al collo e lo fermavo con una grossa spilla da balia.
Mamma doveva essersi accorta di quanto mi sentissi impacciata, perch mi port da un dermatologo, il quale disse che non c'era nulla che lui potesse fare e mi indirizz da un'estetista.
L'estetista mi diede una serie di trucchi colorati da mescolare insieme per nascondere quelle zone.
Dopo tutta la fatica che Mamma aveva fatto, non avevo il coraggio di dirle che non avevo alcuna intenzione di usare il trucco. In realt ero arrabbiata con lei. Una cosa era mettere una spilla da balia al colletto, ma tutta un'altra storia che lei mi trascinasse da uno specialista all'altro, esibendomi al mondo. Alla prima occasione, avvolsi i miei trucchi in un giornale e li buttai nel secchio. Era un gesto simbolico. Avevo deciso che, da quel momento in poi, avrei scoperto quella parte del mio corpo, e se alla gente faceva senso, era un problema loro, ma non il mio. Per la prima volta, dopo anni, il mio collo rivide la luce del giorno.
A parte il mio aspetto fisico, durante quelle vacanze, la mia preoccupazione principale riguardava la scuola media. Continuavo a sperare che non fosse mai esistita.
Per un certo periodo ebbi l'idea romantica di fuggire via e unirmi a un circo. Mi arrampicavo su un piccolo eucalipto nel nostro giardino e ci restavo seduta per ore a sognare a occhi aperti la vita del circo. Ma il circo non arriv mai e, nel febbraio del 1964, cominciai la scuola media.
Mi sentivo terribilmente fuori moda. Portavo ancora due lunghe trecce che mi penzolavano lungo la schiena. Nella nostra scuola c'erano circa milleduecento studenti. Mi sentivo persa e intimidita.
Mentre il primo giorno aspettavamo tutti in fila, mi domandavo a quale indirizzo mi avrebbero assegnato, Commerciale o Professionale. Ci avevano detto che ci sarebbero state quattro classi Professionali, indicate con le lettere dalla A alla D. Solo gli studenti particolarmente dotati erano ammessi alla classe A, tutti gli altri venivano inseriti nelle altre classi, a seconda del loro grado di intelligenza. Sedevo accigliata mentre gli insegnanti lessero prima l'elenco della classe A, poi della B, quindi della C. Quando arrivarono in fondo all'elenco della D,
il mio nome ancora non era stato menzionato. Le mie speranze cominciarono a crescere. All'improvviso, un altro uomo, che pi tardi scoprii che era il preside, arriv e si un al nostro gruppo. Dopo una breve conversazione con uno degli insegnanti, disse ad alta voce: -  qui una certa Sally Milroy?
Lentamente alzai la mano.
- Sei nel gruppo D pure tu; su vai -. Non sapevo se avevo voglia di ridere o di piangere. Odiavo la scuola, pur tuttavia non volevo che la gente pensasse che fossi il tipo di ragazza senza sale nella zucca.
Quando arrivai a casa, Mamma era in estasi. A quanto pare, Mr. Buddee le aveva telefonato e le aveva detto di aver sistemato le cose. Mi salut con grande entusiasmo. - Forse diventerai un veterinario -. Quella era la cosa migliore subito dopo l'essere medico.
- Gli animali non mi interessano pi, Mamma - dissi con sarcasmo.
- Un medico, allora? - disse Mamma piena di speranza.
- Non mi piacciono.
- Beh, qualunque cosa, Sally. Qualunque cosa. Hai troppo talento per poterlo sprecare.
- Senti, Mamma - dissi - posso avere qualcosa da mangiare. Sto morendo di fame.
- Qui c' una crostata di marmellata - disse Nan dalla cucina. - Lascia in pace la bimba, Glad. Falla mangiare.
Mamma si era un po' smontata. Credo che si aspettasse che io fossi eccitata quanto lei. Mentre ero seduta a sgranocchiare un enorme pezzo di crostata, cominci a farmi pena. Aveva cinque figli e sembrava che riponesse le sue speranze proprio in me, la peggiore. Jill era quella che avrebbe raggiunto qualcosa, non io. Sospirai e me ne tagliai un'altra fetta. Mi consolavo al pensiero che nella nostra famiglia c'erano altri quattro figli pi piccoli di me; almeno uno avr avuto una qualche possibilit di diventare medico, specialmente se Mamma continuava a fare pressioni. Non mi piaceva pensare a tutti noi come a dei falliti.
Abbastanza presto, durante l'anno scolastico, feci amicizia con una ragazza che si chiamava Steph. Viveva a quattro isolati da noi, in quella parte chiamata Como, cos cominciammo a farci visita reciprocamente durante
i fine settimana. La famiglia di Steph mi affascinava: erano puliti e ordinati. Impazzivo per la stanza di Steph, era arredata soprattutto in lilla e immediatamente mi riport alla mente un qualcosa della scenografia di un film di Hollywood. Sorprendente, ma anche Steph era affascinata da casa mia. Le piaceva l'atmosfera disinvolta e libera, i racconti assurdi e gli scherzi.
Ma credo che la mia profonda ammirazione per la stanza di Steph creava in me una certa insoddisfazione. Improvvisamente mi resi conto che esisteva un intero universo oltre a quello che conoscevo. Ero spaventata. A volte, quando i genitori di Steph mi parlavano, mi si annebbiava il cervello. Avevo la sensazione di dire sempre la cosa sbagliata, cos, per timore di offenderli, cominciai a non dire pi nulla, che fu anche peggio. Tina,
il cane di Steph, aveva maniere pi garbate delle mie.
Quell'anno, Mr. Willie ci port alla solita marcia del Lascito. La quarta da quando era morto Pap e anche adesso le odiavo. Quando dissi ai ragazzi a scuola che avrei marciato per il Lascito, morirono tutti dalle risate.
- Barboso - mormor uno di loro. Volevo disperatamente essere come loro, ma sembrava proprio che non fossi fatta della pasta giusta.
Falliva qualsiasi tentativo di farmi una nuova pettinatura. Mamma era stata inflessibile nel rifiutarmi il permesso di andare dalla parrucchiera, cos, nella disperazione, mi tagliai le due trecce, lasciando al loro posto due stoppacci tronchi di mezze trecce. Quando vide quello che avevo fatto, Mamma ci rimase cos male che mi port di corsa dalla signora in fondo alla strada che faceva la parrucchiera in casa. I suoi sforzi non si rivelarono migliori dei miei, ma, se non altro, i miei capelli adesso erano pari. Nan fu l'unica ad avere una buona parola - A vederti cos, Sally, mi fai ricordare i vecchi tempi - disse allegra -  ci che chiamavamo il taglio col catino.
Quell'anno le provai tutte per evitare la marcia, ma quando Mamma si accorse che non sarebbe riuscita a convincermi, invoc l'aiuto di Mr. Willie. Non riuscivo mai a resistere di fronte alla tiritera Tuo Padre Era Un Uomo Coraggioso.
Come premio per aver ceduto, Mamma disse che avrei potuto mettere le medaglie grandi di Pap, mentre Billy poteva mettere quelle piccole. Jill sfoggiava, invece, un paio di medaglie di qualcuno della Prima Guerra Mondiale.
Quell'anno Mr. Willie ci riserv un trattamento speciale, uno spuntino di met mattina nel suo ufficio in cima all'edificio dell'AMP(16). A quei tempi era l'edificio pi alto di Perth ed eravamo ansiosi di vedere il panorama.
Alla fine fummo pi colpiti dall'ufficio di Mr. Willie che dal panorama. Era spazioso, con una moquette soffice e una scrivania piuttosto imponente, ma ci che ci colp di pi fu il suo piccolo frigorifero. Tanto per cominciare, si illuminava quando si apriva lo sportello. Il nostro non lo faceva. Era pieno zeppo di bibite fresche e dolci, e rimanemmo a bocca aperta quando scoprimmo che l'uso era esclusivamente riservato a lui. Nessuno di noi disse una parola, ma ci guardammo l'un l'altro come per dire, dunque  cos che vive la gente ricca, ognuno ha il suo frigo personale.
Fu circa a met di quell'anno che io e Nan avemmo la nostra prima grossa lite. Un giorno arrivai da scuola con le nozioni di una lezione di scienze impresse di fresco nella mente, e informai subito Nan che per eliminare i germi, le cipolle erano totalmente inutili.
Per anni aveva usato cipolle tagliate di fresco per sterilizzare la nostra casa ed era la prima volta in assoluto che avevo osato criticarla apertamente sulle sue teorie relative alla nostra salute.
Nan era arrabbiata: disse che la scuola media mi aveva dato alla testa e poi mi accus di essere sciocca quanto mia madre. Le feci notare che nessuno dei miei amici si ammalava mai e che loro vivevano senza il fetore delle cipolle ammuffite. Nan si prese la rivincita dicendo che, un giorno, forse sarebbero morti tutti, e allora si che gli avrebbe fatto comodo sapere delle cipolle.
Fu l'ultima goccia. Andai in camera mia, tirai le tende e raccolsi tutti i quarti di cipolla che giacevano ordinati sul davanzale della finestra. Esitai nel prenderne due. Questi erano leggermente ammuffiti e mi guardavano come per dire, toglici di qua e ti beccherai una malattia mortale, proprio come dice tua Nonna! A mani nude li afferrai coraggiosamente e li gettai nel secchio della spazzatura. - Niente pi cipolle! - dissi a Nan con calma, ma decisa.
Stavo cercando di essere razionale a proposito dell'intera faccenda. Dopotutto, studiavo scienze. Quando Mamma rientr, noi eravamo gi tornate sopra l'argomento. Nan sapeva come provocarmi. Dovevo essere
stata sotto l'effetto di qualcosa per aver buttato via le sue cipolle, disse. Mi ero bevuta il suo brandy di nascosto? Non mi rendevo conto che stavo mettendo in pericolo la vita dei miei fratelli e delle mie sorelle? Come avremmo potuto altrimenti mantenere un ambiente libero dai germi?
Mamma stava in piedi e ci guardava sbalordita. Nan inizi a spiegare l'intera faccenda. Filai di nuovo in camera mia e gridai: - Non mi interessa ci che dici, Mamma, niente cipolle. La stanza di Steph mica puzza come la mia.
Mamma venne alla porta della mia stanza con uno sguardo d'intesa. Nan arriv dietro di lei con una manciata di cipolle tagliate di fresco bene in vista, solo per darmi sui nervi. - Eccole qua, Sally - borbott con rabbia - te le sto portando!
- MAMMA! - strillai.
- Beh, forse per il momento dovresti lasciar perdere, Nan - sugger Mamma strategicamente. - Mettile nel bagno.
Per i giorni successivi la mia stanza rimase libera dalle cipolle. Ma poi, un giorno, mentre ero sdraiata sul letto, c'era un forte odore di cipolla che aleggiava tutto intorno. Controllai il davanzale, ma niente. Improvvisamente, con la coda dell'occhio, vidi un piccolo oggetto ricurvo che sporgeva dalla cima dell'armadio. Presi la scopa dalla cucina e lo buttai gi.
Mi infuriai contro Nan per la sua recente intrusione, ma lei sghignazz e continu a tirar boccate dalla sua sigaretta.
La settimana seguente, ripieg mettendo le cipolle nel cassetto dove tenevo le mutande. Persino Mamma pens che fosse divertente. - Aspetta che ti infili le cipolle nei corsetti - brontolai - poi non ridi pi.
- Abbassa la voce, Sally - disse Mamma terrorizzata.
- Potrebbe sentirti. Non metterle in testa altre idee!
La nostra battaglia rimase senza soluzione per le settimane seguenti, finch Nan non scopri un prodotto chiamato Medie, che aveva un forte odore di Ospedale.
Era in una piccola confezione spray di colore blu ed era specificamente a uso di chi soffriva di raffreddori e influenza.
- Che meraviglioso odore di pulito che ha, Glad - comment Nan mentre Mamma ne spruzzava una piccola quantit in cucina.
- Sapevo che ti sarebbe piaciuto - sorrise Mamma. -  per questo che l'ho comprato; con quella tosse da fumatrice che hai. Questo ti far respirare meglio.
- Ah,  buono, Glad - disse Nan respirando profondamente. - Lo sento che mi pulisce i polmoni -. Nan si diede un colpo al petto. Perbacco, adesso mi sento bene,  una buona medicina. Ha il profumo dei vecchi ritrovati, e una medicina cos non si trova spesso oggigiorno.
Da quel momento in poi la mia stanza odor di Medie. Nan spruzzava Medie nel gabinetto e nel bagno. L'intera casa odorava di Medie. Ne detestavo l'odore, ma non avrei mai osato pronunciare una parola di critica. Medie era meglio delle cipolle.
Quando raggiunsi l'et di quattordici anni ed ero al secondo anno della scuola media, aument sempre pi in me la consapevolezza di essere diversa dagli altri ragazzi a scuola. Con le altre ragazze della mia classe avevo ben poco in comune. Anche Steph stava cambiando. Non facevamo pi a gara per arrivare in cima all'albero nel suo giardino e lei pensava che le mie frequenti assenze da scuola fossero qualcosa di cui vergognarsi.
Jill era ormai alle medie e, come mi aspettavo, non ebbe affatto problemi a inserirsi. A volte avrei disperatamente voluto essere come lei. Tutto sembrava cos difficile per me. E anche per la piccola Helen la scuola era come l'acqua per un'anatra. Lei aveva cominciato quell'anno le elementari.
- Forse, allora, il dottore sar lei - dissi con sarcasmo.
- S, forse hai ragione - replic Mamma pensandoci.
- Sono certa che riuscirete tutti, una volta che avrete deciso.
- S, ma decidersi  la parte pi difficile.
- Tu potresti fare qualsiasi cosa se lo volessi.
- Ma questo  il punto, Mamma; non lo voglio.
Quando guardavo le altre persone, mi rendevo conto
di quanto fossi anormale, o almeno era cos che mi sentivo. Nessuno dei miei fratelli o sorelle sembravano tormentati dalle cose che tormentavano me. Mi sentivo veramente come se non capissi pi il mondo che mi circondava. Era una cosa terribile essere adolescente.
Parte del motivo per cui odiavo la scuola era la disciplina. Odiavo la routine. Volevo fare qualcosa di diverso e di eccitante tutto il tempo. Davvero non vedevo la ragione di dover imparare materie di cui non mi importava nulla. Non avevo obiettivi a lungo termine e il mio solo obiettivo a breve termine era di finire la scuola il pi presto possibile. Scoprii che l'unico modo per tirare avanti era quello di marinare le lezioni il pi possibile. Stare lontana da scuola mi dava il tempo di pensare e di alleviare la pressione. Dopo averla marinata mi sentivo sempre meglio dentro.
Stavo cominciando a essere un'esperta nei metodi di saltare la scuola. Uno era quello di perdere di proposito l'autobus che fermava davanti alla biblioteca locale. Mi dirigevo verso la fermata insieme a Jill, poi, mentre lei parlava con i suoi amici, me la svignavo e mi nascondevo dietro l'edificio della biblioteca. Dopo che l'autobus si era fermato, aveva raccolto i passeggeri ed era ripartito, riapparivo e me ne tornavo felicemente a casa. La mia scusa per Mamma era che l'autobus era troppo pieno e non ero riuscita a salire. Per qualche ragione ci credeva, oppure l'accettava semplicemente.
Ma una mattina anche Jill e suoi amici decisero di marinare la scuola. Non ero molto propensa a dargli una mano. Erano in troppi e non l'avevano mai fatto prima. Tuttavia Jill era ansiosa che dessi loro delle dritte, quindi acconsentii.
Quella mattina ci nascondemmo in cinque dietro la biblioteca e quando arriv l'autobus ci mettemmo a ridere. Per i nostri volti sorridenti mutarono in un'espressione di sbigottimento quando, anzich ripartire, l'autobus rimase fermo alla nostra fermata. Poco dopo una ragazzina pi grande ci raggiunse al nostro nascondiglio e ci disse con tono seccato: - E meglio che veniate fuori. L'autista non riparte senza di voi.
Gli amici di Jill erano imbarazzatissimi. Cercare di marinare la scuola era la cosa pi avventurosa che avessero mai fatto. Erano ora terrorizzati che la storia potesse arrivare alle orecchie dei loro genitori. Se non altro, non dovevo preoccuparmi. Controvoglia ci incamminammo verso l'autobus, accompagnati dai fischi, dalle risate e dalle beffe dei quaranta ragazzini gi seduti sull'autobus.
- Dovreste vergognarvi di voi stessi - ci rimbrott l'autista mentre salivamo. - Da oggi in poi andr sempre a controllare l dietro.
Mentre ci dirigevamo verso scuola, sospiravo e guardavo alla boscaglia che ci sfrecciava accanto. Quello era il problema quando venivano coinvolti dei dilettanti, finiva sempre che ti beccavano. Dunque decisi che, da quel momento in poi, avrei portato con me soltanto Jill.
Era anche piuttosto facile svignarsela da scuola durante la ricreazione o l'ora di pranzo. La nostra scuola era circondata dalla boscaglia su tre lati. Con un occhio sull'insegnante che vigilava sul campo giochi, lentamente me la battevo in direzione della boscaglia. Quando ci ero arrivata abbastanza vicina, mi rigiravo e correvo, poi mi acquattavo dietro un albero e aspettavo per controllare che nessuno mi venisse dietro. Se era via libera, mi facevo a piedi quei tre chilometri per arrivare a casa, restando al riparo nella boscaglia e lontano dall'affollata Manning Road. Ben presto, la stessa idea venne anche ad altri studenti. A volte ci incrociavamo nella boscaglia, ci scambiavamo delle risatine colpevoli, e poi proseguivamo per la nostra strada, facendo finta di non esserci visti. Di tanto in tanto, Jill veniva con me, ma, secondo lei, la gioia di saltare la scuola non valeva la lunga camminata per tornare a casa.
Una volta, Jill mi convinse a portare con noi Robin, la
sua migliore amica. Pensai che fosse un tantino rischioso, dato che il padre di Robin era l'insegnante di matematica. Capit, infatti, che quella mattina il Preside stesse passando in macchina per Manning Road, ci vide nella boscaglia, ci caric su e ci riport a scuola. Alla povera Robin venne riservato il peggio. - Tu, tra tutte quante - la rimprover. - Dalle Milroy ce l'aspettiamo, ma non da ragazzine del tuo calibro.
La scuola inizi a imporre regole sempre pi rigide con il tentativo di ridurre l'alta percentuale di assenze ingiustificate da parte di alcuni degli studenti. Mamma era stata minacciata pi volte dall'ispettore delle assenze. Questo per lei aveva la stessa valenza negativa di una telefonata da parte della polizia. cos cominci a cercare di farci restare a scuola tutto il giorno.
Lei si trovava in una situazione difficile, perch, se da un lato voleva che avessimo una buona istruzione e che ci facessimo strada nel mondo, dall'altra capiva quando ci lagnavamo di essere stanchi, annoiati o infelici. Inoltre, sapevo che non era il fatto che marinassimo la scuola cos spesso che la turbava, ma che di tanto in tanto ci scoprivano. L'esser scoperti ci portava inevitabilmente all'attenzione particolare del personale della scuola, che significava anche che, in qualche maniera, lei perdeva credibilit ai loro occhi. Come a gran parte della gente, suppongo, a Mamma piaceva che gli altri, soprattutto le persone istruite, avessero una buona opinione di lei.
Rimase particolarmente turbata dopo un incontro col Preside. Lui le aveva mostrato tre diverse grafie, tutte pretendevano di appartenere a lei, e tutte giustificavano Jill o me per l'assenza di una mattina o di un pomeriggio. - Dovete organizzarvi - ci disse arrabbiata - se dovete falsificare le mie giustificazioni, che almeno siano tutte dello stesso tipo.
Pi restavo a scuola, pi diventavo difficile, pi Mamma era restia a coprire le mie assenze. Era stufa delle telefonate del Preside e dell'ispettore della Condotta. La comprendevo. Io stessa ero stufa di andare
dall'ispettore della Condotta. Durante quegli incontri ero molto sulle difensive, perch sapevo che erano basati sulla premessa che c'era in me qualcosa che non andava. Secondo me, questo era del tutto infondato. Di conseguenza, i miei colloqui con l'ispettore della Condotta tendevano a essere piuttosto brevi, soprattutto per la mia assenza di reazione. Alla fine consigliarono a Mamma di farmi terminare la scuola in anticipo e di mandarmi a fare la commessa.
In ogni caso, un giorno, fu Mamma a incoraggiare me e Jill a saltare la scuola. C'erano delle meravigliose svendite e lei disse che se fossimo riuscite a svignarcela nel pomeriggio, ci avrebbe comprato dei vestiti nuovi.
Il giorno delle svendite coincideva inoltre con il giorno di ginnastica, il che mi forn una brillante idea. Io e Jill stavamo giocando a softball quel pomeriggio, e avevamo un'amica che era una formidabile battitrice. Ci accordammo con Dawn di mandare un colpo oltre il terrapieno. Jill e io ci assicurammo di rilanciare in quella zona e quando la palla vol fuori, le sfrecciammo dietro. Corremmo gi per il terrapieno, afferrammo la palla, la rilanciammo indietro, e poi ci dirigemmo verso la macchina di Mamma, parcheggiata nella strada l vicino.
Il luned seguente, Mamma fu convocata un'altra volta nell'ufficio del Preside, e io e Jill insieme a lei. Dopo aver parlato in privato con Mamma, lui ci chiam dentro.
- Questa  una faccenda seria, ragazze - disse il Preside con tono severo; - ho anche pensato di far venire la polizia.
Rimanemmo a bocca aperta. Ci ordin di metterci a sedere. Guardai Mamma di sottecchi, ma lei guardava fisso il muro dall'altra parte.
- Ora - continu - ho parlato con vostra madre e capisco che tirare su voi senza vostro padre  un compito arduo, cos questa volta sono pronto a chiudere un occhio. Tu, Sally, sei la pi grande, so che posso contare su di te come persona responsabile. Se mi dici il nome
del giovanotto che ha preso su te e tua sorella, la cosa finir qui.
Sentivo che mi stavano uscendo gli occhi fuori dalle orbite. La bocca cominci a tremolarmi ai lati e mi si strinse lo stomaco. Ma riuscii a bisbigliare che non avevo niente da dire.
Fu dunque chiamata la Direttrice, la quale fece a me e Jill un discorsetto su quanto fosse facile sporcare la nostra reputazione.
Dieci minuti dopo, Mamma era di ritorno a casa e noi di nuovo in classe. Ero piuttosto orgogliosa di me stessa. Il Preside aveva esercitato una notevole pressione, e io non avevo ceduto. Proprio come Pap durante la guerra. Era stato interrogato dalla Gestapo a proposito dei suoi amici, ma lui non li aveva traditi. Beh, neanch'io avevo tradito Mamma. E caspita, se lei si sentiva pi leggera.

Note.
16. Australian Manual Provident Society. Societ di assicurazioni e di fondi di investimento. Fondata nel 1849,  oggi la principale societ del settore.


Capitolo XIV.
ANIMALI PIUTTOSTO PARTICOLARI.

Mamma aveva lentamente messo su una collezione di animali impagliati, rettili e uccelli. I suoi preferiti erano due lunghe pelli di serpente, una delle quali aveva ancora testa e denti intatti, sebbene un tantino appiattita. Poi c'era un fagiano irlandese, un'echidna, una tartaruga, un'aquila, otto rane, che suonavano vari strumenti, e numerosi coccodrilli di diversa foggia e misura.
Mamma aveva un vivo interesse per il mondo della natura, e divorava ogni programma televisivo che avesse a che fare con la crudelt verso gli animali. Si sedeva sulla sua sedia preferita accanto al fuoco e, tra un singhiozzo e l'altro, decretava la crudelt dell'uomo. Il fatto che, mentre lo faceva, fosse circondata da una piccola, ma crescente, collezione di creature imbalsamate con gli occhi di vetro, non le cre mai alcun problema. La sua passione riguardava tanto i morti quanto i vivi.
Una sera, mentre era totalmente presa da un programma sull'estinzione della tigre tasmaniana, mi intrufolai pian piano nella stanza al buio. Mamma non si accorse dei miei movimenti, perch si ostinava sempre a guardare la televisione con la luce spenta. Diceva che cos sembrava pi come al cinema. Quando ritornai infine alla mia sedia, ero riuscita a puntare verso di lei tutti i musi della sua collezione. Quando la tigre tasmaniana scomparve definitivamente, Mamma era piuttosto commossa. Di conseguenza, quando improvvisamente riaccesi la luce, indicai gli altri occupanti della stanza e dissi: - Mamma, guarda! - e ci fu il crollo definitivo. La vista di tutti quegli sguardi vitrei accusatori fu semplicemente troppo per lei e cos and di volata in cucina.
Dopo un bel pianto, ritorn pronta a rimproverarmi. Mi ero ormai installata sulla sua sedia accanto al fuoco, assorbita da un quiz televisivo. Mi affront dicendo: - Sally, maledetta ragazzina, non farmi mai pi... - poi si accorse che la sua intera collezione formava adesso un gruppetto, che si riscaldava vicino al fuoco, blocc la sua filippica e domand: - Che ci fanno l?
- Hanno freddo, poverini - risposi con la faccia seria. Era una donna troppo fuori dal comune per non accorgersi del lato comico della situazione. Tra varie esplosioni fatte di Sei tremenda, rideva senza controllo.
Sembrava che a Mamma piacesse avere cose strane, cos nessuno di noi si sorprese quando, un giorno, si present con un cane randagio che aveva salvato da un possibile incidente in una trafficata strada del centro. A tutti sembrava un bastardo nero e irsuto, ma agli occhi di Mamma, Curly, cos l'aveva chiamato, aveva una somiglianza ravvicinata con un raro terrier Bedlington di cui aveva letto nella rivista Pix.
L'opinione di Mamma venne avvalorata da una fonte insospettabile, il nostro vicino. Lui disse a Mamma che Curly era una rarit. E Mamma aveva scambiato questo commento per un complimento. La volta seguente che si ritrov a conversare con il nostro vicino, ritir fuori l'argomento di Curly.
- Insolito, vero? - disse compiaciuta.
- Hai un pezzo notevole l, Glad - annu il nostro vicino convenendone. - Non capita tutti i giorni che uno si trovi a raccogliere un cane a met tra uno spazzolino del cesso e un lavabottiglie!
Mamma ci rimase malissimo, ma quando ci raccont quello che era successo, scoppiammo a ridere. Io ero d'accordo con il nostro vicino. Avevo seri dubbi su ci che Mamma sosteneva fosse il raffinato pedigree di Curly. Cercai di farle notare quanto fossero vicini i suoi occhietti neri, e come la sua sola occupazione fosse di bassa natura.
Nulla poteva abbattere l'entusiasmo di Mamma. Non importava quale orribile e degradante azione Curly compisse; agli occhi di Mamma rimaneva un gioiello di cane. Sosteneva che tutte queste stravaganze dipendessero dal suo lungo pedigree, proprio come succedeva tra gli esseri umani, dove quelli che sono particolarmente dotati di talento, a volte, rivelano nella loro natura degli aspetti insoliti.
Una delle sue abitudini pi imbarazzanti era quella di accogliere i nuovi arrivati con un singolare rito tutto suo. Semplicemente puntava i suoi zelanti occhietti neri sulla vittima prescelta e, in un lampo, gli piantava all'inguine il naso umido e annusava a fondo. La reazione iniziale di Mamma, nei confronti di questo straordinario comportamento, fu una risata sfrenata, per lei non aveva mai subito attacchi.
Lei razionalizzava le sue azioni sottolineando il fatto che, da quando Curly era con noi, era diminuito il numero di mormoni, testimoni di Geova e dimostratrici dell'Avon che bussavano alla nostra porta.
Una sera Mr. Willie venne a farci visita e ci disse che presto si sarebbe trasferito nello stato del Victoria. Gli dispiaceva di andarsene e avrebbe fatto in modo che al suo posto ci avessero assegnato un bravo Legatario.
Quella sera fummo tutti scortesi con Mr. Willie e, dopo che se ne fu andato, Mamma ci disse che si vergognava del nostro comportamento. Non capiva che ci sentivamo abbandonati. Lui ci aveva definiti la sua seconda famiglia.
Non pass molto prima che il nostro nuovo Legatario ci telefon per avvisarci che sarebbe passato per una visita dopo circa un'ora. Desiderosa di fare bella figura, Mamma riordin la casa. Questo venne fatto nella sua solita maniera, infilando tutti i vestiti e le cianfrusaglie alla rinfusa negli armadi o sotto i letti. Tutto quello per cui non riusciva a trovare un posto, veniva semplicemente tolto di torno chiudendo la porta. Con cinque figli che non mettevano mai in ordine quello che lasciavano in giro, e che erano sempre presi in qualche gioco immaginario che implicava l'uso di lenzuola, coperte, ceppi di legno e utensili da cucina, era un trucco comodo. Quando ebbe finito, il posto sembrava piuttosto ordinato, e nessuno avrebbe mai sospettato della montagna di arnesi stipati via chiss dove.
Il nostro nuovo Legatario arriv prontamente alle sei del pomeriggio e buss sonoramente alla porta. Curly, che aveva appena terminato la sua consueta cena a base di braciole al curry ed era pronto a imbarcarsi nel suo solito dessert, Weetbix caldi abbondantemente ricoperti di zucchero, drizz le sue orecchie pelose e mordicchiate dalle pulci, e sfrecci alla porta.
- Sally, acchiappalo - url Mamma mentre lanciava un vecchio strofinaccio nel tentativo di frenare la sua corsa frenetica. Quando raggiunsi Curly, lui stava gi saltando su e gi davanti alla porta, guaiva e abbaiava pregustandosi il dopo. Lo afferrai per la collottola e lo trascinai per l'ingresso fino alla camera di Mamma.
- Per amor di Dio, Sally, assicurati che sia chiuso dentro! - sussurr Mamma con tono serio mentre ci passava veloce accanto. Diedi un rapido colpo con il piede al deretano di Curly, e nonostante il ringhio e i denti pronti ad azzannare, riuscii a chiudere la porta nel momento esatto in cui Mamma disse al nostro ospite: - Salve, si accomodi, prego. Mi scusi per averla fatta aspettare, non l'avevo sentita bussare.
- Non si preoccupi, Mrs. Milroy - replic cortesemente il nostro visitatore - davvero nessun problema -. E poi, vedendo me, aggiunse: - Aah, questa deve essere sua figlia. Le somiglia, non ci si pu sbagliare, eh?
- Eh, s... - replic Mamma lanciando un'occhiata preoccupata alla porta della sua stanza da letto - questa  la mia figlia maggiore, Sally.
- Salve - dissi con un sorriso. Riuscivo appena a farmi sentire sopra i latrati, i guaiti e i graffi di Curly.
- Lei ha un cane, Mrs. Milroy? Ne ho uno anch'io: un bell'animaletto, gran bella compagnia. Non deve mica rinchiuderlo perch sono qui io -. Mamma sorrise cortesemente, mi guard con impotenza, e disse: - Oh, no, no, sta bene l. Gli piace stare l dentro, vero, Sally?
- Ehm, s... - farfugliai, completamente sorpresa dall'affermazione di Mamma. Guardai con compassione il nostro ospite confuso. Immaginavo il suo cane: pulito, tosato e ben addestrato. Non un bastardo arruffato e incivile come Curly, con il cervello della misura di un pisello disidratato.
- Venga a conoscere il resto della famiglia - disse Mamma afferrandolo per un braccio e cambiando repentinamente discorso.
- S, s, certo.  il motivo per cui sono qui.
Io feci strada nel soggiorno, dove i miei fratelli e sorelle stavano aspettando zitti e buoni. Mi arrestai di colpo quando Mamma strill: - Oh, Dio mio!
In qualche modo Curly si era liberato e, con una velocit ineguagliabile, era sfrecciato dalla camera da letto, gi per l'ingresso e su tra le gambe mezzo aperte del nostro ospite. Il nostro ospite, che era basso, salt sulla punta dei piedi e si aggrapp alla parete dietro di lui. Mamma, con le dita che affondavano disperatamente nel pelo aggrovigliato di Curly, gridava: A cuccia, Curly; a cuccia!. Tutto senza risultati. Per essere un cane cos piccolo era straordinariamente forte.
- Ehi, ehi, ehi - farfugli il nostro ospite mentre saltava ripetutamente in aria in risposta al naso indagatore di Curly.
- Sei un cane disgustoso, semplicemente disgustoso!
- brontolava Mamma mentre, con un ultimo sforzo, lo tir via e se lo infil stretto sotto un braccio.
- Non so che gli  preso - disse in modo poco convincente. - Di solito  un cane cos buono, non aveva mai fatto niente di simile prima. Sono terribilmente dispiaciuta -. Continuando a scusarsi, Mamma trascin Curly per la cucina fino alla veranda.
A onor suo, il nostro Legatario, dopo essersi ricomposto e rimessosi in ordine i vestiti a fatica, prosegu.
Mi segu nel salotto e si present solennemente ai miei fratelli e sorelle, i quali si erano velocemente riseduti. Poi, con un tremolante sospiro di sollievo, si accomod sul nostro malridotto divano verde.
- E come vai a scuola, Jill? - chiese gentile, girando appena la sedia. Ne segu un rumore flatulento. Jill riusc a balbettare - Oh, b... bene... bene.
Sarebbe stato meglio se il nostro Legatario fosse riuscito a controllare il suo nervosismo e a restare seduto fermo. Ognuno dei suoi movimenti, seppure minimi, venivano accompagnati da rumori flatulenti di varia intensit. Era uno dei pericoli del mettersi seduti sul nostro divano di vinile. Ci eravamo gi lamentati con Mamma per il nostro divano, ma adesso, dopo l'attacco di Curly, i rumori sembravano particolarmente appropriati. Gli audaci tentativi del nostro ospite di fare conversazione incontrarono poco riscontro. Stavamo tutti sforzandoci di controllare la risata che minacciava di sgorgare fuori in qualunque momento avessimo aperto bocca.
Quando finalmente torn Mamma, vide che le cose non stavano andando troppo bene e le bastarono solo pochi minuti per capire il perch. Quattro frasi brevissime e poi si scus col pretesto di andare a preparare una tazza di t. Se fosse rimasta di pi, avrebbe infranto il suo codice personale dell'etichetta e avrebbe avuto un attacco di riso.
Quindici minuti dopo, torn tranquillamente con un vassoio carico di tazze di t fumante e un piatto di biscotti misti. Mettendo il vassoio sul tavolinetto di ferro battuto, che aveva comprato alla festa della scuola, disse con entusiasmo: - Gradisce un biscotto insieme al suo t?
Grato per la divagazione, il nostro ospite rispose impaziente con un: - Ah, si, Mrs. Milroy, grazie - e sollevandosi molto, molto lentamente dal suo posto, si abbass per recuperare un biscotto Gingemut.
Di colpo ci fu il caos. Curly era sgattaiolato senza esser visto dalla porta d'ingresso e aveva colpito ancora. Tutti quei biscotti Gingemut, Milk Dessert e Chocolate Slice si sparsero su tutto il pavimento. Il t bollente si rovesci dai piattini e dalle tazze rovesciate, e lentamente scioglieva i Chocolate Slice, macchiando il tappeto di
Mamma. Mamma salt accanto al tavolo e strill: - Ahrr, Curly, stupido cane maledetto! smettila!
Il nostro Legatario era praticamente indifeso, inchiodato fra il tavolo e il suo posto da Curly che sniffava come se da ci dipendesse la sua vita. L'atto di raddrizzarsi gli fece stringere le natiche, fornendo all'insistente naso di Curly un ulteriore vantaggio. Il pensiero di mettersi a sedere rapidamente era troppo terrificante da poter essere preso anche minimamente in considerazione.
Per quando Curly venne finalmente rimosso, il suo piccolo petto peloso palpitava spasmodicamente, come durante uno dei suoi attacchi d'asma. Mamma se lo infil sotto un braccio e lo ammon dicendo: - Sei una bestia, Curly; sei proprio una bestia -. Aveva l'abitudine di asserire l'ovvio.
Con grande delusione di Curly, il signore non torn pi. Alcune settimane pi tardi, fummo informati che ci era stato assegnato un altro Legatario. Che il suo predecessore gli avesse parlato di Curly, non  dato sapere, comunque venne a farci visita assai di rado, preferendo, invece, comunicare tramite telefono o lettera.


Capitolo XV.
UNA NONNA NERA.

Il quattordici febbraio del 1966, la valuta australiana cambi da sterline, scellini e pence a dollari e centesimi. Questo, secondo Mamma e Nan, rappresentava un passo indietro nella nostra storia. - Non ci sono soldi come i vecchi soldi - sosteneva Nan, e Mamma ne conveniva. Entrambe erano rimaste sconvolte quando avevano sentito che i nostri nuovi soldi non avrebbero contenuto tanto argento quanto le vecchie monete da due scellini, da uno scellino, da sei pence e da tre pence. Avevano influenzato le mie idee a tal punto che, quando a scuola ci venne assegnato un tema libero, scrissi un lungo compito su come il paese sarebbe andato in rovina e in sfacelo solo perch la nostra valuta era stata cambiata.
- Andr male, Glad - disse Nan una sera - aspetta e vedrai. Non si possono fare i soldi cos, diventeranno tutti verdi.
Poi notai che Nan teneva un barattolo sulla mensola in cucina con dentro una manciata di pezzi da due scellini. Verso la fine della settimana, il barattolo traboccava di pezzi da sei pence, tre pence, uno scellino e due scellini. Non riuscivo pi a contenere la curiosit.
- Perch li metti da parte, Nan?
- Per niente! Non toccare quei soldi!
Misi alle strette Mamma nel bagno. - Okay, Mamma, per quale motivo Nan sta ammucchiando tutti quei soldi? Bisognerebbe portarli in banca e cambiarli con quelli nuovi.
- Non farne parola con nessuno di quei soldi, Sally.
- Perch no?
- Senti, quei soldi un giorno avranno un valore e noi li stiamo mettendo da parte per voi ragazzi. Quando varranno un bel po', li vendiamo e voi potrete averne il ricavato. Per allora potreste averne bisogno.
Ritornai in cucina e dissi a Nan: - Mamma mi ha detto che cosa stai facendo; credo che sia una follia.
- Uff! Non ci interessa quello che pensi tu, tra qualche anno ne sarai felice. Adesso sta' a sentire, se viene qualcuno del governo a chiedere i soldi, tu digli che i nostri li abbiamo dati tutti alla banca. Se insistono per quelli vecchi, di' semplicemente che non ne sai niente. Digli che in questa casa non abbiamo soldi di quel tipo.
- Nan - dissi mezzo ridendo - nessuno del governo verr a fare una cosa simile!
- Ooh, non crederci. Tu non sai com' fatto il governo, sei troppo giovane. Un giorno te ne accorgerai di cosa sono capaci di fare alla gente. Non fidarti mai di nessuno che lavora per il governo, non si sa quello che dicono alle tue spalle. Ricordati delle mie parole, Sally.
Tranne che in Inglese e in Arte, presi l'insufficienza in tutte le altre materie nel secondo trimestre del mio terzo anno alle medie. E Mamma era molto scontenta del mio sette per cento in Geometria e in Trigonometria.
- Presto avrai l'esame di Licenza. Come diavolo pensi di passarlo?
- Non mi interessa se lo passo o no. Perch non mi permetti di lasciare la scuola?
- Dovrai passare sul mio cadavere!
- Che senso ha tutta questa istruzione se poi passer il resto della mia vita a dipingere e disegnare?
- Non passerai il resto della vita a fare quello, l non c' futuro. Gli Artisti fanno soldi solo dopo che sono belli e morti.
- A me sta bene.
Smisi di discutere e andai in camera mia. Mamma non prendeva mai seriamente la mia ambizione di diventare un'artista. Non che non mi incoraggiasse a disegnare. Una volta che ero annoiata, mi permise di fare dei dipinti sulle lamiere di asbesto che coprivano la nostra veranda sul retro. Nan aveva pensato che fossero
veramente belli: - Meglio che farlo fare a quelli dell'edilizia popolare.
Sospirai. Nonna credeva nei miei disegni.
Il fine settimana successivo, Zia Judy venne a pranzo. Era un'amica di Mamma. La sua famiglia, i Drake- Brockmans, e la nostra si conoscevano da anni. - Sally, voglio parlare con te a proposito del tuo futuro - disse pacatamente dopo che avemmo terminato il dolce.
Lanciai un'occhiataccia a Mamma.
- Tu sai che non puoi fare l'artista. In questo mondo gli artisti non arrivano da nessuna parte. Non dovresti dare queste preoccupazioni a tua madre. Lei vuole che tu resti a scuola e termini la Maturit. Puoi abbandonare l'idea della scuola d'arte perch tanto non se ne fa nulla.
Ero proprio furibonda. Non per qualcosa che aveva detto Zia Judy, ma perch Mamma aveva avuto il coraggio di chiamare qualcuno che non era della famiglia per parlare con me. Mamma pass il resto del pomeriggio a gironzolare con un'espressione di colpa in faccia.
Non erano soltanto Mamma e Zia Judy, ma anche il mio insegnante d'arte a scuola. Un giorno tir su uno dei miei disegni di fronte alla classe e fece notare tutto quello che non andava. Non c'era prospettiva: ero l'unica a non avere tracciato la linea dell'orizzonte. I miei personaggi erano piatti e fluttuanti. Bisognava girarlo di lato per vedere cosa rappresentava met dell'immagine. Non la finiva pi. Dopo dieci minuti, la classe ancora rideva e mi sentivo piccola piccola. Avevo sempre creduto di avere talento per il disegno, adesso sapevo che non ero brava neanche in quello.
Il pensiero di quella giornata orribile mi faceva venire da piangere. Ero felice di essere in camera mia e da sola, perch di colpo sentii le lacrime sgorgarmi dagli occhi e bagnarmi le guance. Decisi di abbandonare il disegno. Ero stufa di sbattere la testa contro un muro di mattoni. Misi insieme la mia raccolta di disegni e dipinti, sgattaiolai in fondo al cortile e gli appiccai fuoco.
Quando Mamma e Nan scoprirono cosa avevo fatto,
ci rimasero molto male. - Tutti quei bei disegni - si lament Nan - persi per sempre -. Mamma mi diede semplicemente un'occhiataccia. Sapevo che sentiva di non poter dire molto, dopo tutto, era in parte responsabile per avermi spinta a compiere quel gesto.
Ci volle circa un mese perch io e Mamma facessimo pace. Insisteva che se avessi fatto il mio esame di Licenza, non mi avrebbe per forza costretta ad arrivare alla Maturit. Io, come una scema, le credetti.
Verso la fine dell'anno scolastico, un giorno arrivai a casa in anticipo e trovai Nan seduta al tavolo della cucina che piangeva. Rimasi impalata alla porta; non l'avevo mai vista piangere.
- Nan... che c'?
- Niente!
- E allora che piangi a fare?
Sollev il braccio e con il pugno chiuso picchi sul tavolo della cucina. - Voi, dannati ragazzini, non mi volete. Voi volete una maledetta nonna bianca; io sono nera. Sentito? Nera, nera, nera! -. Dopo di che, Nan spinse indietro la sedia e corse in camera sua. Rimasi impalata vicino alla porta. Sentivo che la cinghia della mia cartella pesante mi segava la spalla, ma ero troppo sbalordita per togliermela di dosso.
Per la prima volta nei miei quindici anni, avevo preso coscienza del colore di Nan. Aveva ragione, non era bianca. Beh, pensai secondo logica, se lei non era bianca, non lo eravamo neanche noi. Dunque, questo fatto, cosa ci faceva diventare, che cosa mi faceva diventare? Non avevo mai pensato a me stessa, prima d'allora, come a una persona nera.
Quella sera, mentre io e Jill eravamo sdraiate a letto in silenzio, guardando un poster di John, Paul, George e Ringo, dissi: - Jill... lo sapevi che Nan  nera?
- Certo che s.
- Io no, l'ho appena scoperto.
- So che non lo sapevi, a volte sei proprio stupida. Dio, e poi tu pensi che io sia ingenua con tutte le cose di cui tu non ti accorgi.
-Oh...
- Lo sai che non siamo indiani, vero? - mormor Jill.
- Mamma ha detto che siamo indiani.
- Guarda Nan, ti sembra indiana?
- Non ho mai veramente pensato al suo aspetto. Forse discende da qualche trib indiana che noi non conosciamo.
- Ah! Allora si! Tu sai cosa siamo, vero?
- No, cosa?
- Boong(17), siamo Boong! -. Vedevo che l'idea non rendeva felice Jill.
Mi ci vollero alcuni minuti prima di riuscire a mettere insieme il coraggio sufficiente per dire; - Che cos' un Boong?
- Un Boong, sai, aborigeno. Dio, fra tutte le cose, siamo aborigeni!
- Oh - di colpo avevo capito. C'era un grosso marchio d'infamia sociale nell'essere aborigeni nella nostra scuola.
- Non posso crederci che non hai mai sentito la parola Boong - mormor lei disgustata. - Non hai neanche mai sentito i ragazzini a scuola? Se ti vogliono denigrare, ti dicono Aah, non sei altro che un Boong. Davvero, Sally, tu vivi nello stordimento pi totale!
Jill aveva ragione, vivevo in un mondo tutto mio. Lei era molto pi in sintonia con il nostro ambiente sociale. Per lei era importante essere accettata a scuola, perch a lei piaceva andarci. Tutto quello che volevo fare era restare a casa.
- Sai, Jill - dissi dopo un attimo - se noi fossimo Boong, e non so se lo siamo oppure no, ma se lo siamo, non possiamo farci nulla, dunque tanto vale accettare il fatto.
- Accettarlo? Sai dirmi una sola cosa positiva nell'essere
abo(18)?
- Beh, di loro non so molto - risposi - A loro piacciono gli animali, no? A noi piacciono gli animali.
- A un sacco di gente piacciono gli animali, Sally. Non hai mai sentito parlare dello RSCPA(19)?
- Certo che si! Ma gli abo non si sentono vicini alla terra e tutta quella roba l?
- Dio, non lo so. Tutto quello che so  che a nessuno dei miei amici piacciono. Sai, sono due anni che cerco di convincere Lee che siamo indiani -. Lee era la migliore amica di Jill e le sue opinioni erano molto importanti. Lee adorava Nan, quindi non vedevo come potesse importare.
- Conosci Susan? - disse Jill, interrompendo i miei pensieri. - La madre dice che non vuole che stia con te perch tu sei una cattiva compagnia. Pensa che tutti gli abo siano cattive compagnie.
- Aah, non mi importa di Susan, non mi  mai piaciuta molto comunque.
- Ancora non capisci, vero? - mormor Jill incredula. - Essere Aborigeni  una cosa terribile. Nessuno ti vuole conoscere, non solo Susan! Puoi essere indiano, olandese, italiano, qualunque cosa, ma non aborigeno! Suppongo che per una come te vada bene, a te non interessa quello che pensa la gente. Tu non hai bisogno di nessuno, ma io si! -. Jill si tir le coperte fin sopra la testa e fece finta di essersi addormentata. Credo che stesse piangendo, ma io avevo troppe informazioni nuove a cui pensare per cercare di consolarla. E poi, che cosa potevo dire?
L'esplosione di Nan a proposito del suo colore e l'affermazione di Jill che eravamo aborigeni aprirono una nuova fase nella mia relazione con mia madre. Cominciai a tormentarla a pi non posso sulle sue origini. Mamma era un osso duro e negava costantemente l'affermazione di Jill. Mi disse addirittura che Nan era arrivata dall'india su una nave molto tempo fa. Fu effettivamente cos convincente che cominciai a chiedermi se dopotutto Jill avesse ragione.
Quando non davo il tormento a Mamma, ero presa a tormentare Nan. Con mia sorpresa, scoprii che Nan scattava subito quando si arrivava a parlare del passato. Ogni volta che cercavo di farle delle domande, o perdeva la pazienza e iniziava ad accusarmi di ogni genere di cose, o si chiudeva in camera sua e non riappariva finch non era l'ora in cui Mamma tornava dal lavoro. Era una cospirazione.
Una sera, Mamma venne in camera mia e si mise a sedere in fondo al letto. Aveva in faccia l'espressione Questa  Una Cosa Seria. Con una insolita fermezza nella voce, disse sottovoce: - Sally, voglio parlarti.
Abbassai i miei fumetti di Archie. - Che cosa c'?
- Credo che tu lo sappia. Non fare la tonta con me. Devi smetterla di rompere le scatole a Nan. Non  pi giovane come una volta e le tue domande la fanno stare male. Non capisce mai quando cerchi di tenderle un tranello. Non c' motivo di scavare nel passato, alcune cose  meglio che restino sepolte. Capisci cosa dico? Devi lasciarla in pace.
- Okay, Mamma - replicai loquacemente - ma a una condizione.
- E sarebbe? -. Povera Mamma, era un'anima credulona.
- Siamo aborigeni?
Mamma sbuff arrabbiata e usc di corsa. Jill sghignazz dal suo letto. - Non capisco perch continui a tormentarle. Credo che sia meglio non saperlo per certo, cos non devi affrontare la questione.
- Continuo a tormentarle perch voglio sapere la verit, e voglio saperla dalla bocca di Mamma.
-  una causa persa, non te lo diranno mai.
- Un giorno le far cedere.
Jill fece spallucce bonariamente e torn alla lettura della sua rivista True Romance.
Mi riaggiustai sul materasso e iniziai a pensare al passato. Eravamo aborigeni? Sospirai e chiusi gli occhi. Un'immagine mentale mi si accese nitida davanti. Ero tornata ragazzina e Nan era accovacciata sulla sabbia vicino ai gradini sul retro della casa.
- Questa  un'impronta, Sally: vedi come procedono? - Osservavo incantata, mentre tracciava la sagoma di quella di un canguro. - Ora, questa  quella di un'iguana e queste quelle di un em. Vedi, sono tutte diverse. Devi conoscerle tutte se vuoi procurarti da mangiare.
- Davvero brava, Nan.
- Adesso vuoi disegnarmi qualcosa tu, Sal? - disse tirando su un bastoncino.
- Okay.
- Questi sono uomini, vedi, tre uomini. Sono molto silenziosi, stanno cacciando. Ecco i canguri, stanno ascoltando, in attesa. Se sanno che arrivi, scappano.
Nan cancell l'immagine sulla sabbia con l'altra mano. - Tocca a te adesso - disse - disegna tu qualcosa -. Presi il bastoncino impaziente.
- Questa  Jill e questa sono io. Stiamo andando alla palude Disegnai qualche albero e qualche cespuglio.
Aprii gli occhi e, cos, di colpo, l'immagine svan. Mi ero ricordata di qualcosa di importante? Il problema era quello, non sapevo niente degli aborigeni. Mi arrampicavo sugli specchi.
Ben presto mi ritrovai totalmente assorbita dalla preparazione dell'esame di Licenza per potermi preoccupare troppo delle nostre origini. A quei tempi, l'esame di Licenza era il primo grande esame della scuola media e, in un certo senso, determinava il tuo futuro. Se non lo passavi, automaticamente lasciavi la scuola e cercavi lavoro. Se lo passavi, si dava per scontato che avresti fatto altri due anni di studio con l'intenzione di andare all'universit.
Mamma voleva che andassi bene, cos decisi che, per lei, avrei fatto lo sforzo di passare le materie che non avevo passato prima. Per la prima volta nella mia vita scolastica, restai effettivamente alzata fino a tardi, a studiare i miei libri di testo. Era dura, ma Mamma mi incoraggiava portandomi tazze di t e torta o pane tostato con marmellata.
Dopo ogni esame, mi chiedeva ansiosa come fossi andata. La mia risposta era sempre Okay. Non lo sapevo mai veramente. A volte, pensavo di essere andata bene, ma poi pensavo che bastava solo un esaminatore severo per essere bocciata. Non volevo far crescere troppo le speranze di Mamma.
Con grande sorpresa di tutta la famiglia, passai in ogni materia, addirittura sfiorando la lode in Inglese e Arte. Mamma era euforica. Ora, non sei contenta? Sapevo che potevi farcela. Mr. Buddee aveva ragione su di te.
Il buon vecchio Mr. Buddee. Non sapevo se maledirlo o ringraziarlo. Ora che avevo passato l'esame di Licenza, sentivo che non c'era speranza che Mamma mi permettesse di lasciare la scuola. Avrei dovuto farmi bocciare di proposito, pensai. A quel punto non avrebbe avuto altra scelta. In realt, avevo preso in considerazione quella possibilit, ma non avevo trovato la forza di farlo. Credo che si trattasse ancora del mio orgoglio.

Note.
17. Termine offensivo sinonimo di aborigeno.
18. Altro termine offensivo che sostituisce la parola aborigeno.
19. Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals.


Capitolo XVI.
Che gente siamo?

Il quarto anno della scuola media era diverso dal terzo. Doveva essere un anno transitorio in cui venivamo trattati pi da adulti e meno da adolescenti problematici. Persino le nostre classi dovevano essere strutturate in modo da imitare il tipo di organizzazione che avremmo potuto trovare in seguito nelle istituzioni terziarie. Ero pi grande di un anno, ma ero ancora la stessa persona con gli stessi problemi. E pensavo che questo fosse vero anche per la scuola. I cambiamenti erano solo superficiali. Tuttavia, quell'anno mi accaddero delle cose importanti e profonde.
Un giorno, mi capit di incrociare una ragazza con cui ero stata amica ai tempi del Catechismo. Mi invit a un raduno giovanile che si sarebbe tenuto nella chiesa l vicino.
- Ah, no grazie, Sharon. Non vengo.
- Senti, non sar niente di quello che immagini tu - disse baldanzosa. - Niente a che vedere con la religione, solo un po' di cibo cinese e un pretesto per stare insieme, nient'altro.
- Sicura?
- Altroch.
- Okay, vengo. Conosco altri ragazzi a cui piace il cibo cinese. Magari porto pure loro.
- Fantastico. Ci vediamo l.
Arrivai all'incontro con sette ragazze del nostro quartiere e due della scuola. Il cibo era abbastanza buono, e anche se tutti ci ignorarono, noi ci divertimmo lo stesso. Quando ognuno ebbe finito di rimpinzarsi, un tizio si alz e disse.
- C' un certo Mr. McClean che desidera farci un discorsetto. Vorrei che steste in silenzio mentre ascoltiamo ci che ha da dire.
Oh-ho, pensai. Eccoci. Guardai in fondo alla sala, la porta era chiusa e davanti c'erano due signori anziani. Ero intrappolata. Sentivo che mi si stavano annodando le budella. Sapevo che se Mr. McClean fosse risultato noioso quanto gli altri insegnanti di Catechismo che avevo avuto, i miei amici non mi avrebbero mai perdonata.
Mr. McClean si alz e sorrise cordialmente a tutti noi. - Sono qui per parlare a voi giovani del vostro futuro - disse. Il vostro futuro eterno, dissi sottovoce insieme a Mr. McClean. Avevo gi sentito tutto prima. Sarebbe stata una lunga serata.
Mentre continuava, cominciai a pensare ad altre cose, come i vestiti nuovi che Mamma aveva promesso di comprarmi, l'ultimo quiz televisivo e il modo in cui Jill sembrava confezionare in un batter d'occhio un vestito con la nostra vecchia macchina per cucire a pedale.
Improvvisamente, qualcuno mi stava parlando. Sapevo che non era Mr. McClean. Mi guardai intorno furtivamente, cercando di capire chi fosse. Tutti gli occhi erano puntati sull'oratore, non c'era nessun nuovo arrivato nella stanza.
- Chi sei? - domandai mentalmente.
Con terribile intuito repentino, sapevo che era Dio.
- Che ci fai qui? - domandai. Non so perch fossi sorpresa. Dopotutto si trattava di una chiesa.
Doveva per forza essere Lui perch la voce sembrava venisse da fuori e non da dentro, trascendeva la realt della sala. Non riuscivo neanche pi a vedere intorno a me. Stavo avendo udienza con Lui, colui che temevo. Le immagini mentali che finora mi ero costruita su di Lui cominciarono a dissolversi, e una nuova immagine prese il loro posto. Una persona: amore, accettazione e umorismo che inondavano. Ci che Nan chiamerebbe vera classe. In un attimo divenni ci che per definizione  un credente.
Da quella volta mi unii al gruppo giovanile locale. Ero piena di idee su come rendere pi interessanti gli incontri o le uscite che facevamo, ma era difficile cambiare la struttura che era stata attivata molti anni prima. Feci amicizia con una ragazza di qualche anno pi grande di me. Era piuttosto conservatrice, ma meno delle altre ragazze che avevo conosciuto, ed era dotata di un ottimo senso dell'umorismo. Non riuscii mai a capire perch raccontare una bella barzelletta fosse ritenuta, da una parte delle ragazze della chiesa, un'attivit nient'affatto femminile. Grazie al cielo Pat non era cos.
Un giorno mi disse: - Sai, nessuno qui riesce a capire perch, pur odiando la chiesa, ti piace cos tanto il Gruppo Giovanile. Qual  la differenza?
Agli occhi di Pat l'uno era la naturale estensione dell'altra, ma per me, la chiesa era il contrario del Gruppo Giovanile. Mi sentivo sempre a disagio in chiesa, era talmente formale e priva di spontaneit. I sermoni erano pieni di luoghi comuni e di cose che non comprendevo. Per me la chiesa era come la scuola, aveva pi a che fare con la burocrazia che con l'essenza delle cose.
Credo che per Mamma fu un sollievo il fatto che finalmente incanalassi le mie energie in ci che lei vedeva come qualcosa di creativo. Fino a quel momento, non era stata sicura di come sarei venuta su. Adesso sperava che, con l'incoraggiamento delle persone della chiesa, avrei cominciato a condurre una vita pi produttiva e meno ribelle. Si sbagliava.
Una sera, uno dei diaconi della chiesa mi domand se potesse parlarmi. Ero amica della figlia e lui sembrava un uomo simpatico, cos acconsentii.
- Tu e Mary avete molto in comune, vero? - domand.
- Suppongo di s, ma non siamo grandi amiche.
- No, lo so, ma voi vi vedete molto al Gruppo Giovanile e in chiesa.
- S.
- Beh, Sally - e sorrise - voglio chiederti un favore.
- Certo, qualsiasi cosa.
- Vorrei che smettessi di frequentare Mary -. E sfoggi di nuovo il suo sorriso ammaliante.
- Perch? Ero veramente confusa.
- Credo che tu sappia perch.
- E invece no.
- Tu eserciti una cattiva influenza, te ne renderai conto -. Credeteci o no, quella era una parte del mio carattere di cui non mi rendevo conto.
- Che cosa intende dire? -. Volevo che lo dicesse fuori dai denti.
- Questo  l'anno della Maturit di Mary, e anche della tua. Non voglio che ti frequenti nel caso prendesse qualcuna delle tue cattive abitudini.
Aah, pensai, ha saputo che marino la scuola.
- E dopo la Maturit? - chiesi docilmente. Sapevo che c'era qualcos'altro.
- No. Non credo. Davvero, sarebbe meglio se rompeste del tutto la vostra amicizia. Tu capisci, vero? - disse in un modo incredibilmente affascinante.
- Oh, capisco - replicai. Ero sorpresa che potesse avere dei modi talmente affascinanti e tuttavia essere un cretino.
- Brava, sapevo che l'avresti fatto Si sentiva sollevato. - Oh, a proposito, posso contare su di te che non dirai niente a Mary, vero? Troverai tu il modo di rompere, vero?
Annuii e andai via.
Ero ferita e delusa. Lui era un diacono, avrei dovuto avere rispetto per lui. Ero fortunata ad avere il mio orgoglio, ancora una volta fu la mia salvezza. Decisi che non avevo bisogno di gente come lui.
Fu circa in quell'epoca che cominciai ad analizzare il mio atteggiamento e i miei sentimenti pi attentamente. Guardai Mamma e Nan, e mi resi conto che parte della mia incapacit di rapportarmi in modo costruttivo con persone che ricoprivano cariche autorevoli, era venuta da loro. Erano totalmente sconcertate dal modo in cui funzionava il governo o la sua burocrazia. Ogni volta che c'erano delle difficolt, anzich affrontare direttamente il sistema, ci avevano insegnato che era molto pi efficace raggirarlo o prevenirlo. E se non funzionava, si poteva sempre ignorarlo.
Quell'estate, L'Ente per le Case Popolari decise di dipingere l'esterno di tutte le case della nostra strada. Una decisione che gett Nan nel panico. Si assicur che Le Porte, quella principale e quella sul retro, rimanessero chiuse a chiave di modo che nessuno potesse entrare, e passava gran parte della giornata a sbirciare gli operai da dietro le tende.
Cercai di farla ragionare, ma senza successo. Il fatto che gli impiegati dell'Ente Case Popolari passassero solo
per ritirare l'affitto o eseguire piccoli lavori di routine per Nan non significava nulla. Per lei, loro erano qui per controllare noi, e l'eventualit dello sfratto era sempre presente, e pendeva sulle nostre teste come una ghigliottina invisibile.
Ripensai a tutti gli anni che aveva passato ad adulare gli esattori. A ogni scadenza, Nan compiva gli stessi gesti di routine. Si alzava presto e passava l'intera mattina a pulire la casa, non che avesse intenzione di fare entrare l'esattore. Era solo un modo di scaricare la tensione nervosa. Poi lavava e asciugava la nostra tazza migliore, con il piattino migliore, e organizzava un piatto di biscotti disposti in modo invitante. Dopo di che, si metteva a caccia di una lattiera che non fosse incrinata. Il tocco finale era quello di rigonfiare il cuscino su cui eravamo seduti sulla sedia del portico davanti. Voleva che lui stesse comodo.
E per tutto il tempo in cui Nan preparava questo spuntino di met mattina, borbottava tra i denti: - Quel dannato esattore! Chi crede di essere per occupare il mio tempo cos. Non sa che ho da fare? -. Naturalmente, una volta arrivato, era tutta un'altra storia.
- Finalmente  qui - diceva con un sorriso - si accomodi, dev'essere stanco. Non dovrebbero farla venire a piedi fin qui.
Perch lo faceva? Mi chiedevo. Perch aveva paura? Era un paese libero, no? Decisi che avrei cercato di parlarle di nuovo. Cercare di spiegare come andavano le cose.
Dopo che Nan ebbe dato agli imbianchini un eccellente spuntino di met mattina, la misi con le spalle al muro fuori nel retro, dove stava rastrellando le foglie. - Nan - dissi con tono sospettoso - credo di avere appena capito perch per tutti questi anni hai trattato l'esattore come uno della famiglia reale. Li hai corrotti, vero?
- Non so di cosa stai parlando, Sally.
- Invece s. Per tutti questi anni hai temuto che ci potessero sfrattare. Ecco perch hai adulato gli esattori. Hai pensato che se si fosse arrivati al peggio, loro avrebbero potuto metterci una buona parola.
- Sono bravi uomini quelli che hanno ritirato l'affitto di questa casa nel corso degli anni. Non sparlare degli esattori.
- Non sto sparlando degli esattori, Nan; sto solo cercando di parlare di questa storia.
- Parlare, parlare, parlare,  tutto quello che fai. E non fai nessuna faccenda di casa.
- Nan - dissi con un tono di voce piuttosto ragionevole - credo che tu non abbia capito il tipo di casa che affittiamo.
- Cosa intendi - mormor tenendo la testa bassa e continuando a rastrellare.
- Beh, si viene sfrattati solo se uno non si prende cura della casa. Per esempio, se sfondassimo un muro o rompessimo tutte le finestre, allora potrebbero pensare di buttarci tutti fuori, ma altrimenti, finch paghiamo l'affitto, ci fanno restare.
- Uhmm, tu credi di sapere tutto, vero? - replic acida. - Tu non sai niente, ragazza. Tu non sai com' per la gente come noi. Noi siamo come gli ebrei, dobbiamo stare all'erta.
- Che significa gente come noi? Noi siamo come chiunque altro, o no? Non sapevo neanche che sapessi dell'esistenza degli ebrei. Come diamine potremmo mai essere come loro?
- In questo mondo non c' giustizia: se fosse stato per questo paese, la gente come noi sarebbe tutta belle morta -. Si ferm e si pul la bocca con un fazzoletto da uomo. I suoi occhi erano stanchi e bagnati.
- Nan - dissi cautamente - che gente siamo?
Si mise subito sulle difensive. Mi guard in modo pungente con lo sguardo di un coniglio che percepisce il pericolo. - Stai di nuovo cercando di farmi cadere in un tranello. Aah, di te non ci si pu fidare. Non sono mica stupida, sai. Non dir niente. Niente, capito.
Fui colta improvvisamente da una tristezza infinita. Le barriere erano state nuovamente innalzate. Proprio quando pensavo finalmente di stare per arrivare da qualche parte.
- Nan - dissi con tono persuasivo - non sto cercando di farti cadere in un tranello. Voglio solo sapere che gente siamo, nient'altro.
- Non parlo, io non parlo - mormor mentre lasciava cadere il rastrello e si tappava le orecchie con le mani.
Tirai un sospiro e tornai verso casa. Dentro di me, mi sentivo agitata, ma non sapevo perch. A questo punto avevo accettato il fatto che Nan fosse scura, e che il nostro retaggio non era quello condiviso dalla maggior parte degli australiani, ma non avevo accettato il fatto che eravamo aborigeni. Ero troppo ignorante per prendere una decisione simile, e troppo confusa. Mi ritrovai a tornare alla stessa vecchia domanda: se Nan era aborigena, perch non lo diceva? Il fatto che entrambe, Mamma e Nan, negassero continuamente mi fece pensare che stavo staccando la corteccia dall'albero sbagliato. Non vedevo alcuna ragione per cui fingessero di essere qualcosa che non erano. E il commento di Nan a proposito degli ebrei mi aveva confusa ancora di pi. Sapevo molto a proposito degli ebrei a causa della guerra e di Pap. Nella mia testa non era possibile alcun paragone tra noi e loro.


Capitolo XVII.
DIVENTA QUALCOSA.

Mamma aveva sempre lavorato sodo e aveva sempre avuto una grande energia, ma nel suo piccolo stava anche dimostrando di essere una donna d'affari di successo. Il lavoro di fioraia le era andato cos bene per molti anni che, con l'aiuto di un prestito dalla sua vecchia amica Lois, nel 1967 fu in grado di comprare la propria attivit di fioraia. Finanziariamente le cose adesso andavano veramente bene.
Ma sono certa che Mamma sarebbe stata molto pi contenta se avesse avuto un segno maggiore che un po' della sua energia e della sua ambizione fossero passate ai suoi figli.
- Devi diventare qualcosa - mi disse Mamma una sera mentre non la finiva pi di dirmi che voleva che alla Maturit andassi bene. Se lo sentiva che avevo pi possibilit di essere bocciata che di essere promossa.
Ero stufa di sentire quella frase. Mamma e Nan insistevano a pi non posso su come noi ragazzi dovevamo diventare qualcosa.
- Non ho ambizioni - replicai sfiduciata - non riesco a vedermi in nulla.
- Hai un mucchio di doti,  che ancora non le hai scoperte.
- Doti? Dio, Mamma, ci sono cose pi importanti delle doti che uno possiede. Tutto il resto mi fa sentire sotto pressione.
- Non c' bisogno di farne un dramma. Conduci una buona vita, che cosa c' che ti preoccupa?
Come potevo dirle che ero io, e lei e Nan. La somma totale di tutte le cose che con comprendevo di loro o di me stessa. La sensazione che una parte molto vitale di
me mancava e che non sarei mai appartenuta a nessun luogo. Non avrei mai risolto niente.
Suppongo che non ci fu da sorprendersi quando ritornai all'ultimo anno della scuola media con un atteggiamento piuttosto depresso. Questo port, in modo naturale, a una serie di assenze ingiustificate, che aiutarono e al contempo intralciarono la ricerca interiore che, seppur in modo inconsapevole, sembravo aver intrapreso.
Una volta, a scuola, durante la pausa per il pranzo, stavo parlando della famiglia con una delle ragazze della mia classe. Quando menzionai la mia e di quanto fosse normale, lei scoppi a ridere.
- Davvero credi che la tua famiglia sia normale?
- Certo che lo . Che cosa ha di cos insolito?
- Tutto! Tu hai la famiglia pi anormale che mi sia mai capitato di incontrare. Non fraintendermi, tua madre mi piace, davvero, ma il modo in cui voi guardate la vita  proprio strano.
Per tutta l'ora del pranzo la mia compagna continu a ridere a intervalli. Non le chiesi mai altre spiegazioni, ero troppo imbarazzata.
Non troppo tempo dopo, mancai da scuola a causa di una vera malattia, un attacco di influenza estiva. Mentre giacevo scomposta, a pancia in sotto, sul letto, a leggere una delle riviste True Romance di Jill, lentamente presi coscienza di una conversazione che Nan stava avendo con l'esattore sul portico.
- Guardi quel bel cielo e quelle soffici nuvole bianche laggi - disse lei. - Non  meraviglioso ci che Dio ha creato?
Il suo tono di voce mi fece sorridere, era quello che usava sempre quando voleva far colpo sulle persone religiose. Nan era un giudice perspicace dei caratteri. Le ci volevano solo pochi minuti per definire una persona e dunque indirizzare la sua conversazione e il suo comportamento nella direzione opportuna.
- S, Nanna,  meraviglioso. Sono vissuto in campagna per gran parte della vita e adesso sono in citt: sento la mancanza degli uccelli e degli animali.
- S - interruppe Nan impaziente quando si accorse di aver toccato un argomento importante. - E guardi quel corvo nero laggi e tutte quelle gazze: Dio ha creato pure loro.
Seguendo la sua testa, l'esattore aggiunse: - S, e l'erba e gli alberi.
- Esatto - continu Nan - ed eccoci qua, io e Lei, entrambi bianchi, eppure non saremmo mai in grado di fare quello che ha fatto Dio!
Come prima reazione al commento di Nan, scoppiai in una incontrollabile risata silenziosa, ma dopo qualche minuto, la mia sensazione di divertimento si alternava a quella di tristezza profonda.
Perch voleva essere bianca? Davvero paragonava l'essere bianco alla potenza di Dio, o gli era solo sfuggito per errore? Capii, con improvvisa intuizione, che nella sua vita dovevano esserci state volte in cui si era guardata intorno e le prove erano proprio davanti ai suoi occhi. Se sei bianco, puoi fare qualsiasi cosa.
Un giorno, andai ad aprire la porta e trovai due signore di mezza et, ben vestite, che mi sorridevano benevolmente.
- C' Nan? - domandarono cortesemente.
- Ehm, no.  fuori nel retro. Ha da fare.
- Oh, beh, tesoro, noi siamo della Chiesa dei Testimoni di Geova e passiamo ogni settimana per fare una chiacchierata e prendere una tazza di t insieme a Nanna. Pensiamo che sia una vecchietta adorabile, talmente generosa e gentile. Ogni settimana ci fa una piccola offerta per la nostra chiesa.
- Ah, s?
- S,  come un'offerta. Noi le diamo una copia della Torre di Guardia a un prezzo molto basso, le vendiamo anche copie dei nostri altri opuscoli. Ha detto che adora leggerli.
- Ha detto cos?
- Comunque, cara, non vogliamo trattenerti -. Credo che avessero intuito che non avrei aperto di pi la porta.
- Puoi dire a Nan che siamo passate? Ecco qualche
opuscolo da leggere per lei. Questa volta potete averli gratis perch lei  una vecchietta davvero meravigliosa. Daglieli da parte nostra con affetto.
- S - dissi prendendo gli opuscoli e chiudendo la porta.
Li portai fuori nel retro dove Nan era affaccendata in giardino.
- Nan - dissi col tono di chi parla a una bambina cattiva. - Tu non hai mica incoraggiato quelle signore dei Testimoni di Geova, vero?
Nan sghignazz maliziosamente. - Quelle si credono che voglio diventare una Testimone di Geova, Sally.
- Lo so. Perch gli hai detto che leggi le loro riviste? -. Nan non sapeva n leggere n scrivere, anche se cercava di nasconderlo.
- Oh, boh, l'ho detto solo perch cos me ne portano altre. Hai altri giornali loro l?
- S, per non gli ho dato nessuna offerta. Hanno detto che puoi averli gratis perch sei una vecchietta davvero meravigliosa -. Il mio sarcasmo ancora faceva effetto su di lei.
Si fece una risatina e disse: - Toccali, Sally.
- Tocca cosa?
- I giornali.
Guardai, ammutolita, gli opuscoli che avevo in mano.
- Sono soffici - dissi.
- Esatto! - sorrise trionfante Nan. E poi, abbassando la voce, sussurr: - Sono la carta igienica pi fantastica, Sally. In camera mia ho scatole piene di quelle riviste. Far risparmiare a tua madre un sacco di soldi!
A questo punto mi ero resa conto che, in fatto di economia, le idee di Mamma e Nan era assai particolari. Ormai mi ero abituata a indossare maglioni da uomo e scarpe con la punta riempita di giornali. Quando ero piccola, lei aveva dovuto andare avanti con gli stessi vestiti, un anno al dritto e uno al rovescio, e c'erano stati periodi in cui avevano saltato i pasti per dare da mangiare a noi, quindi credo che non mi sarei dovuta tanto sorprendere dall'intensit con cui accumulavano tutto quello che era sotto il sole.
Accumulare cose, inizialmente, era stata una necessit pratica. Lo capivo, ma ci che mi sorprendeva era che mentre la nostra situazione finanziaria migliorava, la loro tendenza ad accumulare acquisiva vigore. Non pass molto tempo prima di diventare entrambe delle avide maniache della raccolta.
Mamma e Nan avevano sempre discusso, ma quando si trattava di discutere delle loro diverse scorte, i commenti si facevano alquanto pungenti. Nan definiva quelle di Mamma robaccia rotta, mentre Mamma considerava quelle di Nan buone per nulla. Fortunatamente, c'era qualcosa su cui si trovavano entrambe d'accordo, il valore degli attrezzi da lavoro.
Quando Pap era vivo, aveva accumulato degli attrezzi da lavoro; dopo la sua morte, Mamma e Nan avevano continuato ad accumulare attrezzi, nonostante a loro fossero di poca utilit. Nan adorava gli attrezzi. Le conferivano uno status, e Mamma regolarmente contribuiva alla collezione di Nan con arnesi meravigliosi e bizzarri.
Un pomeriggio, torn a casa da un'asta con una grossa falce. Nan era eccitatissima e comment dicendo che era meglio di una falciatrice elettrica.
- Le hai comprato una stupidissima cosa - la rimbrottai. - Lo sai che non ci vede troppo bene. Potrebbe affettarsi una gamba.
Mamma respinse i miei timori con un gesto della mano, sostenendo che, dato che Nan ne aveva usata una da giovane, era perfettamente al sicuro. La mia curiosit venne solleticata. Provai a immaginarmi Nan da giovane, che sventolava una falce. Dove avrebbe potuto usare una falce, e perch? Andai di filata nel cortile sul retro dove Nan era tutta presa a falciare tra l'erba alta.
- Ho sentito che quand'eri giovane hai usato uno di
quei cosi - dissi con aria indifferente.
- Oh, s - rispose lei continuando di buona lena. -  l'ideale per erba ed erbacce. Mantiene il giardino in ordine.
- Il giardino di chi?
- Cosa?
- Il giardino di chi?
- Tu non la smetti mai, vero? Ti insinui e cerchi di farmi cadere nei tuoi tranelli. Non hai mai avuto alcun interesse per i giardini, Sally! - Si gir e continu a falciare. La nostra conversazione era terminata.
Alla fine del primo trimestre, il nostro insegnante di fisica fece un discorsetto alla classe.
-  interessante - disse - solamente altri due trimestri e sono gi in grado di dire chi di voi passer e chi sar bocciato. E non sto parlando solo di fisica. In questa classe, la maggior parte di voi passer. Poi ce ne sono alcuni al limite, e una che sicuramente sar bocciata
- Mi guard con compassione. - Non capisco che ci vieni a fare, ti converrebbe gettare la spugna adesso.
Tutti risero. Ero veramente arrabbiata. Fino a quel momento, non mi era veramente importato se fossi passata oppure no. Ti far vedere che sbagli, fesso, pensai.
Durante il secondo trimestre, feci degli sporadici tentativi di studiare. Una volta che le vacanze d'agosto furono finite, mi ci misi d'impegno. Sapevo che non sarebbe stato un compito facile. Mi mancava la memoria fotografica delle mie due sorelle, ed ero indietro con i compiti. Come al solito, Mamma cerc di incoraggiarmi preparandomi ogni possibile spuntino immaginabile.
Invece di farmi una bella dormita prima di ogni esame, mi tenevo sveglia bevendo dei caff fortissimi e cercando di stipare nel mio cervello il maggior numero di informazioni extra possibile. Al termine degli esami sapevo di aver passato Inglese, Storia ed Economia, avevo dei dubbi su Chimica ed ero pressoch certa di non aver passato Fisica, Matematica 1 e Matematica 2.
Dei miei timori non dissi nulla a Mamma. Pensavo che la delusione le sarebbe arrivata ben presto. Mi servivano cinque materie per ottenere il Diploma di Maturit e avevo la certezza di avere la sufficienza solo in tre. Sembrava che tutto il duro lavoro che avevo fatto, non fosse servito a niente.
Mamma mi diede quello che, secondo lei, era un buon consiglio adatto a ogni adolescente.
- Ora che hai finito gli esami, esci e rilassati un po'. Sapevo che pensava che non era normale che una ragazza della mia et passasse cos tante serate chiusa in casa.
- Senti, Mamma, la fai finita? - strillai. Da dopo gli esami scattavo facilmente. - Voglio solo starmene seduta qui ed essere lasciata in pace!
Povera Mamma, aveva ora i due estremi in famiglia. Da una parte, c'ero io che frequentavo gli incontri di preghiera, e dall'altra, c'erano Jill e Bill che, come normali adolescenti, passavano i loro fine settimana con la fissa per Perth. Bill aveva appena terminato gli esami di Licenza.
Ogni sabato sera ritornavano a casa ubriachi come cocuzze. E riuscivano sempre a convincere Mamma che il loro vomito era dovuto a qualcosa che avevano mangiato e che gli aveva fatto male, e non all'alcool. Sapevo che in fondo ai suoi pensieri non credeva veramente alla versione dell'intossicazione alimentare. Era solo che non voleva affrontare l'idea che uno di noi potesse diventare come Pap.
Stavo cominciando veramente a preoccuparmi per i risultati della Maturit che di l a poco sarebbero stati pubblicati. I risultati erano pubblicati ogni anno dal West Australian e pensavo che fosse una cosa terribile perch significava render pubblica la propria vergogna. A volte, altre persone venivano a sapere prima di te se eri stato promosso oppure no. Io ero in grado di affrontare il pubblico ludibrio, ma Mamma? Lei non faceva altro che vantarsi con i vicini di quanto fossero intelligenti i suoi figli. Sarebbe stato un vero schiaffo morale se loro avessero visto stampato il nome della sua figlia maggiore con accanto una sfilza di insufficienze.
Non c'era che una cosa da fare, scomparire. Mi proposi come volontaria per dare una mano in una colonia per bambini della chiesa; voleva dire che, quando sarebbero apparsi i risultati, non ci sarei stata.
La colonia fu per me un'esperienza interessante. Mi era sempre piaciuta la compagnia dei bambini pi piccoli. Ne avevo un gruppo di dieci di cui occuparmi, e due delle bambine erano aborigene. Mi parlavano della loro vita a casa e da quale parte del paese erano venute le loro Mamme e i loro Pap. Mi sembrava di avere con loro un'affinit naturale. Il che non significava che non andassi d'accordo con il resto del gruppo, ma sentivo di avere uno speciale intuito per le bambine aborigene.
Qualche giorno prima della pubblicazione dei risultati, Mamma telefon per sapere come stavo e con quale autobus sarei tornata a casa.
- Non torno - le dissi decisa. - Sono a corto di aiutanti, cos resto.
- Non vuoi leggere i tuoi risultati sul giornale?
- Sono a Rockingham, Mamma, non in Africa, anche qui arrivano i giornali.
- Sally - disse sospettosa - non  che non torni perch pensi di essere stata bocciata?
- Be-eh...
- Oh, che t' preso? - gemette Mamma.
- Non fare la piagnucolosa con me, Mamma - la implorai - potrei pure essere passata.
Contemporaneamente riattaccammo entrambe. Fammi diventare una bugiarda, Dio, pregai. Mamma si meritava un po' di successo dalla vita.
La mia preghiera fu esaudita, perch il giorno in cui uscirono i risultati, ricevetti un lungo telegramma sdolcinato da parte di Mamma, che decantava la mia intelligenza superiore e si congratulava perch avevo superato cinque materie. Quando ritornai dalla colonia, si era convinta che sarei andata all'universit e sarei diventata medico.
La mia decisione di non studiare mai pi fu per lei una grande delusione. Le dissi che ero stufa della gente che mi diceva cosa fare della mia vita. Volevo lavorare e guadagnare dei soldi. Volevo essere indipendente.
- Ma, Sally - protest - tu sei la prima della nostra famiglia a essere arrivata cos lontano. Perch non puoi andare all'universit? E diventare medico o veterinario? Quando eri piccola ti piaceva prenderti cura degli animali ammalati -. Aprii la bocca per protestare, ma
Mamma mi azzitt dicendo: - Lo so che ti ha sempre preoccupato dover curare un serpente malato, ma sono certa che capiter di rado e potrai sempre dargli un sedativo.
- Mamma - mugugnai - non me ne frega niente dei serpenti malati. Non voglio pi studiare e basta.
- Quindi hai fatto tutta questa strada per niente? Sei troppo testarda per il tuo proprio bene. Un giorno te ne pentirai, ricordati queste parole.
- Oh, smettila di lamentarti, sei gi fortunata che sia durata cos tanto. Non sei contenta che cos entreranno un po' pi di soldi?
- Non mi sono mai preoccupata per i soldi. Tutto quel lavoro... - si lament Mamma.
Poco tempo dopo, cominciai ad andare alle partite di pallacanestro del sabato pomeriggio. Non per giocare, solo per guardare. Ormai, dopo la colonia, avevo fatto buona amicizia con le ragazze della chiesa. Quando finiva la loro partita, andavamo a guardare la pallacanestro maschile.
Per un po' avevo sentito parlare di una ragazza che frequentava una chiesa a qualche isolato dalla mia, e si diceva avesse bella personalit e grande senso dell'umorismo. Ero ansiosa di conoscerla. In primo luogo perch non avevo conosciuto molte ragazze con un grande senso dell'umorismo, e in secondo luogo perch mi ero ritrovata in svariate conversazioni a proposito di questa ragazza che erano terminate con S, per ha una bella personalit, o S, per  simpatica, no?. Mi chiedevo cosa ci fosse di sbagliato in lei.
Quando finalmente ci conoscemmo, capii. Non ricordo il suo nome, ma era una ragazza aborigena molto scura. Diventammo amiche e il sabato pomeriggio mi piaceva stare in sua compagnia.
Un giorno mi disse che sarebbe andata via.
- Che significa, via? - domandai. - Dove vai?
- Ritorno a vivere con la mia gente.
- La tua gente? -. Ero cos stupida.
- S. Torno a vivere con loro. Voglio aiutarli, se posso.
Mi dispiaceva veramente di non poterla vedere pi. E mi domandavo chi fosse la sua gente e perch avessero bisogno di aiuto. Che cosa c'era che non andava in loro? Ero troppo imbarazzata per chiederlo.


Capitolo XVIII
IL MONDO DEL LAVORO.

Verso la fine dell'estate del 1969, riuscii a ottenere un posto da impiegata in un ufficio governativo. Era un lavoro estremamente noioso. Non avevo niente da fare. Dovevo solo esercitare l'arte di sembrare occupata, come facevano gli altri. Per un paio di settimane mi costrinsero pure a fare gli straordinari. Non che ci fosse qualcosa da fare, ma tutti facevano gli straordinari e dicevano che se non li avessi fatti pure io, non ci avrei fatto una bella figura. Per la disperazione cominciai a nascondere dei romanzi tra gli archivi governativi; in quel modo, potevo restarmene al mio posto a leggere senza che nessuno mi dovesse dire: Mostrati occupata, ragazza, mostrati occupata!.
Ero arrivata a un tale livello di noia che un giorno mi portai al lavoro il modello per un vestito. Lo spiegai sul tavolo e mi misi a tagliare. Il mio superiore sopraggiunse da dietro.
- Stai tagliando un vestito? - disse incredulo.
- Beh, non ho nient'altro da fare - replicai.
- Oddio - disse sottovoce - Oddio, oddio - e scomparve. Torn qualche minuto dopo con il capo del settore.
- Che cos' questo? Che cos'? Che stai facendo adesso, ragazza? - disse furioso. - La settimana passata disegnavi draghi sulle cartelline dei preventivi e adesso sei qui con questa roba. Sai che cosa stai facendo?
- Sto tagliando un vestito.
- Non fare la saputella con me, ragazzina. Metti via tutto. Che idea darebbe se adesso arrivasse il Supervisore? Non mi importa se leggi, ma non puoi pretendere di venire al lavoro e metterti a cucire -. Sospirai e misi via le mie cose.
Ci durai circa sei mesi, poi diedi le dimissioni. E io che pensavo che la scuola fosse noiosa! Quella fu la mia prima esperienza lavorativa e non mi era piaciuta neanche un po'. Fu per me un'esperienza importante perch mi insegn qualcosa di me stessa di cui non mi ero mai resa conto. Non mi sarei accontentata di qualsiasi cosa. E non ero pigra.
Ero disoccupata da quattro mesi quando decisi che era ora di mettermi a cercare un altro lavoro. Ero stufa di starmene seduta a casa con ben poco da fare.
Trovai un posto come assistente di laboratorio. Per qualche ragione, il mio nuovo datore di lavoro dava per scontato che, siccome avevo studiato fisica e chimica a scuola, avrei dovuto capirci qualcosa.
Il mio lavoro consisteva nell'analizzare campioni di minerali, provenienti da diverse parti dell'Australia occidentale, per individuare tracce di stagno, ossido di ferro, eccetera.
Per sbaglio persi il mio primo lotto di campioni, cos, in preda alla disperazione, inventai i risultati. Il mio capo era piuttosto entusiasta. - Uhm - disse - mentre guardava la mia scheda di rapporto - questi sono niente male. Brava, brava! -.
Mi sentivo cos in colpa, immaginavo che, sulla base della mia analisi, avrebbero cominciato a trivellare immediatamente con la speranza di fare il grande colpo. Da allora ci feci pi attenzione.
Le donne con cui lavoravo avevano tutte una forte personalit. Il nostro capo era raramente presente, e dunque facevamo tutte lunghe pause pranzo e lunghe conversazioni su qualsiasi cosa ci venisse in mente. Ero molto colpita da tutto il gruppo. Erano le prime donne che conoscevo che avevano veramente qualcosa da dire.
Per mia delizia, c'era una donna inglese, Joan, che adorava prendere in giro i nostri superiori. Un giorno, torn il capo e ci trov a correre per l'ufficio impegnate in un gioco folle che ci eravamo inventate. Rimprover tutte, soprattutto le pi anziane, per non avere dato a me il buon esempio.
Joan era insuperabile. Dalla sua scrivania prese un pennarello nero di marca Texta, si disegn dei piccoli baffi alla Hitler sotto il naso e disse, con un forte accento tedesco: - Io tare ortini kvi! -. Poi fece il saluto. Era un mimo nato ed era difficile non ridere. Il capo sentiva di non poterla licenziare perch era un'ottima geologa.
Le altre donne erano interessanti quanto Joan. Una di loro mi confid di essere schizofrenica. Era una confidenza che mi lasci indifferente, mi chiesi solo da quale paese venisse.
Un giorno, ritornai in ufficio dopo la pausa pranzo e trovai tutte insolitamente sottotono. Il nostro ufficio sarebbe stato trasferito fuori citt.
L'idea non piaceva a nessuno, perch significava che la ditta, piuttosto che mantenere filiali qua e l, si sarebbe ritrovata tutta sotto lo stesso tetto. Avremmo dovuto darci da fare e comportarci bene. Decisi di dare le dimissioni.
Il mio capo mi offr un aumento per farmi restare. Mi disse che ero la migliore assistente di laboratorio che avesse mai avuto.
La decisione non dipese da me perch, all'improvviso, mi venne fuori un acne industriale, provocato da un'allergia ai prodotti chimici che usavo.
Quando lasciai il laboratorio, avevo sviluppato un certo interesse per la psicologia. Avevo cercato nel dizionario la parola schizofrenico e avevo scoperto che in realt non si trattava di una nazionalit.
Adesso, per quanto riguardava me stessa, avevo pi i piedi per terra. Mi resi conto che le possibilit che avevo di trovare un lavoro che mi avrebbe fatta felice erano assai remote. Avevo bisogno di continuare a studiare. Decisi di iscrivermi all'universit l'anno seguente, insieme a Jill, che avendo terminato la Maturit, aveva intenzione di studiare Legge.
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FINE Parte 1.